24 luglio 2017

Crisi del Qatar. Le implicazioni per il futuro assetto del Golfo

 

A più di un mese dal suo inizio non accenna a concludersi il braccio di ferro che vede contrapposti da un lato il Qatar e dall’altro una coalizione di Paesi arabi guidati da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti che accusa Doha di sostenere segretamente sia il terrorismo internazionale, sia l’Iran. Al di là del possibile esito di questa crisi geopolitica, il Qatar Ban rappresenta un punto di rottura che segna l’inizio di grossi mutamenti negli assetti della regione del Golfo e dell’intero Medio Oriente.

In una prospettiva regionale, questa crisi costituisce il primo grande atto di “maturità” sulla scena internazionale per gli Emirati Arabi Uniti. Proprio in questi giorni si fanno sempre più forti i sospetti che l’attacco hacker che ha dato il via ai presunti “leak” da parte dell’Agenzia di stampa del Qatar sia stato architettato dagli Emirati. Sebbene il governo emiratino abbia subito smentito le accuse, forti sono i sospetti che gli Emirati siano stati la mente del ban contro il Qatar. Un’azione sorprendente, se si considera che i piccoli Paesi arabi affacciati sul Golfo Persico, date le loro ridotte dimensioni, fin dalla loro indipendenza hanno considerato prioritario fare fronte comune per scoraggiare mire espansionistiche da parte dei vicini più grandi. La ricchezza accumulata nel corso degli ultimi decenni, però, sta portando i Paesi arabi del Golfo a considerare i loro vicini non più come alleati indispensabili ma come rivali con cui competere sia a livello locale, sia nei mercati internazionali.  Ciò vale soprattutto per gli Emirati Arabi Uniti, il più grande, influente e ricco tra questi Stati, che ritiene il Qatar il solo ostacolo che lo separa dall’obiettivo di diventare un “primus inter pares” tra i Paesi arabi del Golfo. Non a caso il governo emiratino ha prefigurato l’espulsione del Qatar dal Consiglio di cooperazione del Golfo, la principale organizzazione internazionale della regione, nell’eventualità che Doha continui a respingere i tredici punti dell’ultimatum imposto dalla coalizione.

L’Arabia Saudita è l’altro membro importante della coalizione, che però sembra destinato ad avere più problemi che vantaggi da questa crisi. Condividendo con il Qatar l’unico confine di terra di cui dispone, i sauditi hanno provato più di tutti a piegare Doha con il pugno duro, colpendo direttamente l’approvvigionamento di derrate alimentari, che in Qatar arrivano prevalentemente tramite il confine terrestre. Anche Riyad intende sfruttare questa crisi per imporsi, su una scala più ampia rispetto agli Emirati, come potenza regionale, e ponendosi in competizione con l’Iran per l’egemonia nel Medio Oriente. Con i conflitti di Iraq e Siria che stanno vedendo trionfare le forze sostenute da Teheran e la disastrosa campagna contro gli Houthi nello Yemen (conflitto che sta portando a una crisi umanitaria tanto devastante quanto, purtroppo, ignorata dalla comunità internazionale) per l’Arabia Saudita forzare la mano sul Qatar rappresenta quasi un ripiego obbligato. Ma con la cabina di regia saldamente in mano agli Emirati Arabi Uniti e l’impossibilità di andare oltre le minacce diplomatiche per via della forte dipendenza strategica verso gli Stati Uniti, che in Qatar hanno un’importante base militare e non accetterebbero nemmeno la minaccia dell’uso della forza contro Doha, l’Arabia Saudita si trova al momento imbrigliata dalla sua stessa strategia politica. E mentre gli Emirati Arabi Uniti potrebbero riuscire nel loro intento di indebolire economicamente il Qatar rendendolo meno appetibile per gli investitori stranieri, i sauditi potrebbero invece ritrovarsi beffati nel vedere Doha allinearsi all’Iran, indebolendo ulteriormente l’ascendente di Riyad in Medio Oriente.

