23 settembre 2013

Crimini in Siria. Non solo armi chimiche

Il 16 settembre scorso il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon ha presentato un rapporto sull'utilizzo di armi chimiche in Siria.

Gli ispettori hanno trovato tracce dell'utilizzo di gas Sarin nell' attacco del 21 agosto scorso sulla popolazione civile. L’intervento di Ban Ki-moon ribadisce la responsabilità morale e politica della Comunità Internazionale di scongiurare che armi chimiche siano nuovamente utilizzate in zone di guerra. A distanza di due giorni dalla pubblicazione del rapporto, il presidente siriano Bashar al-Assad – nel corso di un'intervista a Fox News - si è detto disponibile a smantellare l'arsenale chimico di cui dispone. In Siria però, non si muore di sole armi chimiche. Un altro report , meno noto e pubblicato il 16 agosto scorso da una commissione di inchiesta indipendente per conto dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, mostra come l'utilizzo di armi chimiche sia solo uno dei crimini di guerra da contestare a forze governative e ribelli in Siria.

 

Esecuzioni illegali

Lo studio rivela la “regolare frequenza” in Siria di esecuzioni sommarie ed arbitrarie. Un ex-detenuto sopravvissuto alle torture – rinchiuso ad Al-Fehar nei dintorni di Damasco - racconta le morti di altri prigionieri rinchiusi nei centri controllati dai quattro direttorati di sicurezza governativi. Esecuzioni ai checkpoint, bombardamenti nei villaggi, l'utilizzo di cecchini e l'uccisione di civili in operazioni di terra – avvenuti a Damasco, Hamah e Homs – completano il quadro di esecuzioni illegali compiute dalle forze governative leali ad Assad. I ribelli – con analoghe procedure – si scagliano contro la popolazione e istituiscono tribunali fantoccio dove si decide l'immediata esecuzione dei prigionieri che abbiano confessato lealtà al regime: l'8 giugno scorso ad Aleppo un gruppo di ribelli jihadisti ISIS    uccidono un bambino di 15 anni, accusato di blasfemia, e sempre a giugno uccidono a Ghassaniya un prete cattolico, padre Francois Murad.

 

Torture

La tortura – crimine di guerra riconosciuto dalla Corte Penale Internazionale – in Siria è una pratica indicata nel rapporto come “molto diffusa” e praticata con metodi mai documentati prima. Non solo finte esecuzioni, simulazioni di annegamento e l'elettroshock. Gli intervistati raccontano di detenuti rinchiusi in isolamento nei distretti governativi di sicurezza militare – come quello di Al-Fehar nei pressi di Damasco – all'interno di “squatting cells”: piccole celle in cui stare accovacciati senza spazio per alzarsi o stare sdraiati. In un'intervista dello scorso anno, un ex-generale dell'esercito di Assad (passato all'esercito turco dopo aver disertato) racconta alla Cnn di simili procedure, dove si arrivava perfino a far “bere il proprio sangue dal pavimento”. C'è anche la possibilità per i detenuti vittime delle torture – come descritto dal punto 85 del report – di essere restituiti alle famiglie, a condizione di firmare un documento in cui si attesta la morte del familiare per mano di “terroristi”. I ribelli fanno anch'essi ricorso alla tortura, arrivando a gestire – è il caso del gruppo Liwa Asifat al Shamal – una prigione nei pressi di Aleppo con 300 detenuti rinchiusi in piccole insenature dove si pratica il cosìddetto metodo “Dulab”, che consiste nel mettere gambe e testa del prigioniero dentro un pneumatico per auto durante un pestaggio.

 

Violenza sessuale

Secondo il report la violenza sessuale – crimine contro l'umanità ai sensi dell'articolo 7 dello Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale – è una pratica utilizzata con frequenza dalle forze di Assad come strumento di terrore e minaccia nei confronti della popolazione civile. Una donna racconta ai commissari delle Nazioni Unite di aver subito violenza sessuale da appartenenti all'esercito governativo sotto minaccia di uccisione del figlio. Un'altra donna, un'infermiera trattenuta in una stazione di polizia di Damasco, racconta di minacce di uno stupro di gruppo al fine di convincerla a collaborare sull'identità di un paziente in cura.

Il report continua analizzando altri crimini di guerra riconosciuti dal diritto internazionale come l'appropriazione indebita di proprietà privata, la violazione dei diritti dei bambini e quelle sulla condotta delle ostilità con bombardamenti su obiettivi civili. Tutte azioni che hanno fatto lievitare il numero dei rifugiati in fuga dalla Siria: si calcola che dal gennaio 2013 il numero dei rifugiati sia salito da 600.000 a più di un milione e 850 mila. Contrariamente a quanto sostenuto dal regime di Assad – che ha sempre additato i ribelli come responsabili dei massacri ai civili – la commissione d'inchiesta delle Nazioni Unite ha invece rilevato la responsabilità delle forze governative in almeno 8 episodi. Tra questi, il più sanguinoso è l'assalto compiuto l'aprile scorso al sobborgo di Damasco di Jdeidat Al-Fadl. Mentre a distanza di pochi giorni - il 2 maggio scorso - le forze del governo fanno invece incursione nei villaggi sunniti di al-Bayda e Baniya uccidendo tra i 150 e i 250 civili.

Il report – costruito sulla base di 258 interviste realizzate dal 15 maggio al 15 luglio scorso – non prende in esame l'attacco del 21 agosto – con cui si è oltrepassata la “linea rossa” tracciata dal presidente Obama nell' agosto del 2012 – ma ci dice almeno tre cose fondamentali: la prima è che entrambi gli schieramenti – esercito regolare e ribelli – sono riconosciuti colpevoli di crimini di guerra e di crimini contro l'umanità, a prescindere dall'utilizzo o meno di armi chimiche. La seconda è che – a differenza di quanto riporta il documento presentato lo scorso 16 settembre – ci sono esplicite accuse dirette a Bashar al-Assad con ripetuti riferimenti alle violazioni di diritto internazionale. La terza è l'arbitraria gerarchia delle violenze su cui si è tracciata sopra una linea di responsabilità morale.

 

Pubblicato in collaborazione con Meridiani Relazioni Internazionali


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