16 febbraio 2021

A dieci anni dalla rivolta libica

Il 15 febbraio del 2011 viene arrestato da esponenti del regime gheddafiano Fathi Turbil, un giovane avvocato libico, difensore delle vittime di Abu Selim, il carcere tristemente noto per il massacro di oltre 1.200 detenuti. Subito dopo a Bengasi si verificano scontri fra manifestanti e forze di polizia. È il 17 febbraio, la “giornata della collera”. In poco tempo le proteste si allargano alla capitale, Tripoli, dove i contestatori danno alle fiamme edifici pubblici. Inizia così la rivolta libica.

Seppure sull’onda delle cosiddette “primavere arabe”, che tra il 2010 e il 2011 avevano investito il Nord Africa, nella Jamahiriya le proteste assumono fin dall’inizio una connotazione peculiare rispetto a quelle di piazza Tahrir in Egitto o di Avenue Bourguiba in Tunisia. Da questo punto di vista sarebbe un errore interpretare l’insurrezione libica come una mera contingenza di quanto stava accadendo negli Stati confinanti. La Libia rappresenta una sorta di “eccezione regionale” sia per il modo in cui le rivolte hanno avuto inizio sia per come si sono evolute sia per le loro conseguenze. L’analisi di queste “anomalie” è indispensabile per comprendere le difficoltà della Libia odierna.

 

Le cause e gli attori protagonisti

A differenza di quanto accaduto in Tunisia, Egitto ed Algeria, sono state per lo più le tribù a essersi sollevate. Molto più esigua la presenza di giovani, associazioni e intellettuali. Non è un caso che le prime manifestazioni di dissenso siano partite da Bengasi, la capitale della Cirenaica, dove le proteste sono divenute quasi immediatamente violente. “La vecchia strega”, come Gheddafi chiamava la regione, non si era mai piegata completamente al suo dominio ed era spesso stata un focolaio di ribellione. Il movimento di protesta si è presto tramutato in una sanguinosa guerra civile che ha visto il suo apice con l’intervento della NATO finalizzato alla destituzione del rais. In breve tempo, la disgregazione delle forze militari del regime ha via via favorito l’occupazione del territorio libico e delle città liberate da parte di milizie di ribelli (tuwar) che si sono costituite come microrealtà locali, con un controllo territoriale circoscritto. Quelli che erano stati definiti “ribelli anti-Gheddafi” da parte della coalizione internazionale in realtà si riveleranno come un magma piuttosto indefinibile di gruppi di interesse, spinti a combattere da motivazioni personali: controllo delle risorse del territorio, vecchi rancori intertribali ecc. Ancora oggi le milizie sono player di rilievo nel complesso mosaico libico, rendendo difficoltoso qualunque tentativo di accordo per una stabilizzazione del Paese.

 

Il contesto

Tutti i governi, amici o nemici, hanno subito intuito che in Libia lo scontro sarebbe stato cruento per il fatto che il colonnello considerava il Paese una sua proprietà. La Libia è stata per più di un quarantennio la Jamahiriya di Gheddafi, una sorta di struttura senza partiti politici, né sindacati indipendenti. Questo l’ha resa molto diversa dagli altri Stati protagonisti delle rivolte. Gli ex regimi di Tunisia ed Egitto, pur essendo caratterizzati da una forte centralizzazione del potere, si erano dotati di una Costituzione che stabiliva l’esistenza di un apparato istituzionale e di un sistema elettorale. Se in altri Stati è stato possibile liberarsi del dittatore ma tenere in piedi una sorta di apparato statale, nel caso della Libia la caduta del colonnello ha implicato il collasso del sistema, con la rinascita di tutti quei fermenti localistici e di quelle rivendicazioni tribali soltanto sopite durante il lungo dominio del rais. La sfida del post-rivolte libiche era chiara: non ci si sarebbe dovuti limitare a creare da zero delle istituzioni e dunque uno Stato, ma prima ancora creare una nazione con uno spirito unitario. Le potenze intervenute nel teatro libico hanno sottovalutato questo elemento, favorendo sia le divisioni locali sia quelle regionali (in particolare tra la Tripolitania e la Cirenaica) che costituiscono ancora oggi uno dei principali problemi per l’unità del Paese, alimentando scontri intestini.

 

La natura del conflitto

Se per gli altri Stati del Nord Africa si può parlare di rivolte, nel caso della Libia si deve innanzitutto parlare di guerra. Quella libica è stata senza dubbio una guerra civile, ma ha superato questo concetto, travalicandone i limiti semantici sia da un punto di vista interno che esterno. In primo luogo, da un punto di vista interno, ha avuto come fine ultimo l’instaurazione di nuovi equilibri fra clan, tribù, gruppi etnici e religiosi di varia natura. Al contempo, però, è stata anche caratterizzata da un intervento militare esterno. Il 24 febbraio del 2011 il governo francese chiede una riunione urgente al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per prendere adeguate misure nei confronti della repressione delle insurrezioni da parte del colonnello. Il 17 marzo il Consiglio di sicurezza dell’ONU approva la risoluzione n. 1973, che consentiva di prendere «tutte le misure necessarie», tranne l’occupazione militare, in difesa della popolazione civile libica. Ben presto «l’interessamento esterno», è divenuto una vera e propria guerra per procura da parte delle potenze regionali e internazionali che hanno visto nel risiko libico l’occasione ideale per realizzare i propri interessi nazionali. Molti player non hanno perseguito, e continuano a non perseguire, gli stessi obiettivi, schierandosi con l’una o con l’altra fazione a tutto detrimento della stabilità interna. Oggi nel Paese sono principalmente turchi e russi a contendersi il “bottino” libico. Intervenendo “boots on the ground” nel recente conflitto tra l’esercito di Haftar e le milizie dell’Ovest e rifornendo le due fazioni di armi e mercenari, sono riusciti a impossessarsi di basi strategiche sul terreno. La presenza straniera è una minaccia per qualunque tentativo di mediazione intra-libica.

 

Le conseguenze

Negli ultimi dieci anni il Paese ha virato sempre più verso la deriva di un failed State, apprestandosi a divenire un buco nero nella mappa degli Stati del Nord Africa. In tutto questo periodo gli stessi attori internazionali e regionali che avevano inizialmente sostenuto il cambiamento, armando le fazioni dei ribelli, sono stati colpevolmente a guardare. Hanno osservato le tensioni locali acuirsi, il Paese frammentarsi in una serie di centri di potere su base localistica, l’economia andare in frantumi, le istituzioni “sdoppiarsi” nei due governi di Tripoli e Tobruk, il sistema di sicurezza e legalità sgretolarsi, così come anche l’economia, creando terreno fertile per gruppi estremisti e organizzazioni criminali che lucrano sul traffico dei migranti e vivono di economia illegale. Per questo, a dieci anni di distanza dalle insurrezioni libiche, l’ex Jamahiriya è un Paese che non è ancora riuscito a trovare un nuovo equilibrio, appena uscito da una sanguinosa guerra civile, in cerca di accordi intra-libici che paiono, però, alquanto labili. Ma è sempre lì, di fronte alle coste italiane, con le sue ricchezze, le sue contraddizioni e il suo carico d’immigrati, a ricordarci il fallimento, non solo dell’Italia, ma dell’intera comunità internazionale.

 

Immagine: Soldati nel campo dei ribelli della coalizione anti-Gheddafi, Agedabia, Libia (7 aprile 2011). Crediti: Rosen Ivanov Iliev / Shutterstock.com

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