8 febbraio 2021

Draghi e l’Europa, a parole sue

Molto probabilmente il professor Mario Draghi sarà il prossimo inquilino di Palazzo Chigi.

Rispetto al suo predecessore ‒ di cui poco si sapeva al di fuori del piccolo mondo degli avvocati amministrativisti ‒ il presidente del Consiglio incaricato vanta una lunga e prestigiosa carriera da civil servant. Direttore generale del Tesoro negli anni cruciali delle grandi privatizzazioni, governatore della Banca d’Italia dopo gli scandali della vicenda bancopoli e, in quello che sembrava il culmine di una vita professionale, il presidente della Banca centrale europea (BCE) che salvò l’euro e l’intera Unione Europea (UE) quando i morsi della speculazione internazionale e la crisi dei debiti sovrani sembravano minacciare le fondamenta dell’architettura istituzionale europea.

 

Le tre vite di Mario Draghi sono state raccontate benissimo in altre sedi: da Alessandro Aresu e Andrea Garnero su Limes e Le Grand Continent per quanto riguarda il suo mandato in via XX Settembre e in Via Nazionale, dal Financial Times col suo fondamentale reportage dedicato al salvataggio dell’euro e, addirittura, certa pubblicistica italiana sta già provando ad anticipare ‒ spesso con un notevole sforzo d’immaginazione ‒ come sarà la quarta vita del professore, ovvero quella che lo vedrà al timone della nave Italia stavolta non da supertecnico ma da capo del Governo. Dato che il modo migliore per non sbagliare previsioni è non farne, riguardo il futuro di Mario Draghi ci rimettiamo a quello che ha scritto Famiglia cristiana commentando l’educazione gesuitica dell’ex banchiere: conteranno i programmi, non antiche o recenti frequentazioni.

 

Mario Draghi, soprattutto durante il suo impegnativo mandato alla Banca centrale europea, ha dato prova di essere non solo una mente economica finissima (per capacità teoriche ed esecutive forse la migliore della sua generazione), ma pure un dirigente pubblico capace di tenere insieme sensibilità politica e rigore tecnico con ‒ come avvenne nel 2011 in quella famosa conferenza a Londra ‒ una abilità unica nel proporre guizzi apparentemente eterodossi al momento più opportuno.

 

Il “whatever it takes”, che peraltro Draghi non ama venga citato in maniera così sintetica ma ci arriveremo più avanti, non è stato solo il colpo di genio di un momento particolarmente ispirato, ma rappresenta la summa di una riflessione più ampia, che travalica le problematiche pure di politica monetaria per inserirsi in quella “certa idea d’Europa” concepita dall’allora capo della Banca centrale europea.

Draghi, nel corso della sua lunga carriera, ha elaborato un pensiero per tanti versi originale che lo allontana molto dallo stereotipo pigro dell’eurocrate di marca bruxellese: il modo migliore per conoscerlo è leggere ‒ o ascoltare ‒ le parole del diretto interessato e, per farlo, abbiamo ritenuto utile recuperare tre interventi che, in maniera diversa, raccontano, se non tutto, molto di cosa Mario Draghi pensi dell’Unione Europea, del problema della sovranità, dell’euro e del ruolo degli Stati.

Il punto di partenza migliore è la lectio magistralis che, da presidente della BCE, Draghi tenne alla Harvard Kennedy School il 9 ottobre 2013, ovvero appena un paio d’anni dopo la crisi dell’euro. La lezione, intitolata non a caso L’Europa alla ricerca di un’Unione più perfetta è dedicata al futuro dell’Unione Europea e, quasi immediatamente, Draghi evidenzia uno dei limiti principali del Trattato di Lisbona e, dunque, dell’intera architettura UE:

 

«Il preambolo del trattato europeo pone come obiettivo dell’UE “un’unione sempre più stretta”. Per alcuni ciò è fonte di preoccupazione: sembra la promessa di un inesorabile percorso verso un futuro Superstato. Molti europei, con storie e culture nazionali diverse, non si sentono pronti a questo passo.

È quindi importante capire che l’espressione “unione sempre più stretta” non rende adeguatamente la sostanza del programma con cui si confronta oggi l’Europa. A mio parere si prestano meglio come definizione le parole mutuate dalla Costituzione degli Stati Uniti: l’istituzione di un’unione più perfetta, “a more perfect union”».

