2 ottobre 2020

Da Alt-right ai Proud Boys. L’estrema destra USA negli anni di Trump

 

Durante il primo dibattito televisivo tra candidati alla Casa Bianca il presidente Donald Trump ha evitato di condannare il suprematismo bianco e a una domanda sui Proud Boys ha risposto «Fate un passo indietro e tenetevi pronti». In rete e sui media si è scatenato l’inferno: i simpatizzanti di questo gruppo hanno prodotto meme e nuovi loghi, il resto del mondo si è indignato. Che gruppo è quello dei “Ragazzi fieri”? E cosa c’entra con il suprematismo bianco e l’estrema destra?

Tendenze estreme e a tratti inquietanti non hanno nulla di nuovo nella destra statunitense, che ha una lunga storia che a tratti e in certi ambiti flirta con le “tradizioni” fasciste e naziste europee e nella maggior parte dei casi si nutre di miti, storie, simboli, ossessioni propri. L’estrema destra americana non è neppure omogenea o organizzata in partiti, ma da quando Trump ha annunciato la sua candidatura nel 2015, diverse sigle e personaggi hanno conosciuto una notorietà mai avuta prima, svecchiando, se così vogliamo dire, un panorama fatto di bande di naziskin, gruppi di suprematisti bianchi che si informano su Stormfront e capitoli locali del Ku-Klux Klan.

 

Se il 2016 e il 2017 sono gli anni di Milo Yiannopoulos e della Alt-right, il 2020 è senza dubbio il momento dei Proud Boys e dei Boogaloo Bois. Facce molto diverse di una galassia complicata, cresciuta assieme ai social media e sfuggente quanto lo sono i gruppi senza un orientamento politico definito, spesso con posizioni politiche che non ti aspetti. Un terreno comune però c’è ed è un mix di nostalgia di un passato mai vissuto, un libertarianesimo americano che vede il male nel potere federale e il bene in un’interpretazione letterale della Costituzione – il diritto a formare milizie e portare armi – e un rifiuto per le società complesse, la globalizzazione e tutte le istanze relative ai diritti civili cresciute a partire dagli anni Sessanta (la società multirazziale, il femminismo, i diritti degli omosessuali). All’apparenza il paradosso è quello di un mix di estrema modernità degli strumenti e una visione da club dei maschioni che bevono birra e giocano a biliardo arrostendo enormi bistecche su un barbecue. La realtà è un po’ più complicata.

 

Il primo personaggio da raccontare brevemente, infatti, è Milo Yiannopoulos, britannico di origine greca, omosessuale, ferocemente islamofobo, razzista. Ma sempre con il sorriso e il sarcasmo, come a dire “ma dai, voi bacchettoni del politicamente corretto non sapete ridere”. Per certi versi si tratta di una cultura di destra che riecheggia quella degli olandesi Theo Van Gogh e Pym Fortuyn, libertari e antislamici, entrambi assassinati nei primi anni Duemila: occidentale, libertaria, tradizionalista, ma anche piena di contraddizioni. Yiannopoulos ha lavorato per Breitbart News ed è caduto in disgrazia per aver parlato bene della pedofilia; i suoi account social sono stati cancellati per un periodo, ma oggi è vivo e vegeto, il suo canale YouTube ha 800 mila iscritti e va in onda sulla TV a pagamento Censored.TV, il sito che produce trasmissioni nelle quali la presenza di Gavin McInnes, il fondatore dei Proud Boys, è una costante. Si fregia di far parlare tutti perché è contro la “segregazione ideologica” e difende la libertà di parola, anche degli avversari. Yiannopoulos era anche il presentatore della festa per la vittoria alle primarie di Laura Loomer, candidata per i repubblicani nel distretto elettorale della Florida dove si trova Mar-a-Lago, il resort dove Trump gioca a golf. A sua volta Loomer è la faccia estrema del partito, divenuta famosa per essersi presentata in burqa a un seggio nel 2016 chiedendo di votare sotto il nome di Huma Abedin, ex capo staff di Hillary Clinton (la scheda le fu rifiutata).

 

La seconda figura divenuta nazionale è Richard Spencer, leader, se così si può definire, di quella che egli stesso nel 2008 definì la Alt-right, la galassia della “destra alternativa”, nuova, antitetica e nemica di quella conservatrice che a parole ha solidi principi ma è collusa con i poteri forti. Quella Alt-right è appunto una galassia, filoni di pensiero, siti, gruppi che vanno dai neotradizionalisti agli archeofuturisti (tradizione e innovazione) seguaci del francese Guillaume Faye. La verità però è che per celebrare la vittoria di Donald Trump, durante un convegno a Washington, Spencer e altri hanno parlato di se stessi come «figli del sole» il cui destino è riprendersi l’America perché «essere bianchi significa essere determinati, crociati, esploratori e conquistatori...noi non abbiamo bisogno di loro (le altre comunità), loro hanno bisogno di noi». La fine del convegno si è celebrata scandendo «Heil Trump», come rivelato da un video pubblicato su The Atlantic. Qui siamo, insomma, nel solco della estrema destra tradizionale, ma con il sorriso e la faccia pulita dei ragazzi bianchi del college.

