11 dicembre 2020

Diritti, privacy e concorrenza tra gig economy e Big Tech

 

Le autorità antitrust americane hanno fatto il grande passo. La Federal Trade Commission (FTC) e le autorità di 40 Stati hanno infatti accusato Facebook di aver portato avanti una «condotta anticoncorrenziale nel corso degli anni», attraverso l’acquisizione di potenziali rivali e il cambiamento dei servizi offerti dalla propria piattaforma per colpire gli sviluppatori rivali. Invece di competere con gli avversari attraverso l’innovazione e l’offerta di nuovi prodotti e servizi, il social media fondato e diretto da Mark Zuckerberg ha demolito la concorrenza usando pratiche non corrette e comprando. Zuckerberg non è il solo, tra i nuovi grandi capitalisti americani, ad adottare strategie simili, e non è neppure il primo a venire sottoposto a procedimenti dell’antitrust: 20 anni fa toccò a Microsoft – la generazione precedente – e all’inizio del 2020 la FTC aveva annunciato il riesame degli accordi di fusione e acquisizione conclusi da Amazon, Apple, Facebook, Microsoft e Alphabet (Google) dal 2010 in poi; a ottobre era arrivato anche un procedimento simile contro Alphabet Inc. Le accuse a Facebook sono diverse rispetto a quelle mosse a Google ed entrambe le battaglie legali si preannunciano difficili. Per Facebook il rischio è quello di essere costretta a vendere Instagram e WhatsApp, acquisite quando i manager del social media hanno intuito che si trattava di rivali potenzialmente pericolosi. La procuratore generale di New York, Letitia James, ha anche posto il tema dell’uso dei dati degli iscritti alla piattaforma: «Facebook ha dedicato il suo tempo a raccogliere le informazioni personali degli utenti per trarne profitto. Nessuna azienda dovrebbe avere un potere così incontrollato sulle nostre informazioni personali e sulle nostre interazioni sociali» ha detto James in conferenza stampa.

 

Per capire il grado di monopolio che i cosiddetti FAANG (Facebook, Amazon, Apple, Netflix e Google) hanno accumulato ricordiamo che il 90% delle ricerche sul web passano per Google, il 99% dei telefoni cellulari usano sistemi operativi Android o Apple, mentre la pubblicità on-line, la cui quota cresce in maniera costante da anni, passa soprattutto per Facebook e le sue controllate o per Google Ads. Se i nostri dati sono, come si usa dire, il petrolio dell’economia digitale contemporanea, questi gruppi sono i nuovi padroni del vapore. La prima difesa del vicepresidente di Facebook la trovate qui, ma non sono le dinamiche di un complesso scontro legale che qui ci preme approfondire, quanto alcuni comportamenti di questi gruppi quando si tratta di accettare nuove regole o limiti. Ciascuno di essi ha vantaggi competitivi dovuti a posizione di dominio: Amazon può decidere di vendere prodotti per proprio conto e non solo di essere una piattaforma, Uber o Lyft e le app che offrono consegna a casa possono usare i riders e gli autisti come se si trattasse davvero di lavoratori indipendenti e così via. La novità che la causa della FTC segnala è che, come avvenuto in passato in fasi di trasformazione dell’economia, dopo un periodo in cui l’assenza di regole adatte a inquadrare il nuovo modo di operare sul mercato (o il nuovo prodotto), i nodi della Big Tech stanno venendo al pettine. La conseguenza è che le compagnie create a partire dalla fine degli anni Novanta con una filosofia che era quella di “don’t be evil” (‘non essere cattivo’), secondo il motto di Google, si sono trasformate in colossi che spendono per pagare la politica e, come recita un motto interno di Facebook, si muovono in fretta e sfasciano tutto per impedire alle istituzioni di individuare quali regole adottare. I due motti sono anche i titoli di due libri che raccontano di come le imprese dei giovani sognatori nate nei garage o nei dormitori dei college si siano allontanate da quella che concepivano come la loro natura (Rana Foroohar,  Don’t be evil. How Big Tech betrayed its founding principles and all of us, 2019, e Jonathan Taplin, Move fast and break things. How Facebook, Google, and Amazon cornered culture and undermined democracy, 2017).

 

Qualche altro esempio? Nei mesi della pandemia le piattaforme che offrono consegne a domicilio hanno visto crescere i loro profitti a scapito di chi vende le merci o prepara il cibo che i fattorini ci consegnano. Per i ristoranti messi in ginocchio dalle chiusure di questi mesi rivolgersi alle app come Glovo o Uber Eats è stata una necessità. Ma quando ordiniamo qualcosa attraverso il cellulare tendiamo a consumare e spendere meno di quanto non faremmo in un ristorante e la tariffa per il fattorino si mangia spesso una parte del guadagno del ristoratore. L’idea di imporre un limite a quella tariffa come immaginano di fare alcune città americane è stata rifiutata sdegnosamente dalle varie Uber Eats, Grubhub e DoorDash. Alcune di queste compagnie hanno persino registrato decine di domini di ristoranti locali in maniera da rendere più difficile agli stessi la possibilità di offrire un servizio di consegna indipendente.

 

Quanto ad Amazon, resiste ferocemente all’idea di accettare dei sindacati all’interno dei propri hub nonostante i racconti sulle condizioni di lavoro nei capannoni in cui si ammassano le merci che verranno portate nelle nostre case non siano edificanti. Nei mesi scorsi Vox.com ha rivelato la presenza di un memorandum interno che immagina di usare un software e accumulare dati sui tentativi di  sindacalizzazione che a differenza che in Italia e in Germania, negli Stati Uniti non hanno avuto buon fine. È di questi giorni il lancio di una campagna globale per consentire l’organizzazione sindacale e mettere Amazon in cattiva luce (il ruolo e l’attitudine dei consumatori nei confronti di questi giganti sta cambiando e l’immagine dei brand, in generale, è un valore sempre più prezioso).

 

Il 3 novembre scorso in diversi Stati dell’Unione sono stati approvati referendum che migliorano le garanzie del lavoro o ampliano la sfera dei diritti. La sorpresa venuta da queste consultazioni non è tanto quella per cui Stati repubblicani hanno votato l’aumento del salario minimo, quanto la bocciatura di una legge che equipara gli autisti Uber e Lyft a lavoratori dipendenti nella democratica e liberal California. Per far approvare il referendum da loro promosso per interposta persona le compagnie hanno speso decine di milioni di dollari.

 

Privacy, informazione e fake news, diritto del lavoro, tassazione, competizione: la digitalizzazione ha cambiato in fretta le nostre vite, il modo in cui consumiamo e persino quello in cui ci relazioniamo e l’assenza di regole per un modo nuovo di fare impresa ha lasciato molti vuoti. In pochi anni questi gruppi sono diventati colossi impossibili da raggiungere e molto difficili da regolare. L’Europa si è mossa in anticipo e secondo il Financial Times sta per aprire un nuovo fronte. Ora è giunto il turno degli Stati Uniti. Si tratta di un terreno delicato che rimanda anche alla competizione con la Cina. Se e come l’amministrazione Biden e il nuovo Congresso immagineranno delle regole efficaci e lavoreranno assieme all’Europa su questo terreno è una delle domande interessanti a cui i prossimi anni daranno una risposta.

 

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Immagine: Protesta degli autisti di Uber e Lyft, New York, Stati Uniti (8 maggio 2019). Crediti: Cory Seamer / Shutterstock.com

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