7 dicembre 2020

Di cosa parliamo quando parliamo di riforma del MES

Tra i tanti accapigliamenti cui la politica italiana si sta dedicando, quello sulla riforma del Meccanismo europeo di stabilità (MES) appare forse il più rarefatto, simile a quei dibattiti teologici con cui si intrattenevano gli intellettuali antichi. Alcuni partiti sono favorevoli alla riforma ma contrari all’uso dello strumento, altri ritengono le modifiche sbagliate ma sarebbero per usarlo, altri ancora approvano sia la riforma che un eventuale accesso almeno alla linea di credito prevista per le spese legate alla pandemia.

Nel mezzo di questa cacofonia, si ritrovano l’Italia e quello spazio politico europeo riconquistato a luglio scorso e che ora rischia nuovi scossoni.

 

La proposta di riforma ‒ già approvata all’unanimità dai ministri dell’Economia e delle Finanze ‒ che arriverà sul tavolo dei leader europei si articola su due punti principali, ovvero il potenziamento del Fondo unico di risoluzione e l’introduzione delle Clausole di azione collettiva (CAC) “single-limb”. Il primo è un tassello cruciale per il completamento dell’Unione bancaria e per rafforzare il sistema creditizio europeo, mentre le CAC sono, almeno da alcuni anni, la nuova ossessione dei mercati finanziari internazionali.

Ma procediamo con ordine.

 

Ormai da qualche anno l’Unione Europea sta lavorando a un sistema di garanzie e protocolli volti a gestire, in maniera ordinata, eventuali crisi bancarie che dovessero coinvolgere istituti di credito sistemici (quelli too big to fail, troppo grandi per fallire, in Italia abbiamo Intesa Sanpaolo e UniCredit): le banche sono sottoposte a una vigilanza costante, in capo alla Banca centrale europea (BCE), e si sottopongono in maniera regolare a controlli e test che ne valutano le caratteristiche, dai fondamentali macroeconomici, alla governance, passando per i bilanci e i crediti posseduti. L’architrave di questa complicatissima struttura è il Fondo unico di risoluzione ovvero una “riserva” finanziata direttamente dalle banche (e non dalle tasse pagate dai cittadini europei) che può essere usata qualora un istituto entri in sofferenza per evitare fallimenti e, di conseguenza, il ricorso al temutissimo bail in (ovvero il salvataggio della banca usando i soldi dei correntisti) o al bail out (la stessa cosa ma con soldi pubblici). Questo fondo vale circa 55 miliardi di euro e, potenzialmente, in caso di crisi potrebbe coprire le perdite dell’1% di tutti i depositi presenti nelle banche sistemiche europee. Tuttavia già Sherlock Holmes ci avvisava che, scartato l’impossibile, bisogna essere preparati per l’improbabile e dunque occorre garantire che esista un “prestatore di ultima istanza” capace di subentrare qualora il Fondo finisse le sue risorse. Questo è esattamente il backstop, ovvero una sorta di rete di sicurezza ‒ finanziata dagli Stati ‒ capace di fornire velocemente altri 68 miliardi di euro che, una volta passata la crisi, le banche dovranno restituire.

 

Come si evince chiaramente, l’esistenza del backstop si lega a una delle grandi contraddizioni europee, ovvero l’esistenza di istituzioni comuni come la Banca centrale che, però, non possono ‒ per Trattato ‒ usare appieno la cassetta degli attrezzi a disposizione delle sue consorelle internazionali, dalla Federal Reserve, alla Banca d’Inghilterra, alla Banca del Giappone. Questo ostacolo, almeno per ora reso insuperabile dai veti politici che dividono l’Europa sulla linea di faglia Mediterraneo/nord, costringe alla ricerca continua di escamotage legali e tecnici. Il Quantitative easing, per esempio, ma pure questo tortuoso approccio all’unione bancaria. In ogni caso l’approvazione del backstop rafforza la stabilità finanziaria europea e, come scrive il solitamente ben informato Eurointelligence, sarà molto utile quando ‒ passata la pandemia ‒ molte banche europee si troveranno piene di crediti deteriorati da smaltire nel modo più indolore possibile. Infine, una ulteriore convergenza bancaria dovrebbe rendere più facile raggiungere il traguardo più ambito, soprattutto dai Paesi del Sud, ovvero la mitica assicurazione comune sui depositi, osteggiatissima da Germania, Olanda e alleati che temono di dover rimborsare le perdite dei correntisti italiani, spagnoli o francesi usando i soldi dei contribuenti di Amsterdam, Monaco e Bonn.

