31 agosto 2022

Dopo l’Ucraina: le relazioni sino-russe viste dall’Asia centrale

 

Da Washington a Canberra, da Tokyo a Delhi, nelle stanze dove si fa la politica internazionale, le conversazioni sul futuro dell’Asia finiscono quasi immancabilmente sulle dispute che coinvolgono l’Indo-Pacifico, l’insieme dei Paesi affacciati sull’oceano nella porzione di globo che va dall’India agli Stati Uniti. Quasi mai, invece, si parla dell’Asia centrale, la sua controparte continentale. Quando, durante il suo mandato come segretario di Stato, Condoleezza Rice suggerì la necessità di «rendere l’Asia centrale nuovamente asiatica», fu l’ammissione che la politica estera statunitense non considerava la regione come una parte del continente. Per anni era stata poco più che un’appendice, prima sovietica e poi russa. Neanche l’indipendenza dall’URSS, ottenuta dai Paesi dell’area nel 1991, era riuscita a sovvertire questa logica: gli stretti legami con Mosca bastavano perché gli Stati dell’Asia centrale fossero ancora annoverati, almeno nel policy-making occidentale, nello spazio di influenza russo.

 

Negli ultimi quindici anni, però, le cose sono cambiate. A seguito del ritiro degli Stati Uniti dall’Afghanistan e del rinnovato interesse economico di Pechino nella regione, oggi Cina e Russia sono i principali tiranti dell’infrastruttura economica, politica e di sicurezza in Asia centrale. Capire la natura dei rapporti che legano le due potenze, soprattutto alla luce della crisi in Ucraina, è quindi fondamentale per comprendere le prospettive della regione. I rapporti tra Mosca e Pechino sono ben descritti da un termine diplomatico molto in voga negli anni Settanta: l’intesa. Con questo termine, mutuato dal francese entente, si intende un accomodamento strategico e tattico tra potenze, di solito rivolto verso o contro una terza parte. Tradotto nel contesto eurasiatico, ciò significa che la relazione tra Cina e Russia – ben lontana dal trovare giustificazione nella prossimità geografica e culturale, in una genuina amicizia tra i popoli, o perfino tra i rispettivi leader – è più semplicemente il frutto di un comune antagonismo verso gli Stati Uniti. Un collante potente, che ha visto Vladimir Putin e Xi Jinping investire per anni nella partnership strategica in funzione antiamericana.

 

Anche per questo, il 24 febbraio 2022, la Repubblica Popolare Cinese si è trovata in una posizione molto scomoda. Paese complesso e multiforme, la Cina ha interessi altrettanto compositi, che difficilmente potevano conciliarsi con la guerra di Mosca contro Kiev. Se da un lato c’è la partnership strategica, infatti, dall’altro ci sono i principi fondamentali su cui si fonda la politica estera cinese: l’integrità territoriale e la non interferenza negli affari interni dei Paesi, per cui Pechino si batte da sempre. E, ancor più importante, la minaccia delle sanzioni. Con un’economia da 15.000 miliardi di dollari, la Cina è profondamente integrata nel sistema economico, commerciale e finanziario globale e non può permettersi di pagare gli effetti collaterali delle sanzioni imposte alla Russia. Così, la leadership cinese ha scelto una posizione di ambiguità, da un lato schierandosi diplomaticamente e strategicamente con la Russia, ma, al contempo, rispettando tutte le sanzioni imposte contro Mosca da Stati Uniti ed Europa. Questa ambiguità è stata interpretata da alcuni come una rottura dell’intesa sino-russa. Tuttavia, se analizzato in un arco temporale più ampio, l’atteggiamento cinese rispetto alle mire espansionistiche di Mosca è cambiato molto negli anni – basti pensare che nel 2008 Pechino aveva condannato senza mezzi termini l’annessione dell’Ossezia. In questa luce, l’indulgenza di oggi sembra ben più rilevante di quanto il solo conflitto in Ucraina avrebbe suggerito.

