21 agosto 2022

Dopo Hiroshima scegliere tra l’inferno e la ragione

 

Quest’anno ricorre il settantasettesimo anniversario dello sgancio delle bombe atomiche su Hiroshima (6 agosto) e Nagasaki (9 agosto), date che, all’insegna del ‘mai più’, andrebbero incise nel corpo vivo dell’Umanità, soprattutto mentre la guerra in Ucraina rende concreta la minaccia di una escalation nucleare. Il record mondiale dello sterminio nell’unità di tempo (110.000 morti all’istante, poi nel tempo le vittime dell’inquinamento radioattivo si sono moltiplicate) ha cambiato per sempre la storia del pianeta, ponendola di fronte al baratro di una ‘avventura senza ritorno’, destinazione fine del mondo. Eppure, non solo i governanti, ma la stessa opinione pubblica mondiale continuano a sottovalutare, se non addirittura a ignorare, la minaccia atomica, nonostante essa sia sempre sullo sfondo della geopolitica odierna e una situazione chiamata ‘equilibrio del terrore’ abbia caratterizzato gli anni della guerra fredda tra USA ed URSS.

E la stessa alta cultura è stata balbettante e reticente. L’unica voce di intellettuale che si levò contro, al momento del lancio delle bombe, fu quella dell’umanista Albert Camus, in direzione ostinata e contraria rispetto al pensiero dominante. L’editoriale di Combat, rivista diretta da Camus, dell’8 agosto 1945 affermava profeticamente: «Noi riassumeremo il nostro pensiero in una sola frase: la civiltà meccanica è appena giunta al suo ultimo grado di barbarie. Dovremo scegliere, in un futuro più o meno prossimo, tra il suicidio collettivo e l’impiego intelligente delle conquiste scientifiche. […] Davanti alle prospettive terrificanti che si aprono all’umanità, ci accorgiamo ancora di più che la pace è la sola battaglia che meriti di essere combattuta. Non è più una supplica ma un ordine che deve salire dai popoli ai governi, l’ordine di decidere definitivamente tra l’inferno e la ragione».

 

L’anniversario di quest’anno possiamo, in parte, rivestirlo di una luce di speranza, considerato che dobbiamo registrare positivamente i progressi della proibizione delle armi nucleari sulla base del diritto umanitario. Un trattato internazionale, il Trattato sulla Proibizione delle armi nucleari (TPNW,  Treaty on the Prohibition of Nuclear Weapons), in questo senso è stato adottato il 7 luglio del 2017, grazie anche alla spinta della società civile organizzata dalla rete ICAN (International Campaign to Abolish Nuclear Weapons), organizzazione internazionale che ha ottenuto il premio Nobel per la pace nel 2017. Il Trattato è entrato in vigore alla 50a ratifica nel gennaio 2021; e la prima conferenza di revisione si è tenuta a Vienna nel giugno del 2022, ponendo con forza la complementarità con il Trattato di non proliferazione (TNP). Si è aperto un dialogo con i Paesi della condivisione nucleare NATO (Germania, Belgio e Olanda erano presenti in qualità di Stati osservatori. Italia: non pervenuta).

In questi giorni si sta svolgendo a New York la conferenza di riesame del TNP con i delegati dei 190 Stati parte (termine dei lavori: 26 agosto). In vigore dal 1970, il TNP dà un ordine giuridico quasi universalmente riconosciuto alla materia nucleare, sia civile che militare. Esso stabilisce il ‘diritto inalienabile’ all’energia nucleare, ma allo stesso tempo interdice la diffusione delle armi nucleari, temporaneamente legittime solo per le cinque potenze del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (Cina, Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti e Russia). Ma il ‘diritto al possesso’ era vincolato a una promessa, contenuta nell’art. 6: l’impegno a negoziare subito, «in buona fede», il disarmo nucleare. Nella realtà dopo decenni non si sono visti passi in avanti verso il disarmo nucleare, anzi oggi si vedono soprattutto passi indietro con programmi di ammodernamento della ‘deterrenza’, ingenti per dispendio economico (1.000 miliardi per i soli USA) e terrorizzanti per la tendenza all’automazione, con delega all’intelligenza artificiale, che accresce la possibilità di guerra per errore.

La guerra in Ucraina oggi pone ulteriormente a rischio il TNP perché l’uso degli ordigni è esplicitamente bandito e comunque l’attacco di una potenza nucleare contro uno Stato non nucleare incentiva i Paesi a rivedere la loro decisione di rinunciare all’arma nucleare. La Conferenza TNP di New York potrebbe invertire questa tendenza. Sarebbe importante una sinergia tra campagna per la proibizione delle armi nucleari e campagna per il ‘non primo uso’ di esse. Si dovrebbe far recepire nel documento finale, se si riuscirà a vararne uno, l’interdizione del primo uso delle armi nucleari, che aprirebbe la strada alla loro ‘deallertizzazione’, separando le testate dai vettori (2.000 sono sempre pronte al lancio immediato). Un grimaldello per il riconoscimento del TPNW da parte del TPN potrebbe essere assicurato dall’accoglimento del primo come “zona denuclearizzata globale” deterritorializzata, da aggiungersi a quelle territorializzate già riconosciute: Africa, America Latina, Pacifico del Sud, Asia sud-orientale, Asia centrale.

L’ostacolo principale per il riconoscimento del TPNW da parte del TNP è la sua proibizione totale e quasi repentina dello stesso possesso delle armi nucleari. Queste disposizioni sono problematiche per i Paesi NATO, perché incompatibili con la dottrina strategica dell’Alleanza che non esclude, in circostanze eccezionali, il primo uso dell’arma nucleare. Ma a Vienna si è appunto aperto un dialogo con i Paesi che dovrebbero, come l’Italia, ospitare le nuove testate nucleari B61-12 trasportate dagli F-35, e se son rose a New York fioriranno…

 

 

Immagine: Christopher R.W. Nevinson, After a Push, 1917, Imperial War Museum. Crediti: © IWM Art.IWM ART 519

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