3 maggio 2018

Dentro il puzzle libico

Intervista a Michela Mercuri

Un Paese strategicamente fondamentale, collocato nel cuore geografico del Maghreb/Mashreq e punto di raccordo lungo la direttrice geopolitica che dall’Europa passa per il Mediterraneo centrale e penetra nell’Africa del Sahara e del Sahel. Una realtà complessa, in cui le diversità erano state ricondotte a unità apparente da Muammar Gheddafi, che, anche grazie alla distribuzione delle rendite petrolifere, era riuscito a tenere sotto controllo per un quarantennio le spinte centrifughe. Quando però nel 2011 il regime è crollato, quell’unità apparente si è sgretolata, e oggi – a quasi sette anni dagli eventi che segnarono la fine del regime gheddafiano – la Libia pare degradata al rango di Stato fallito. Per provare a comprendere i fragili (dis-)equilibri che attraversano il Paese e capire in quale direzione va la Libia, abbiamo parlato con Michela Mercuri, docente presso la SIOI (Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale) e autrice del libro Incognita Libia: cronache di un Paese sospeso (ed. Franco Angeli, 2017).

 

A quasi sette anni dalla caduta di Gheddafi, la Libia pare ancora lontana da concrete prospettive di stabilità. Può tracciarci un quadro del frastagliato panorama politico libico attuale?

Dal 2011, la Libia sta vivendo una crisi multiforme: politica, economica e di sicurezza.

Il contagio delle rivolte arabe ha distrutto l’edificio nazionale che Gheddafi – seppur col pugno di ferro – aveva cercato di costruire, e ha trasformato il Paese in un grande campo di battaglia, occupato da milizie tribali o jihadiste. L’intervento militare anglo-francese, con il sostegno degli Stati Uniti e quello riluttante dell’Italia, ha reso il Paese ancora più ingovernabile, e il caos interno ha agevolato le organizzazioni jihadiste e i gruppi criminali che lucrano sul traffico dei migranti diretti verso l’Italia. Gli ultimi anni hanno visto il revanscismo – o la nascita – di numerose organizzazioni estremiste, a partire da Ansar al-Sharia, i cui membri sono in parte confluiti nelle fila dello Stato islamico (IS) che, seppure defenestrato dalla sua capitale libica Sirte nel dicembre 2016, continua a essere presente in alcune zone del Paese.

A sud, nel Fezzan, oltre ai ‘residuati’ dell’IS, sembra essersi ben radicata la rete di al-Qaida nel Maghreb islamico (AQMI), rafforzata dall’arrivo, attraverso i porosi confini libici, di combattenti di ritorno da altri scenari del Nordafrica e del Medio Oriente. La spaccatura tra Tripoli – dove Fayez al-Sarraj non riesce a gestire le numerose milizie presenti nel territorio – e l’Est del Paese, controllato solo in parte dalle milizie dell’esercito nazionale libico di Khalifa Haftar, continua a mettere in crisi qualunque tentativo di stabilizzazione politica. Il generale, dopo un misterioso ricovero a Parigi, è rientrato in Libia, ma, a causa delle sue precarie condizioni di salute, da molti non è più considerato l’uomo forte della Cirenaica, bensì un leader sul viale del tramonto. Questo, se da un lato potrebbe ingenerare ulteriore caos a motivo delle possibili lotte interne per la sua ‘successione’, dall’altro potrebbe aprire a un nuovo dialogo tra le istanze dell’Est e dell’Ovest.

Sullo sfondo permane l’endemica crisi economica: il prodotto interno lordo, che nel 2010 era pari a circa 75 miliardi di dollari, oggi è più che dimezzato, in conseguenza del calo della produzione del greggio cui il PIL libico è legato quasi totalmente. È facilmente intuibile, dunque, il motivo per cui i traffici illeciti – di armi, di migranti, di merci di contrabbando e di tutto ciò che può fruttare qualche dinaro – siano divenuti il core business dell’economia locale.

In sintesi, la Libia oggi sembra virare sempre più verso un failed State. Un processo di stabilizzazione politica e di ripresa economica, supportato dalla comunità internazionale, sarebbe l’unica soluzione praticabile, ma al momento gli attori regionali e internazionali impegnati a vario titolo nel teatro libico paiono più propensi al perseguimento dell’interesse nazionale che alla ricerca di una soluzione comune.

 

Italia e Francia sono parse le realtà più interessate alle evoluzioni degli scenari in Libia. A cosa si ricollega il loro attivismo e quali strategie hanno seguito Roma e Parigi?