 

 

Segnando la differenza tra la Costituzione americana e Lisbona, Draghi fa capire immediatamente quanto sia lontano da certe spinte federaliste riconoscendo, in maniera esplicita, l’importanza delle «culture nazionali». Per Draghi l’Unione deve essere «più perfetta» non genericamente «più stretta» e, infatti, in un passaggio successivo esplicita questo approccio:

 

«Ponendo al centro le esigenze dei cittadini, ci consente di inquadrare la sovranità in termini di risultati, e la somma può essere positiva.

Di fatto, questo modo di pensare è già insito nel Trattato dell’UE attraverso il principio di sussidiarietà, in base al quale le competenze possono essere trasferite all’Unione unicamente ove questa sia in grado di esercitarle in modo più efficace rispetto a un livello inferiore di governo. In altre parole si pone l’enfasi in modo chiaro e netto sull’efficacia dell’azione politica.

A mio avviso è questo porre pragmaticamente in primo piano l’efficacia delle politiche che dovrebbe essere il motore dell’ulteriore integrazione».

 

Draghi ‒ recuperando la lezione del padre fondatore americano James Madison e di John Locke ‒ rifiuta la lezione assolutista del concetto di sovranità ribadendo come l’Unione Europea debba possedere solo quelle competenze che può esercitare in maniera efficace ed efficiente. Tra queste rientra, naturalmente, la politica monetaria. Non bisogna fare l’errore, a questo punto, di immaginare che Draghi non si ponga ‒ o ignori in maniera strumentale ‒ il tema del controllo democratico; sempre ad Harvard, rispondendo alla domanda di uno studente riguardo la credibilità e l’autonomia della BCE, Draghi ha sottolineato come la sua celeberrima citazione andrebbe sempre riportata nella sua interezza ovvero:

«Within our mandate, the ECB (European Central Bank, ndr) is ready to do whatever it takes to preserve the euro. And believe me, it will be enough».

 

Per Draghi la prima parte della frase «nell’ambito del nostro mandato» ha la stessa importanza della, più famosa, seconda «tutto il necessario»: la BCE è credibile perché opera seguendo obiettivi molto precisi che il presidente, per quanto autorevole, autonomo o creativo, non può modificare o decidere da solo. La politica, nei suoi luoghi e con i suoi processi, delibera democraticamente il mandato che le istituzioni “tecniche” eseguono.

Occorre stare attenti, Draghi non scarica le responsabilità, anzi, si assume appieno le proprie, esattamente come ha fatto nel 2011 spingendosi, a ragione, ai limiti delle sue competenze come presidente della BCE ma mai oltre. Questo è il senso vero e profondo della sussidiarietà, non una moltiplicazione di centri decisionali ma suddivisione chiara dei ruoli e obiettivi comuni; concludendo la lezione, infatti, Draghi spiega come il salvataggio dell’Euro non sia stata una mera operazione «contabile», ma il passaggio fondamentale di un progetto politico più ampio che vede nella moneta unica una colonna portante:

 

«Ma gli osservatori erano inciampati in un errore più di fondo. Avevano sottovalutato il profondo impegno degli europei verso l’euro. Avevano erroneamente considerato l’euro un regime di cambio fisso, laddove in realtà è una moneta unica irreversibile. E la sua irreversibilità nasce dall’impegno delle nazioni europee a conseguire un’integrazione più stretta, impegno che – come il Comitato del Premio Nobel ha riconosciuto lo scorso anno – affonda le radici nel nostro desiderio di pace, sicurezza e superamento delle differenze nazionali».

 

 

La sostenibilità politica, prima ancora che tecnica o econometrica, dell’euro è un tema su cui Draghi si è sempre interrogato: all’indomani della crisi del debito, nel 2012, davanti a una platea principalmente tedesca, tra cui l’allora ministro delle Finanze Wolfgang Schaeuble, nel discorso Per uno spazio pubblico europeo, Draghi ha approfondito le sue riflessioni sul rapporto tra efficacia dell’azione politica e sovranità:

 

«Un coinvolgimento democratico avviene già tramite il Consiglio ‒ dove i cittadini sono rappresentati da Ministri eletti ‒ e il Parlamento Europeo ‒ dove i cittadini eleggono direttamente i loro deputati. Tuttavia va fatto di più per fare in modo che la voce dei cittadini europei sia ascoltata. Ci serve quello che in Germania è chiamato, demokratische Teilhabe.

 

Qui è dove voi siete necessari. Chiederei a tutti voi ‒ giornalisti, editori ma pure comunità accademica e decisori politici ‒ di aiutare la creazione di uno spazio pubblico europeo genuino, eine europäische Öffentlichkeit»[1].

