25 ottobre 2020

Le elezioni americane e noi

 

È in fondo una delle tante manifestazioni dell’egemonia degli Stati Uniti: l’interesse e la curiosità del resto del mondo per le loro elezioni, con i rituali che tutti abbiamo imparato a conoscere e il circo mediatico che senza sosta li mostra, racconta e descrive. Egemonia che per certi aspetti permane ancor oggi, per quanto scossa, contestata e finanche screditata dal cattivo spettacolo che la democrazia statunitense ha dato di sé in questi ultimi anni. Il dollaro talora annaspa, ma rimane valuta dominante; l’hard power militare e l’impareggiabile rete globale di basi grandi e piccole attraverso cui veicolarlo non hanno rivali; il soft power culturale, per quanto sussunto entro forme d’integrazione globale che in parte lo de-territorializzano, non ha a sua volta sfidanti.

Fragile, colpita pesantemente dal Covid, disfunzionale nella sua crescente improduttività legislativa, nella polarizzazione politico-elettorale e nella inefficienza di governo, improbabile nei leader che produce e vota, a partire dal suo attuale presidente, la potenza americana resta incontestabilmente superiore. E però nemmeno essa può essere pienamente sovrana. Come nel caso di altre destre radicali, anche quella trumpian-repubblicana offre una retorica tutta centrata sulla riaffermazione della sovranità dolosamente perduta. Rendere nuovamente grande l’America – to make America great again, nello slogan emblema del trumpismo – vuol dire avere come mezzo e fine il recupero della piena indipendenza e autonomia: dalle minacce esterne; dai vincoli della governance globale per come questi si espletano nelle grandi organizzazioni internazionali; dagli stessi oneri ultimi dell’egemonia.

La pandemia globale, e il colpo pesantissimo che essa sta inferendo agli Usa, rivelano però in modo quasi parossistico quanto chimerica sia questa rivendicazione di sovranità. Le dinamiche di integrazione mondiale si dispiegano in vari modi, dando vita a un reticolo di interdipendenze economiche, strategiche e culturali al cui centro gli Usa si collocano: soggetto in grado come nessun altro di condizionarle (e destabilizzarle), ma non di affrancarsene pienamente. Il virus ci offre un monito cristallino, insomma, sui mille lati oscuri e pericolosi dell’interdipendenza e sull’illusorietà di qualsiasi risposta sovranista, anche di quella dell’unica vera superpotenza globale.

Illusione i cui effetti non si limitano però solo agli Usa, ma si riverberano su scala globale. Le elezioni americane le guardiamo perché sono uno dei tanti spettacoli che gli Usa offrono a una platea catturata e spesso ipnotizzata. Ma le guardiamo anche perché, consapevolmente o meno, sappiamo che in una certa misura ci riguardano. Perché quel che l’egemone fa o non fa ha un impatto, spesso rilevante, sul resto del mondo. E perché, proprio per il ruolo globale degli Stati Uniti, si è fatto vieppiù difficile separare la loro politica interna da quella estera, le scelte che si compiono dentro gli Stati Uniti e le ripercussioni che esse possono avere fuori dagli Usa. Scelte in materia di politica fiscale o di deregulation del sistema bancario possono avere un impatto rilevante, e talora devastante, sulla finanza globale, come abbiamo visto nel 2008. Politiche di riduzione delle emissioni nocive negli Usa risultano propedeutiche se non indispensabili al rilancio di un’azione mondiale contro il cambiamento climatico, come evidenziò l’azione in tal senso dell’amministrazione Obama che aprì la strada prima all’accordo bilaterale del 2014 con la Cina e poi alla fondamentale COP21 di Parigi. Un impegno forte degli Usa nelle organizzazioni internazionali è condizione indispensabile, ancorché non sempre sufficiente, per far funzionare e possibilmente rafforzare processi di governance globale, parziali e incompleti quanto si vuole, ma comunque imprescindibili.

Caratterizzati dalla chimerica ricerca della sovranità perduta, oltre che dallo scarto macroscopico tra la retorica nazionalista e i risultati effettivamente ottenuti, gli anni di Trump ci hanno mostrato una volta di più quanto importanti e consequenziali siano per il mondo le scelte elettorali degli americani. Certo, tutti gli indicatori utilizzati nel 2016 da Trump per denunciare la condizione di debolezza e giustificare il suo nazionalismo e il suo protezionismo sono rimasti invariati o addirittura peggiorati. La bilancia commerciale (inclusa quella bilaterale con la Cina) ha visto sotto Trump i suoi passivi più alti di sempre. Del tutto irrealistico alla luce della complessità transnazionale delle catene di produzione, il disegno di re-industrializzazione del Paese non ha portato alcun risultato e, pre-Covid,  la curva di occupati nel manifatturiero non ha visto radicali alterazioni dopo il gennaio 2017. I deficit di bilancio sono stati elevatissimi (nel 2019 addirittura il 4,6% del PIL, quasi il doppio rispetto all’ultimo biennio obamiano) e il debito è tornato a crescere, incluso quello in mano a investitori stranieri, un altro dei parametri – molto binari e semplicistici – usati da Trump per denunciare la debolezza degli Usa. La cautela dispiegata da Trump rispetto all’uso della forza – che non si estende però ai droni e riflette la riluttanza di un’opinione pubblica a sostenere nuovi interventi militari – è stata per molti aspetti apprezzabile. Su un altro piano però, che di nuovo la pandemia rivela in modo quasi plastico, le scelte sovraniste e unilateraliste di Trump ci mostrano quanto pericolose, pur nella loro acclarata inefficacia, esse possano essere. La pandemia è infatti indicativa dello scarto, macroscopico, tra la profondità delle dinamiche di integrazione mondiale e l’insufficiente parzialità delle regole atte a governarne, gestirle e controllarle: tra globalizzazione e globalità, per usare un facile slogan. Uno scarto impossibile a colmarsi e anzi destinato ad acuirsi in caso di defezione statunitense. Defezione che nell’era Trump ha contraddistinto molteplici dossier: dal controllo degli armamenti al commercio globale (con il boicottaggio di fatto del sistema delle corti del WTO); dalle politiche di scambi culturali e di mobilità studentesca al negazionismo del cambiamento climatico e l’uscita dagli accordi di Parigi del 2015.

È ovvio che, a prescindere da Trump, agisce una più generale crisi della globalizzazione per come questa si è dispiegata negli ultimi 30/40 anni. Crisi esposta in modo drammatico nel 2007-2008, quando si rivelarono i suoi tanti, pesantissimi baratti, soprattutto per segmenti ampi di un ceto medio impoverito e non più capace di affidarsi all’ammortizzatore sociale, indiretto ma potentissimo, dei consumi a debito. Ci troviamo per molti aspetti ancora sotto il cono d’ombra di quel tornante cruciale, di cui l’elezione di Trump è stata in una certa misura essa stessa il prodotto. È ancor più ovvio che da quella crisi non si esce con chiusure nazionalistiche, sovranismi irrealistici e pericolosi o anche solo creazione d’interdipendenze asimmetriche e regionaliste che, con tutti gli adattamenti del caso, paiono riecheggiare gli anni 30 del Novecento. Non si esce insomma con il trumpismo. Ed anche per questo è inevitabile prestare tanta attenzione a cosa accadrà negli Usa il 3 novembre prossimo.

 

Immagine: Jasper Johns, White flag, 1955. Encausto, olio, carta da giornale e carboncino su tela. Crediti: @ the Met, NYC / www.flickr.com

 


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