Le strategie sono diverse, ma finalizzate allo stesso obiettivo: la salvaguardia degli interessi nazionali, che evidentemente non convergono né sui temi economici, né sulla questione migratoria. Per comprenderlo basta osservare cosa è accaduto negli ultimi sette anni. L’intervento militare del 2011 è stato voluto dal governo francese dell’allora presidente Sarkozy per meri calcoli interni: necessità di allargare la fetta petrolifera d’Oltralpe e volontà di porre fine al Trattato di amicizia e cooperazione italo-libico del 2008 con cui il nostro Paese si era garantito la primacy su importanti rapporti commerciali. L’Italia ha deciso, suo malgrado, di prendere parte alle operazioni militari per tutelare interessi e investimenti importanti che nell’ultimo cinquantennio avevano reso il nostro governo l’interlocutore privilegiato di Tripoli. È evidente come entrambi i Paesi abbiano cercato di tutelare i propri interessi. Tuttavia, per l’Eliseo le cose non vanno come ‘da programma’ e la Francia si trova a fare i conti con uno Stato sempre più ingovernabile, in cui l’ENI resta l’unica società internazionale ancora in grado di produrre e distribuire petrolio e gas.

Le strategie di Italia a Francia sembrano convergere nel 2015 quando entrambe aderiscono al piano ONU per il Governo di accordo nazionale guidato da Sarraj. Tuttavia la comunità di intenti è solo apparente: se in sede ONU la Francia si era detta pronta a sostenere il neopremier, ha però continuato a supportare Haftar e i suoi sponsor regionali, utili per la vendita di armi e altri affari. L’Italia continua a sostenere Sarraj e a ‘lavorare’ con gli attori dell’Ovest, anche allacciando i rapporti con le varie milizie che controllano il territorio. Anche in questo caso è evidente il tentativo di salvaguardare gli interessi nazionali: dalle coste tripoline partono molti dei migranti che arrivano in Italia. Il terminal ENI di Mellitah è a tutt’oggi uno dei pochi ancora funzionanti e sono italiane molte delle attività estrattive off-shore realizzate a largo delle coste tripoline. La partita, dunque, è ancora aperta e, al momento, al di là degli incontri formali e dei buoni propositi di facciata, non sembra esserci una convergenza tra Italia e Francia.

 

Nel dibattito politico italiano, di Libia si è spesso parlato per la questione migratoria. L’accordo stipulato con le autorità tripoline per il controllo delle migrazioni è stato oggetto di forti critiche; da più parti sono state inoltre denunciate le drammatiche condizioni dei migranti nei centri di detenzione. Protezione dei diritti umani e gestione ordinata dei flussi migratori sono obiettivi perseguibili insieme in Libia?

In un contesto come quello libico attuale sembrerebbe proprio di no. È difficile immaginare un’azione che possa tutelare i diritti umani e, al contempo, gestire i flussi migratori in un Paese senza un’autorità centrale e, per di più, in preda alle milizie. La politica messa in campo dall’Italia per il controllo dei flussi migratori è, in tal senso, emblematica. Se il piano consisteva nel depotenziare il ruolo delle ONG nelle operazioni di ricerca e salvataggio in mare appaltando il problema alla guardia costiera libica, con l’obiettivo di avere il minor numero possibile di migranti da condurre nei porti italiani, possiamo dire che, dati alla mano, l’operazione pare aver raggiunto l’obiettivo sperato: nei primi 4 mesi del 2018 è stato registrato un calo negli sbarchi del 70% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Ma se guardiamo oltre le cifre, le cose cambiano. Per la realizzazione di tale politica sono stati messi in campo soldi e aiuti per la guardia costiera, ma anche per alcune milizie precedentemente implicate nella tratta di migranti.

I rischi sono evidenti. In primo luogo, i gruppi armati – che cambiano casacca con estrema facilità – potrebbero rispettare gli accordi finché farà loro comodo, cioè fintanto che garantiranno un afflusso di denaro sufficiente a coprire i mancati introiti del traffico dei migranti. L’esperienza ci ha insegnato che dare soldi alla Libia significa spesso finire per pagare le armi di gruppi e milizie che poco hanno a cuore lo sviluppo del Paese. In secondo luogo, tale politica ha avuto come drammatico contraltare il ‘sequestro’ di migranti nei centri di detenzione libici. In questo momento ci sarebbero tra le 400.000 e le 700.000 persone intrappolate nei lager sparsi per il Paese. Nei 40 e più campi di detenzione ‘ufficiali’, secondo stime dell’UNHCR, sarebbero imprigionate circa 15.000 persone. Delle altre, invece, si sa poco o nulla. Tanto basta per spiegare come senza una stabilizzazione del quadro politico e una messa in sicurezza del territorio – che passa anche per il depotenziamento delle milizie e dei vari gruppi armati – nessuna politica di contenimento dei flussi potrà andare di pari passo con la tutela dei migranti.