 

Nel richiamare la necessità di un vero dibattito pubblico europeo, Draghi si allontana dagli eccessi proposti in quegli anni (peraltro sostenuti pure da alcuni autorevoli dirigenti politici seduti in platea ad ascoltarlo), ma richiama, ancora una volta, alla moderazione:

 

«Le soluzioni di cui abbiamo bisogno non richiedono approcci estremi o scelte impossibili. Richiedono un percorso strutturato e raggiungibile per completare l’Unione monetaria. Si tratta di un obiettivo pienamente raggiungibile».

 

Torna, ancora una volta, l’enfasi sulle strutture, sulle istituzioni, sulla solidità dei percorsi da intraprendere su quanto sia necessario, in un mondo sempre meno gerarchico e privo di riferimenti chiari, affidarsi prima di tutto alla certezza del diritto e alla chiarezza delle procedure.

Draghi, forse pure per familiarità personale, avendo vissuto in prima persona il travaglio con cui l’Italia passò dal vecchio mondo dell’IRI, dell’industria di Stato, dell’inflazione e del deficit, al nuovo corso di Maastricht, dell’euro e del rigore di bilancio, si era spinto ancora oltre già nel 2009, in un per certi versi sorprendente commento all’enciclica Caritas in veritate di Benedetto XVI che pubblicò sulle pagine dell’Osservatore romano da governatore della Banca d’Italia.

Due passaggi, in particolare colpiscono:

 

«La crisi attuale conferma la necessità di un rapporto fra etica ed economia, mostra la fragilità di un modello prono a eccessi che ne hanno determinato il fallimento. Un modello in cui gli operatori considerano lecita ogni mossa, in cui si crede ciecamente nella capacità del mercato di autoregolamentarsi, in cui divengono comuni gravi malversazioni, in cui i regolatori dei mercati sono deboli o prede dei regolati, in cui i compensi degli alti dirigenti d’impresa sono ai più eticamente intollerabili, non può essere un modello per la crescita del mondo».

 

e ancora:

 

«Il Papa individua nel principio di sussidiarietà ‒ delineato nel 1931 da Pio XI nella Quadragesimo anno ‒ uno strumento importante per rispondere in prospettiva alla crisi attuale. La proposta è di affidare il governo della globalizzazione a una autorità policentrica (poliarchica) costituita da più livelli e da piani diversi e coordinati fra loro, non fondata esclusivamente sui poteri pubblici ma anche su elementi della società civile (i corpi intermedi fra Stato e mercato, nell’originaria impostazione di Pio XI).

L’attualità di questa proposta risiede soprattutto nella indicazione di una autorità di governo posta sopra una realtà economica complessa che non si lascia più ridurre a poche, per quanto violente, contrapposizioni di interessi; che abbia quindi una natura “multilivello”, che faccia cioè ampio uso del principio di sussidiarietà nel senso oggi familiare agli economisti, secondo il quale la potestà decisionale va attribuita al livello su cui principalmente si riflettono gli effetti delle decisioni prese».

 

 

Prima di tutto Draghi archivia ‒ nel 2009, non nel 2021 ‒ un bel pezzo di ortodossia neoclassica riconoscendo la necessità di governare i mercati e, addirittura, i salari degli alti dirigenti (proseguendo cita direttamente Akerlof e Amartya Sen, due eretici dell’accademia mondiale, un po’ come il suo vecchio maestro Federico Caffè) e, nel secondo passaggio, già individua il tema della sussidiarietà che approfondirà nella sua lezione di Harvard, questa volta però declinandolo a livello globale anziché europeo. Per Draghi, insomma, non può esserci sviluppo senza un vero governo dei processi che, però, deve sempre passare da una attenta analisi degli effetti complessivi delle politiche pubbliche.

 

Come per il “whatever it takes” ma sempre “within our mandate”, tenendo insieme potere e responsabilità, indipendenza (che non deve mai trasformarsi in onnipotenza) e democrazia.

 

Arrivando, seppur in maniera piuttosto rocambolesca, alla guida del suo Paese, Mario Draghi avrà prestissimo l’occasione per iniziare la sua quarta vita, forse la più complicata di tutte, forse non quella che si aspettava, ma ‒ conoscendo la politica italiana ‒ di certo quella in potenza più sorprendente.

 

[1] La traduzione è dell’autore perché sul sito della BCE il testo originale è disponibile solo in inglese e tedesco.

 

Immagine: Mario Draghi (26 novembre 2018). Crediti: Alexandros Michailidis / Shutterstock.com

 


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