 

Prima della guerra, molto dello scetticismo nel mondo occidentale circa la solidità delle relazioni sino-russe trovava ispirazione in Asia centrale. Geograficamente a metà tra le due potenze e storicamente terra di conquista da parte di entrambe, si pensava che la regione avesse il potenziale per mettere Pechino e Mosca l’una contro l’altra. In realtà, cinesi e russi vi si muovono in maniera sinergica. Al contrario di Stati Uniti ed Europa, Cina e Russia non hanno alcun interesse ad una transizione democratica, che altererebbe gli equilibri regionali. Anche i ruoli che ricoprono sono complementari: mentre i cinesi si occupano della parte economica, i russi intervengono politicamente e (quando serve) militarmente per garantire la stabilità. La fine dell’occupazione militare statunitense dell’Afghanistan ha poi ulteriormente levigato i contorni delle relazioni russo-cinesi in Asia centrale.

 

Il fatto che Stati Uniti e Unione Europea siano meno presenti in Asia centrale è stato di beneficio per le due grandi potenze asiatiche, ma ha anche favorito la trasformazione della politica regionale in quest’area. In tale contesto, la convergenza sino-russa ha cominciato a rappresentare un problema. Per far fronte ai cambiamenti strutturali, militari, politici ed economici seguiti alla vittoria dei Talebani, infatti, i governi locali hanno iniziato a collaborare tra loro e a interrogarsi su come gestire in maniera autonoma una regione che per secoli è stata un’arena di competizione tra grandi potenze ed è costituita unicamente da Paesi senza sbocco sul mare: una condizione che, da sola, comporta una perdita stimata di 1,5 punti percentuali sul prodotto interno lordo di un Paese, dovuta ai costi di trasporto di merci e materie prime.  

 

In quest’ottica, diversi Paesi dell’Asia centrale hanno cominciato ad ammiccare alla Belt and Road Initiative (BRI), il colossale progetto di sviluppo delle infrastrutture di trasporto e logistica sul tragitto dell’antica Via della Seta lanciato da Xi, non a caso, proprio durante una visita in Kazakistan nel 2013. Per l’Asia continentale, questa strategia serve due obiettivi: da un lato, migliorare i collegamenti nella regione per sopperire alle difficoltà strutturali e geografiche; dall’altro fare leva sulla competizione tra potenze per ottenere vantaggi economici e commerciali dai Paesi che hanno interesse a contenere l’espansione dell’influenza cinese nell’area; primi tra tutti gli Stati Uniti, che da sempre mettono in guardia i Paesi del Sud globale dall’accettare investimenti cinesi.

 

Interpretare il vuoto di potere lasciato dal ritiro statunitense dall’Afghanistan solo come un’opportunità per Russia e Cina sarebbe un errore. Dopo la vittoria dei Talebani, gli Stati dell’area hanno intrapreso un processo di normalizzazione delle relazioni con Kabul per favorirne l’integrazione regionale, a dimostrazione che oggi l’Asia centrale dialoga con le grandi potenze non più da una posizione di subalternità, ma piuttosto con la fiducia di chi pensa di poter costruire autonomamente il proprio destino. Se immaginare il domani di questa regione significa ancora provare a calcolare le possibili geometrie di potenza tra Cina, Russia e Stati Uniti, oggi più che mai risulta chiaro che saranno anche le aspettative e i desideri dei Paesi che ne fanno parte ad influenzarne il futuro.

 

* Questo articolo riprende i contenuti della lezione tenuta da Evan A. Feigenbaum (Carnegie Endowment for International Peace) il 4 luglio 2022 presso la 16ª TOChina Summer School, Dipartimento di Culture, Politica e Società dell’Università di Torino.

 

Immagine: Paesaggio attraversato dalla strada per Kokand, Uzbekistan. Crediti: Tasha.phtgrphr / Shutterstock.com

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