 

Proprio su spinta dei falchi, l’Ecofin ha approvato anche la seconda parte della riforma, ovvero l’introduzione di quelle che in gergo vengono chiamate Clausole di azione collettiva “single limb” ovvero uno strumento di tutela dei creditori che può essere attivato qualora un debito dovesse subire una ristrutturazione. Volendo sintetizzare al massimo, le CAC servono per gestire in maniera il quanto più possibile morbida il cambio di condizioni susseguente a una ristrutturazione, evitando i rischi di ricorsi e pastoie legali. Di norma, per i bond sovrani, le CAC sono “double limb” ovvero per essere attivate occorre avere la maggioranza dei titolari sia a livello di serie singola di titoli sia a livello di tutte le serie soggette alla ristrutturazione. Queste clausole hanno avuto il loro momento di gloria, se così si può dire, durante la crisi greca quando il Parlamento ellenico le introdusse ex lege e retroattivamente per facilitare il negoziato sul salvataggio del Paese. Peccato però che queste CAC si applicavano solo ai bond emessi sotto la giurisdizione greca, lasciando fuori un pezzo di debito governato dalle leggi americane, inglesi e giapponesi. Insomma, la situazione fu piuttosto ingarbugliata e rese molto più difficile la già difficile gestione della crisi.

 

Per questo motivo si è iniziato a lavorare sulle CAC “singole”, ovvero attivabili con una sola supermaggioranza. Secondo i teorici di questo strumento, sarà più facile gestire i crediti e, dunque, l’effetto sui mercati internazionali sarà positivo, soprattutto in termini di affidabilità. Per i critici, invece, la procedura semplificata rende molto più facile costringere obtorto collo uno Stato ad accettare la ristrutturazione del debito e, dunque, paradossalmente finirà per favorire la speculazione. Non essendo l’economia, e figuriamoci la finanza, una scienza esatta è molto difficile dire chi abbia ragione e chi torto, ma, ragionando in termini puramente geopolitici, non possiamo fare altro che rilevare quanto le CAC piacciano molto agli Stati della Nuova Lega anseatica (tanto da averle definite, in un paper del 2018, «uno strumento importante per migliorare il quadro europeo di gestione delle crisi») e pochissimo a tutti gli altri che le hanno accolte come un compromesso necessario, ma senza fanfare.

 

Questa doppia riforma però non ha nulla a che fare con l’oggetto del contendere che, in questi mesi, ha tenuto impegnati i talk show italiani, ovvero l’eventuale accesso del nostro Paese alla linea di credito che il MES mette a disposizione per contrastare la pandemia. Qui, se possibile, le posizioni si fanno ancora più difficili da comprendere, i contrari considerano il “MES sanitario” un cavallo di Troia per commissariare l’Italia, sostenendo che l’accesso ai fondi sarebbe legato a condizionalità simili a quelle dei tanto vituperati memorandum quando basta leggere le carte per capire che non è assolutamente così; i favorevoli, invece, citano una presunta convenienza dei prestiti MES rispetto al classico finanziamento sui mercati in termini di tasso d’interesse, una circostanza vera forse a febbraio-marzo 2020, ma di certo non adesso quando i livelli dei due tassi praticamente si equivalgono, con un leggero vantaggio per l’emissione di titoli (peraltro il MEF ha dichiarato appena due giorni fa che le aste per i titoli con scadenza superiore ai dieci anni non avranno luogo «in considerazione dell’ampia disponibilità di cassa e delle ridotte esigenze di finanziamento»).

 

Entrambi gli approcci discendono da una visione quasi fideistica delle dinamiche europee, come se gli strumenti potessero essere intrinsecamente buoni o cattivi, in maniera del tutto estranea sia alle contingenze politiche sia all’interesse nazionale dei vari attori in gioco. La partita sul MES, sia la riforma che il suo eventuale uso, insomma, rischia di ritirare fuori alcuni vizi atavici della politica europea italiana che pensavamo di esserci messi alle spalle a luglio quando l’Italia ha saputo ricostruire quella fondamentale rete di alleanze che ha permesso di arrivare a Next Generation EU. Schiacciare il MES su un mero dibattito interno e di equilibri partitici è un errore grave che, peraltro, non offre neppure vie d’uscita diverse dallo scontro. Inquadrarlo in un più vasto piano di riforma della zona euro (come proposto, tra gli altri, dal presidente Sassoli) invece permetterebbe di mettere tutto molto più in prospettiva, capendo meglio dove si colloca l’interesse nazionale di medio termine.

 

Immagine: Il gigantesco logo dell’euro presso la sede della Banca centrale europea, Francoforte sul Meno, Germania (13 giugno 2019). Crediti: Zigres / Shutterstock.com

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