Con la crisi qatariota, inoltre, si certifica la morte del pansunnismo come fattore unificante tra la quasi totalità delle nazioni islamiche, legate, con la fine del panarabismo, da una comunione di intenti fondata non più su base etnica, ma religiosa. L’idea che il sunnismo potesse costituire una terza via da frapporre sia ai rivali sciiti iraniani, sia all’Occidente, aveva oltretutto il vantaggio, rispetto al panarabismo, di poter uscire dai confini dall’area araba per ricomprendere Paesi sunniti più grandi, come Pakistan, Turchia e Indonesia. L’Arabia Saudita, custode delle due grandi città sante dell’Islam, confidava di poter così diventare, a dispetto di dimensioni più piccole rispetto ai Paesi sunniti sopra citati, una vera e propria potenza religiosa, in grado d’imporsi sui teatri di suo interesse e colmare il gap di potenza rispetto ai rivali iraniani grazie all’appoggio di alleati devoti. I risultati ottenuti sono stati però diametralmente opposti a quegli sperati. Invece di consolidare il sunnismo, gli sforzi per il sostegno di organizzazioni politiche, religiose e paramilitari islamiste hanno esaltato e rafforzato la frammentazione all’interno della galassia sunnita. Se un tempo la grande divisione all’interno dei Paesi islamici passava tra secolarismo e islamismo politico, oggi queste società sono contraddistinte da una polverizzazione della dimensione religiosa. Consapevoli dell’impossibilità di formare un fronte unico sunnita, alcuni Paesi del Medio Oriente giocano perciò la carta della realpolitik. Come il Qatar, che infatti è stato accusato dalla coalizione di appoggiare cinicamente associazioni diverse, anche terroristiche, a proprio vantaggio. D’altra parte, le accuse rivolte al Qatar riguardano proprio l’utilizzo da parte sua di ciò che resta dell’islamismo politico pansunnita per destabilizzare i Paesi vicini appoggiando gruppi messi fuorilegge, come i Fratelli Musulmani in Egitto. Certamente continueranno ad esserci appelli all’unità della comunità di fedeli, ma saranno sempre più funzionali all’organizzazione di riferimento e sempre più rivolti contro altri sunniti nemici, considerati traditori se non addirittura apostati della fede.

L’instabilità di un Medio Oriente sempre più frammentato può rappresentare, a seconda dei punti di vista, un’opportunità o una fonte di rischi. Per i Paesi arabi del Golfo questa situazione da un lato può rappresentare l’opportunità per dare finalmente vita a un’agenda politica del tutto autonoma, come stanno provando a fare gli Emirati Arabi Uniti e come potrebbe fare il Qatar, che dal canto suo, a seguito di questa crisi, potrebbe definitivamente uscire dalla galassia dell’ex fronte sunnita e cercare nuovi appoggi, soprattutto dall’Iran ma anche dalla Cina e dalla Turchia (una delle richieste dell’ultimatum posto a Doha è la sospensione dei lavori di costruzione di una grande base militare turca all’interno del Paese). Dall’altro, però, l’aumento della conflittualità nella regione rappresenta anche un grave pericolo per i piccoli Stati.

Sin da quando sono arrivati i primi grandi profitti dall’esportazione di idrocarburi, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e gli altri Paesi del gruppo hanno trasformato la loro ricchezza in investimenti utili a rafforzare la loro sicurezza internazionale. Le dimensioni molto ridotte non hanno però consentito loro di allestire forze di sicurezza in grado, da sole, di respingere eventuali invasioni da parte dei vicini più grandi. A questa debolezza strutturale hanno cercato di sopperire diventando sempre più un punto di riferimento globale su diversi fronti: logistico, energetico, finanziario. In questo modo, hanno pensato, un’eventuale aggressione nei loro confronti verrebbe considerata come inaccettabile da parte delle principali potenze globali e la prospettiva di ricreare una larga coalizione come quella a guida americana durante la prima Guerra del Golfo viene ritenuta un deterrente sufficiente a scoraggiare ogni offensiva da parte di Iran, Arabia Saudita e altri Paesi della regione.

Tuttavia, affinché questa strategia funzioni è necessario che gli investimenti da e verso i Paesi arabi del Golfo proseguano e crescano nel tempo, e ciò è possibile solo se ci sono sufficienti garanzie per i partner internazionali. Garanzie che potrebbero venir meno se il Medio Oriente dovesse andare incontro a un crescendo di frammentazione e conflittualità. I Paesi della coalizione anti-qatariota sanno benissimo che per mettere in ginocchio Doha l’intervento militare non solo non serve, ma sarebbe persino controproducente. Una soluzione ben più adatta sarebbe quella di colpire direttamente il Paese nei suoi punti di forza: i trasporti aerei (blocco dei voli di Qatar Airways), l’informazione (richiesta di spegnere il network di bandiera Al-Jazeera) e la finanza (divieto di usare i fondi sovrani per finanziare associazioni terroristiche internazionali. Nonostante non utilizzino armi, questo tipo di azioni non sono meno pericolose; al contrario, impongono sia al Qatar, sia agli altri Paesi arabi del Golfo di rimodulare le proprie strategie di sicurezza nel medio e lungo termine.

