8 giugno 2020

Dentro le tensioni USA-Cina

 

Questa pandemia globale sembra avere dato un colpo ulteriore a una globalizzazione già da tempo sulla difensiva. Da un lato, il virus e la sua diffusione incontrollata hanno simboleggiato in forma quasi parossistica il lato oscuro e minaccioso dell’interdipendenza: la dimensione naturalmente negativa e pericolosa dei processi d’integrazione globale dell’ultimo mezzo secolo. Dall’altro, questa crisi sanitaria ha acuito le tensioni preesistenti tra i due principali attori del sistema internazionale, Stati Uniti e Cina, rivelando una volta di più la fragilità e le contraddizioni dell’interdipendenza nodale dell’ordine mondiale corrente, quella sino-statunitense. Negli anni successivi alla crisi del 2007-08, Pechino si è spesso comportata come attore responsabile di un sistema internazionale la cui governance doveva essere ripensata e aggiornata, contribuendo con i suoi investimenti (e consumi) alla ripresa globale, accettando alcune delle pressioni statunitensi per una rivalutazione del renminbi, negoziando la riforma dei meccanismi di voto del Fondo monetario internazionale, contribuendo in modo decisivo all’accordo del 2015 di Parigi sul clima e dimostrando, per quanto sub silentio, di non disprezzare in fondo l’ordine securitario USA-centrico costruito attraverso la rete di accordi bilaterali e mini-laterali nell’Asia-Pacifico.

E però questo atteggiamento responsabile è stato non di rado limitato, ambiguo e parziale. Disegni espansionistici nei suoi mari orientale e meridionale hanno alimentato tensioni con i Paesi vicini e turbato un ordine regionale di suo fragile e precario. Politiche commerciali spregiudicate e violazioni di licenze e brevetti sono continuate, contribuendo a danneggiare i negoziati per adattare la governance del commercio mondiale. Si è assistito a un’ulteriore intensificazione delle pratiche repressive nei confronti di qualsiasi dissenso politico, con le violenze terribili perpetrate contro la minoranza dei mussulmani uiguri nel Nordovest del Paese e il pugno di ferro utilizzato contro il movimento studentesco a Hong Kong.

In una fase storica di crisi della globalizzazione e di crescente sentimento anticinese (e talora sinofobo) negli Stati Uniti, questi atteggiamenti e scelte hanno finito per acuire le tensioni e di fatto aiutare chi, negli USA, spinge per una revisione radicale della relazione tra i due Paesi. Da un lato pesa ancora l’onda lunga della crisi del 2007-08, rivelatrice di come le dinamiche d’integrazione globale dei quattro decenni precedenti abbiano penalizzato soprattutto un ceto medio statunitense dai redditi stagnanti e solo parzialmente “compensato” con forme di consumo a debito rivelatesi in ultimo insostenibili. Dall’altro agisce l’ostilità verso una potenza, la Cina, che pare ora poter sfidare l’ordine a egemonia statunitense e che comunque non ne rispetta regole e principi, continuando peraltro a promuovere sistematiche violazioni dei diritti umani e a perdere quindi il possibile sostegno di pezzi del mondo politico e dell’opinione pubblica statunitensi, meno inclini invece a cavalcare un ragionamento anticinese fondato su logiche della politica di potenza. Una posizione vieppiù critica nei confronti di Pechino si è quindi fatta trasversale sia al Congresso sia nel Paese. L’immagine della Cina negli USA è precipitata a livelli bassissimi: secondo le più recenti rilevazioni Gallup il 67% degli americani (il 77% tra i repubblicani e il 61% tra i democratici) avrebbe oggi un’opinione sfavorevole della Cina, il dato peggiore da quando (a fine anni Settanta) Gallup ha iniziato questi sondaggi e quindici punti in più rispetto al post-Tienanmen.