 

Italia e Francia non sono gli unici Paesi interessati agli equilibri libici, e se gli USA paiono leggermente defilati, Russia, Turchia, Egitto e monarchie del Golfo cercano tutti di attuare le loro agende sulla Libia. Quanto questa situazione complica ulteriormente il quadro?

In Libia si sta giocando anche una guerra per procura tra attori regionali e internazionali che sostengono le varie fazioni locali. Questa è una delle principali cause della difficoltà di stabilizzare il Paese. Sarraj ha potuto fin qui contare sull’appoggio americano – per lo meno fino alla presidenza Obama – e italiano, nonché di alcuni attori regionali come Qatar e Turchia, mentre Haftar è forte del sostegno della Russia, della Francia e, a livello regionale, dell’Egitto e degli Emirati Arabi Uniti. Ognuno persegue il proprio interesse.

La Russia, che non ha certo bisogno del gas e del petrolio della Libia, non disdegna di vendere know-how e tecnologie per i tanti impianti da saggiare nell’Est ricchissimo di petrolio. Inoltre, Haftar ha bisogno di armi per proseguire la sua guerra contro gli islamisti e Putin ha tutto l’interesse a fornirgliele. L’Egitto spalleggia il generale per tessere le proprie mire in Libia. È un segreto ormai svelato dalla storia la volontà del Cairo di allargare la propria influenza in Cirenaica, che al-Sisi considera una storica provincia egiziana alla stregua di re Faruq, che la reclamava già nel 1943. Inoltre l’Egitto condivide con la Libia un confine lungo quasi 1000 km: la sponda con Haftar per bloccare le possibili infiltrazioni jihadiste dall’Est libico è fondamentale per al-Sisi. Tra i supporter del ‘leader della Cirenaica’ vanno anche annoverati gli emiratini che hanno sovvenzionato e armato le milizie agli ordini del generale. Dall’altra parte la Turchia, pur avendo abbandonato la grand strategy post-primavere arabe di porsi come modello dei Paesi orfani dei vecchi regimi, si è schierata apertamente con la Fratellanza musulmana tripolina, riaprendo la porta alle aspirazioni di influenza attraverso una scelta di campo ideologica centrata sul sostegno agli islamisti.

 

Il 2018 dovrebbe essere un anno decisivo nella transizione libica, con l’elezione del nuovo Parlamento e del nuovo presidente. Dal punto di vista politico-istituzionale, ritiene maturi i tempi per un appuntamento elettorale? E quali potrebbero essere gli esiti del voto?

Quando l’inviato dell’ONU per la Libia, Ghassan Salamé, ha parlato di elezioni entro la fine dell’anno, la Libia ha vissuto una recrudescenza di violenze che non si vedeva da tempo. Prima il brutale assassinio del sindaco di Misurata, poi scontri nei pressi dell’aeroporto di Tripoli tra le forze di deterrenza Rada – vicine a Sarraj – e gruppi fedeli all’ex premier del Governo di salvezza nazionale Khalifa Ghwell e quindi lo scoppio di due autobombe a Bengasi che ha causato la morte di più di 30 persone. È plausibile ipotizzare che questo ‘fermento’ sia da addebitare proprio alle possibili elezioni, in vista delle quali ogni gruppo cerca di rivendicare il proprio potere o di indebolire gli avversari, per dimostrare di essere un attore indispensabile e assicurarsi dunque un posto al sole nei futuri equilibri politici del Paese. A sostegno di tale tesi paiono deporre da ultimo gli attentati suicidi del 2 maggio presso gli uffici della commissione elettorale a Tripoli, che hanno causato alcune vittime. Viste da questa prospettiva, allora, le nuove elezioni politiche in Libia potrebbero essere considerate una delle cause del deterioramento della situazione interna e non una possibile soluzione per il consolidamento di un nuovo status quo. Ciononostante, durante il vertice dello scorso 30 aprile al Cairo, il Quartetto per la Libia ha espresso il suo sostegno all’organizzazione del voto entro la fine dell’anno. Sarebbe invece necessario invertire la prospettiva: non elezioni per stabilizzare la Libia, ma tentare di stabilizzare la Libia prima di indire elezioni. È evidente infatti che in un contesto così frammentato e instabile, chiunque sarà il leader vincitore dalla tornata elettorale — il generale Haftar, o Saif al-Islam Gheddafi come da molti ipotizzato, o una qualche coalizione di milizie e attori diversi — non sarà in grado di governare il Paese ma, anzi, potrebbe essere defenestrato, magari in maniera violenta, in poco tempo.


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