Un elemento molto importante che sta emergendo da questa crisi è la sostanziale indifferenza dell’Occidente rispetto alla situazione del Qatar. Nonostante miliardi di euro investiti nelle economie locali, nessuno dei Paesi europei sembra volersi esporre apertamente a favore di Doha, nemmeno la Francia, Paese particolarmente interessato dagli investimenti del Qatar e che ha solo chiesto che si giunga a una conclusione della crisi. Le ragioni possono essere sia politiche che elettorali, legate all’impopolarità del sostegno a Paesi che l’opinione pubblica europea ritiene fiancheggiatori del terrorismo islamista, o legate a un semplice calcolo di costi/benefici: spesso il Qatar ha investito negli stessi Paesi in cui lo hanno fatto gli Emirati Arabi Uniti e un’eventuale presa di posizione pro-Qatar rischia di trasformarsi in una perdita di investimenti da parte di Abu Dhabi. Solo gli Stati Uniti si stanno impegnando nella ricerca di un compromesso tra le parti, ma si tratta di un obiettivo ormai secondario per Washington in un quadrante, quello mediorientale, da cui gli americani si stanno progressivamente disimpegnando. L’obiettivo per l’amministrazione Trump non è cercare di salvare una coalizione sunnita che ormai non esiste più, ma evitare che i Paesi rimasti allineati agli Stati Uniti, soprattutto Egitto e Arabia Saudita, calchino troppo la mano col Qatar per scongiurare l’ipotesi che quest’ultimo finisca direttamente tra le braccia dell’Iran.

La strategia d’investire per garantirsi maggiore sicurezza può funzionare per questi Paesi solo se le grandi potenze interessate per ragioni economiche all’autonomia dei Paesi arabi del Golfo sono molteplici e in competizione tra di loro. Altrimenti, se la potenza interessata fosse solo una, quest’ultima non avrebbe problemi (e scrupoli) a imporsi su questi Paesi togliendo loro l’autonomia, creando una situazione non troppo diversa al patronato che l’Impero Britannico ha esercitato su quei territori fino agli anni Settanta del XX Secolo.

Se l’Occidente si chiamasse fuori dalla regione anche dal punto di vista economico, ai Paesi arabi del Golfo non rimarrebbe che guardare alla Cina e all’India. Ma sebbene la Cina consideri ancora le sponde arabe del Golfo Persico come parte delle sue strategie per la creazione di nuove “Vie della Seta” che congiungeranno l’Estremo Oriente all’Europa continuando quindi a investire sui Paesi arabi del Golfo, al tempo stesso si sta impegnando a costruire grandi porti sulle coste orientali dell’Africa. Per Pechino il vantaggio nel far passare i suoi traffici attraverso questi hub piuttosto che a Dubai, o Doha, deriverebbe dal fatto che i porti africani sarebbero di fatto sotto il pieno controllo cinese. Nei prossimi anni quindi è probabile che la stessa Cina possa abbandonare la via mediorientale a vantaggio di quella africana, soprattutto per i commerci via nave verso l’Europa, un processo che verrebbe senza dubbio accelerato se l’instabilità nella penisola araba fosse tale da non poter più dare le garanzie richieste da Pechino.

In uno scenario del genere, resterebbe la sola India come potenza interessata nella regione. Per il momento New Delhi tiene un basso profilo nelle vicende arabe, ma con una fortissima comunità di espatriati indiani residente in questi Paesi (negli Emirati Arabi Uniti gli indiani sono la comunità più numerosa, quasi il triplo rispetto agli emiratini autoctoni) e la prossimità della regione rispetto al Subcontinente indiano fanno sì che l’India nei prossimi anni sarà sempre più presente nell’area. Una presenza che potrebbe diventare nel tempo un’egemonia invincibile per i piccoli Paesi arabi del Golfo, soprattutto qualora perdessero la forza di rendersi interessanti e, quindi, meritevoli di protezione da parte delle altre grandi potenze mondiali di questo secolo.

 


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