La crisi post-Covid-19 s’innesta insomma su queste dinamiche preesistenti: tensioni Cina-USA, difficoltà patenti della globalizzazione, diffuso sostegno negli Stati Uniti verso un ripensamento del rapporto con la Cina, che riduca interdipendenze finanziarie e commerciali e attivi filtri più severi sugli investimenti cinesi negli USA e, ancor più, sul trasferimento a Pechino di tecnologia sensibile. E offre ovviamente all’amministrazione Trump il destro per rafforzare una linea di fermezza contro la Cina che promette anche un potenziale ritorno elettorale. La portata della crisi induce a ritenere sia che questa rottura dell’interdipendenza sino-statunitense sia inevitabile sia che la conseguenza possa essere una radicale alterazione degli equilibri globali in un contesto per il quale si evoca con molta approssimazione e superficialità il precedente della “guerra fredda”.

Analogia storica del tutto inappropriata, questa, come la quasi totalità degli studiosi sottolinea, poiché i due attori in questione rimangono legati inestricabilmente l’uno all’altro. A dispetto di dazi, tariffe e guerre commerciali, hanno continuato a essere elevatissimi i volumi di scambi tra i due Paesi in questi anni di presidenza Trump e il deficit commerciale bilaterale statunitense il più alto di sempre sia nel 2017 sia nel 2018. La Cina ha ridotto in piccola parte l’accumulo di titoli del Tesoro USA, ma assieme al Giappone rimane (per distacco) la principale finanziatrice esterna del debito americano. Gli studenti cinesi continuano a costituire il principale contingente straniero nelle università americane. Insomma, il decoupling tra Cina e Stati Uniti è lontano dall’avvenire e, per come continua a operare l’economia mondiale, difficilmente realizzabile.  

Così come si è lontani, lontanissimi dall’avvio di una transizione che metta davvero in discussione il primato egemonico statunitense. Egemonia per il tramite d’interdipendenza, questa. Fondata su pilastri che saranno pure contestati e indeboliti ma che, ancor più in questo contesto di crisi, rivelano straordinaria solidità e resilienza. Un primato militare impareggiabile, a partire dalla capacità unica di proiettarlo rapidamente e globalmente. Un mercato che continua vorace a trainare la crescita globale e a qualificare gli USA come un “impero dei consumi”. Un dollaro che si vede ulteriormente rafforzato nel suo ruolo – di nuovo unico ed egemonico – di valuta di riserva. Il privilegio di poter rispondere alla crisi staccando senza batter ciglio uno stimulus di 2.000 miliardi di dollari. Un’economia che continua a correre e che – per buona pace di Trump e di chi credeva alla favola di una possibile re-industrializzazione del Paese – lo fa principalmente grazie al dinamismo dei suoi servizi.

La storia, più che facili analogie, ci offre quindi un monito: che in periodi volatili e di crisi come questi le tensioni possono sfuggire di mano; che le escalation sono tanto facili a scatenarsi quanto difficili a controllarsi. Il primato egemonico statunitense è ancora intatto; gli elementi strutturali che lo hanno determinato – a partire  dall’interdipendenza sino-statunitense –  rimangono al loro posto. Come lo sono le tante fragilità del sistema e, soprattutto, un quadro sociopolitico – quello statunitense – per molti aspetti disfunzionale, come ben ci mostra il nuovo fronte di crisi provocato dall’omicidio di George Floyd a Minneapolis. E come la presenza alla Casa Bianca di una figura del tutto inadeguata come Donald Trump certifica ormai da tempo. Ed è questa disfunzionalità e quel che determina, più che alterazioni assai futuribili degli equilibri globali di potenza, la vera e principale minaccia all’egemonia statunitense.

 

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Immagine: Da sinistra, Donald Trump e la moglie ricevuti da Xi Jinping e consorte, Cina. (8 novembre 2017). Crediti: PAS China [Public Domain Mark 1.0], attraverso www.flickr.com

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