20 settembre 2018

Di chi è il Mar Cinese Meridionale?

Il contenzioso nel Mar Cinese Meridionale è tra i fenomeni geopolitici più complessi e sfaccettati di quest’ultimo ventennio, con una rilevanza in costante ascesa sia a livello regionale sia a livello globale. Il Mar Cinese Meridionale è spesso definito come una porzione dell’Oceano Pacifico che si allunga dallo Stretto di Malacca sino allo Stretto di Taiwan, con un’area di circa 648.000 miglia quadrate, caratterizzato da centinaia di isole, scogliere, promontori, banchi di sabbia e rocce. Le principali isole, fulcro del contendere tra gli Stati rivieraschi dell’Asia sud-orientale, possono essere accorpate in quattro gruppi: le Pratas (Dongsha Qundao in cinese), le Paracelso (Xisha Qundao in cinese), le Spratly (Nansha Qundao in cinese) e Macclesfield Bank (Zongsha Qundao in cinese). In questo scenario si intersecano le strategie degli Stati rivieraschi dell’Asia sud-orientale, della Cina e degli Stati Uniti, e si presentano tutti i prerequisiti per un potenziale effetto domino in grado di generare un conflitto su larga scala.

Le motivazioni dietro il crescente interesse verso la disputa sono molteplici. In primis, il considerevole numero di attori coinvolti, direttamente e indirettamente, rende la situazione estremamente volatile: possiamo infatti contare ben sei governi (Brunei, Filippine, Malaysia, Repubblica Popolare Cinese, Taiwan e Vietnam) che hanno posto in essere delle rivendicazioni territoriali. La natura delle stesse non è omogenea, includendo sia elementi storici che interpretazioni giuridiche.

Il caso cinese è probabilmente il più conosciuto ed eclatante, poiché Pechino rivendica la quasi totalità del Mar Cinese Meridionale, che considera sue «sacre acque territoriali». La rivendicazione cinese è quindi di natura storica, basata sull’assunto che i marinai delle varie dinastie imperiali abbiano navigato e controllato quelle acque per secoli, sin dai tempi della dinastia Han (206-220 d.C.). Il coinvolgimento di Taiwan nella disputa è un aspetto peculiare della vicenda, dato che Taipei e Pechino rivendicano vicendevolmente l’autorità sull’intero territorio nazionale cinese.

La posizione vietnamita è simile a quella cinese, sebbene di portata diversa. Il governo di Hanoi ha prodotto una serie di documenti e resoconti che mirano a dimostrare la presenza storica nelle Paracelso e nelle Spratly, chiamate rispettivamente Troung Sa e Houng Sa. Le isole sarebbero state mappate come parte integrante del territorio vietnamita nel XVIII secolo, per poi cadere sotto mano francese e inglese.

Le Filippine rivendicano buona parte dell’arcipelago delle Spratly. Le rivendicazioni filippine sono più recenti di quelle cinesi e vietnamite e si basano principalmente su aspetti legali piuttosto che su una presunta eredità storica. La tesi di Manila si fonda sulla posizione delle isole, che essendo adiacenti alle principali isole filippine rappresentano un interesse vitale per la sicurezza e la sopravvivenza economica del Paese. La posizione della Malaysia è priva di alcun background storico e poggia su due principi legali: l’estensione della piattaforma continentale e il principio di scoperta e occupazione. Infine, il piccolo Sultanato del Brunei rivendica attualmente due isole e una zona marittima basata sul prolungamento della propria piattaforma continentale.

Ai sopracitati contendenti bisogna però sommare i Paesi che mantengono un forte interesse nei confronti dell’area, come Stati Uniti, Giappone, Corea del Sud. Emerge così la dimensione economico-strategica del contenzioso, che si affianca a quella strettamente politica e irredentista. Le rotte marittime che attraversano il Mar Cinese Meridionale sono estremamente importanti per le economie di tutti i Paesi sopracitati. Basti pensare che il totale del petrolio che passa per lo Stretto di Malacca, attraversando poi il Mar Cinese Meridionale, è ormai il triplo di quello che passa per il Canale di Suez e quindici volte quello che passa per il Canale di Panama. Inoltre, più dell’80% delle importazioni petrolifere di Corea del Sud, Giappone e Taiwan passa per il Mar Cinese Meridionale, percentuale che sfiora il 90% quando parliamo della Cina.

Tenendo in considerazione il quadro appena delineato, propedeutico per comprendere appieno l’importanza dell’area presa in analisi, non deve stupire la rinnovata assertività di alcuni attori coinvolti e la progressiva militarizzazione della regione. In tal senso la Cina è probabilmente la vera protagonista della vicenda, accentrando su di sé le attenzioni degli osservatori internazionali per le ripetute azioni unilaterali che hanno contribuito a creare una situazione di conflitto dormiente.

Per salvaguardare i propri interessi strategici ed economici, nel 1988 Pechino costruì il primo avamposto permanente nelle Spratly, al quale si aggiunsero poi delle strutture semipermanenti in diverse isole degli arcipelaghi, tra cui Johnson Reef, Dongmen Reef e Subi Reef. L’esempio cinese venne rapidamente seguito da Filippine e Vietnam, che a loro volta iniziarono a fortificare alcuni dei loro insediamenti. Questa tendenza si è poi evoluta nell’odierna creazione di vere e proprie isole artificiali, dotate di strutture civili e militari, che hanno ulteriormente esacerbato il confronto.

Nonostante la reiterata volontà da parte dei governi coinvolti nel trovare una soluzione diplomatica, in realtà il Mar Cinese Meridionale è stato teatro di diversi scontri, più o meno armati: dal violento confronto navale tra Cina e Vietnam a Johnson South Reef nel 1988, durante il quale vennero affondate tre imbarcazioni e morirono 64 marinai vietnamiti, al caso diplomatico scoppiato con gli Stati Uniti nel marzo 2009 dopo l’intercettazione della USNS (United States Naval Ship) Impeccable, accusata di essersi ingiustificatamente avvicinata alle coste dell’isola di Hainan.

Per tutti i contendenti il Mar Cinese Meridionale è diventato qualcosa di irrinunciabile, uno spazio dove momenti di calma e di crisi si alternano in maniera ormai consuetudinaria, scandendo il ritmo di un confronto che pare non avere soluzione.


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