3 settembre 2021

Dalla disfatta afghana, un duro colpo anche per Londra

 

A quasi venti anni dall’inizio della guerra in Afghanistan in cui il Regno Unito – guidato dal primo ministro Tony Blair ‒ è entrato in appoggio agli Stati Uniti in seguito agli attentati dell’11 settembre 2001, il 29 agosto 2021 l’ultimo aereo britannico ha lasciato l’aeroporto militare di Kabul riportando in patria gli ultimi soldati rimasti sul territorio afghano.

Una ritirata disordinata, che ha prestato il fianco a numerose polemiche nei confronti della gestione tenuta da parte del governo di Boris Johnson e in generale nei confronti di queste due decadi di conflitto, costate svariati miliardi di sterline e ben 456 vittime britanniche. Sacrifici che sembrano andati in fumo in poche ore con la riconquista del potere da parte di quelli stessi Talebani che le forze britanniche erano andate a combattere ormai venti anni fa.

La polemica più grossa che si è scatenata nei confronti del governo ha riguardato proprio come l’escalation abbia colto completamente impreparati i britannici a tutti i livelli. Sebbene da più di un anno si sapesse del ritiro delle forze armate americane, i servizi di intelligence sino a poche ore dalla caduta di Kabul non sono stati in grado di prevedere un avvento così rapido dei Talebani, al punto che il ministro degli Esteri Dominic Raab, proprio mentre il governo di Kabul capitolava, si trovava in vacanza a Malta, da dove si rifiutava di rispondere al telefono persino al suo omologo afghano che voleva organizzare la fuga dei traduttori afghani che avevano collaborato con i militari britannici.

Quella dell’evacuazione degli afghani che hanno lavorato con governo ed esercito britannici è stata forse la vicenda più drammatica in questi giorni ricchi di avvenimenti tragici. Il governo infatti sul finire del 2020 aveva istituito un programma di trasferimento chiamato ARAP (Afghan Relocations and Assistance Policy) studiato proprio per lo staff afghano che si ritenesse a rischio. La procedura è accessibile solo attraverso una richiesta on-line e prevede quattro categorie di valutazione di rischio della richiesta. Come è facile intuire nelle drammatiche ore di escalation afghana migliaia di persone in condizioni diventate precarie si sono trovate nella condizione di dover accedere a questo programma e a questa procedura burocratica piuttosto farraginosa.

Quindi, sebbene Johnson abbia dichiarato che la stragrande maggioranza di quanti hanno fatto richiesta attraverso il programma ARAP sono stati evacuati, al momento non è ancora chiaro quanti di coloro che ne avrebbero avuto diritto non sono riusciti a fare domanda. Tanto più che negli ultimi giorni almeno cinquemila mail inviate al ministro della Difesa da deputati e organizzazioni umanitarie in merito a segnalazioni di situazioni di emergenza, sono rimaste inevase.

Il contingente britannico ha addirittura anticipato di due giorni l’evacuazione rispetto a quella americana, per il timore di un nuovo attentato all’aeroporto come quello avvenuto il 26 agosto e che è purtroppo costato la vita anche a tre cittadini britannici (incluso un bambino).

Il governo di Sua Maestà si è impegnato ad accogliere 20.000 rifugiati dall’Afghanistan ma solo 5.000 nel corso del 2021, lasciando aperte però molte questioni: innanzitutto sul numero esiguo di persone da accogliere e soprattutto sulle tempistiche perché è chiaro che più i Talebani prenderanno in mano le redini del governo del Paese, più difficile sarà per le persone sfuggire dal regime, specie ora che le forze occidentali hanno abbandonato il campo.

Di fronte a questa situazione drammatica Johnson e il suo governo, paradossalmente, hanno visto una opposizione più dura da parte di parlamentari conservatori che dai laburisti.

Keir Starmer, infatti, pur sottolineando la cattiva gestione dell’emergenza da parte del governo, ha difeso la ratio dell’intervento in Afghanistan voluto e mantenuto per lunghi anni dai governi laburisti di Blair e Brown, ringraziando in Parlamento – riunitosi d’emergenza il 18 agosto, in piena pausa estiva, come non avveniva dal 2013 – le forze armate per il loro prezioso lavoro che, a giudizio del leader laburista, non è stato vano.

Molto più duri invece sono stati gli MP (Member of Parliament) dei Tories, alcuni dei quali veterani della guerra in Afghanistan, che hanno apertamente accusato Johnson di aver tradito chi come loro ha combattuto una guerra costata enormi sacrifici vanificati in poche ore dai Talebani. L’ex primo ministro Theresa May ha addirittura chiesto a Johnson di non abbandonare l’Afghanistan indipendentemente dalle decisioni degli americani. Proprio in risposta a questo l’inquilino di Downing Street ha dovuto, forse involontariamente, ammettere la posizione di debolezza del Regno Unito, che non sarebbe stato in grado di mantenere la propria posizione militare sul campo senza la protezione dell’esercito e soprattutto dell’aviazione americana.

Da qui la richiesta, fatta a Biden anche durante il G7 straordinario convocato dallo stesso Johnson, di rinviare a oltre il 31 agosto il ritiro delle truppe americane, richiesta respinta al mittente con decisione dall’amministrazione americana che – ancora una volta – non si è dimostrata molto sensibile alle richieste di Londra.

Insomma, se per gli americani quello che è successo in Afghanistan è certamente portatore di un forte ridimensionamento del proprio peso geopolitico, lo è ancora più drammaticamente per il Regno Unito che dopo la Brexit appare sempre più isolato ma soprattutto a corto di opzioni senza una sponda da una Washington troppo concentrata sulle proprie emergenze interne e internazionali per occuparsi della “special relationship” con Londra.

 

Immagine: Il ricordo dei membri delle forze armate che hanno perso la vita in Afghanistan. Papaveri al Giardino della Rimembranza dell’abbazia di Westminster, Londra, Regno Unito (11 novembre 2015). Crediti: Malcolm P Chapman / Shutterstock.com

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