 

Tutte queste figure e gruppi crescono e fanno adepti grazie a Internet e ai social network, quelli noti e quelli paralleli come 4Chan o ai gruppi Telegram. Per questo non si possono definire organizzazioni. Ma grazie alla capacità di stare in rete, esserci, essere visibili e in qualche modo cool riescono a far parlare di sé e a crescere in visibilità. Sono subculture che, a volte con una regia, a volte per caso, emergono e puntano a diventare mainstream. Un discorso che vale per le individualità di cui abbiamo parlato come per i due fenomeni del momento, i Proud Boys e i Boogaloo Bois.

 

I secondi, come i primi, si sono visti alle marce in difesa delle città messe a ferro e fuoco dagli antifa e dalle manifestazioni di Black lives matter. Un’iconografia fatta di simboli patriottici, una mitizzazione del ruolo delle milizie nella storia della Rivoluzione americana, un amore smodato per le armi da fuoco sembrano essere ciò che aggrega persone diverse tra loro, cui andare a marciare per difendere la civiltà americana voluta da Dio e costruita dai padri fondatori regala un’identità, in un momento storico in cui queste sono sfuggenti e complicate. Il credo fondamentale dei Boogaloo è che per tornare all’età d’oro dell’America occorra una nuova guerra civile e che il loro compito sia quello di creare le condizioni perché questa esploda. «I membri del movimento non hanno necessariamente un’ideologia che li unisce. In un certo senso coprono tutto lo spettro dell’estrema destra. Molti di loro sono libertari immersi nella cultura delle armi da fuoco. Altri sono suprematisti bianchi e sono apertamente razzisti» come ha spiegato alla radio pubblica NPR Cassie Miller, del Southern Poverty Law Center. Lo stesso vale per i Proud Boys.

 

L’esempio perfetto di tutte queste ambiguità, di questo giocare con le parole, andare oltre il lecito per poi sorridere e spiegare che “si stava scherzando” sono però i Proud Boys. Non a caso il fondatore del gruppo è Gavin McInnes, uno che di subculture se ne intende: tra i fondatori di Vice News, barba, taglio di capelli, tatuaggi e occhiali hipster, sembra il barista alla moda di un locale di Brooklyn. Il cinquantenne nativo del Canada è capace di svicolare dall’essere di estrema destra con grande abilità e presentando il suo come un club di bravi ragazzoni. L’idea di vestire la maglietta Fred Perry gialla e nera da portare alle marce deve essere di McInnes, una divisa di gruppo, un segno di riconoscimento che fa identità (la Fred Perry è un simbolo della subcultura skinhead). Essere un Proud Boy in un mondo che cambia è, insomma, non sentirsi marginalizzati perché la propria scala di valori è quella di un maschio bianco anni Cinquanta.

«Siamo maschi cui piace essere maschi, veneriamo le casalinghe, glorifichiamo l’impresa, siamo convinti che l’Occidente sia il meglio, amiamo la libertà di espressione e il secondo emendamento, siamo contro la guerra alla droga e per i confini chiusi. La razza per noi non è un tema», spiega in una lunga intervista radiofonica a una talk radio conservatrice.

Essendo uomo di mondo, probabilmente McInnes non è un suprematista bianco in senso stretto: «Non siamo razzisti perché neri e ispanici sono incoraggiati a essere mascolini, e quindi molti di loro ci avvicinano». Ma il fascino della banda di maschi che bevono birra e parlano di cose da maschi richiama, ovviamente, anche i suprematisti che pensano che nell’America contemporanea e nel mondo globalizzato il maschio bianco sia costretto da una dittatura della cultura multietnica e del politicamente corretto a rinunciare alla propria identità. E così tra armi, servizio d’ordine volontario ai comizi di Trump, bevute di birra, difesa delle città dalla violenza antifa, divise e segni di riconoscimento (l’OK con tre dita, un simbolo innocuo cui attribuire significati diversi come O. KKK), i Proud Boys sono divenuti visibili e sono arrivati fino al dibattito tra Biden e il presidente. Il massimo della visibilità, che del resto era il primo obbiettivo delle marce su Portland. In fondo i media amano le storie controverse e regalano visibilità ai fenomeni nuovi – quattro anni fa era la Alt-right, oggi i Boys.

La verità è che il vittimismo, la tristezza per il declino dei valori, il soffiare sulle paure sono un complemento del discorso razzista (abbiamo toccato questo tema ne Il fardello dell’uomo bianco, terza puntata del nostro podcast). Facciamolo spiegare a Derek Black, trentenne figlio di un Gran Dragone del Ku-Klux Klan, già star radiofonica di Stormfront e oggi ricercatore “convertito”. Parlando con NPR dei toni di certi gruppi e di alcuni oratori alla convention repubblicana di agosto, Black sostiene: «La parola “bianco” non compare mai in nessuno dei loro discorsi. Mi viene in mente il mio padrino David Duke (leader del KKK) che alla fine degli anni Ottanta è riuscito a farsi eleggere nell’Assemblea della Louisiana. Non ha mai usato epiteti razzisti. Non ha mai attaccato gruppi. Ha sempre usato il linguaggio delle vittime: la maggioranza silenziosa. Le vere vittime sono persone come te e me, che si battono contro le forze del politicamente corretto, contro le forze della discriminazione. La vera discriminazione è contro le persone che ci assomigliano ‒ e non si arriva mai a dire che le vittime sono i bianchi, perché bisogna sempre evitare di essere chiamati razzisti».

 

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Immagine: Membri dei movimenti di estrema destra Proud Boys e Boogaloo riuniti per un raduno Back the Blue, Portland, Stati Uniti (22 agosto 2020). Crediti:  Robert P. Alvarez / Shutterstock.com

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