18 settembre 2013

Due discorsi per Obama

La sera del 10 settembre Barack Obama ha tenuto un breve intervento  rivolto alla nazione per chiarire la sue ragioni a favore di un intervento militare punitivo contro Assad. Nello stesso discorso però, Obama non ha escluso possibili soluzioni diplomatiche e ha chiesto al Congresso di avere un dibattito aperto prima di prendere qualsiasi decisione definitiva. Lo speech era stato pensato con l'obiettivo di aumentare il supporto per l'attacco nell'imminenza del voto del Congresso, voto che poi lo stesso Obama ha rinviato dopo la manifestazione di disponibilità da parte di Assad a “consegnare” le armi chimiche.

Per l'intera durata dell'intervento Obama ha cercato di spiegare  - non riuscendovi - alla sua nazione per quali ragioni l'intervento militare non sarebbe stato la “salata” lezione da dare ad Assad per avere gassato la sua popolazione. Com'era prevedibile, il fatto di dire a 300 milioni di persone di "non pensare all'elefante" ha come primo effetto quello di farli pensare all'elefante. Così, senza nessun rischio per la sicurezza nazionale e senza un unanime consenso sulle soluzioni da adottare dai paesi della Nato, l'intervento del presidente non ha ottenuto il consenso sperato, lasciando chi si aspettava una risposta chiara con un nulla di fatto.

Detto questo, Rosa Brooks, docente alla George Town University ed ex consigliere del dipartimento di Stato Usa, si è presa la briga di scrivere sulle pagine di Foreign Policy due discorsi alternativi , uno contrario e l'altro a favore dell'intervento militare. Così, invece di continuare a discutere di mezze misure e del fatto che anche raggruppate esse non fanno una soluzione, si può provare ad affrontare tre semplici domande: Gli Stati Uniti hanno un interesse urgente di sicurezza nazionale in Siria? Hanno l'obbligo morale di tentare di concludere la personale guerra di Assad contro i suoi cittadini? C'è la possibilità che l'intervento militare possa portare ad ottenere di obiettivi utili?

 

Il discorso sul non intervento. Obama, secondo Brooks, avrebbe potuto ricordare che in Afghanistan più di un migliaio di civili sono stati uccisi quest'anno, che in Egitto più di mille persone sono state uccise nel corso dell'ultimo mese e che in Iraq esplosioni e altri attacchi hanno ucciso più di un migliaio di persone nel solo mese di luglio e un altro migliaio nel mese di Agosto. E questa è solo un'istantanea dei decessi legati ai conflitti armati: ogni ora, 300 bambini muoiono di malnutrizione, un altro milione e mezzo di bambini muore di polmonite ogni anno, mentre la "semplice" diarrea ne uccide più di 700.000.

Detto questo, avrebbe poi dovuto dire che la domanda per gli Stati Uniti non è se la morte di 100.000 siriani sia una tragedia - perché è chiaro che lo è. Però la guerra civile siriana non è una semplice questione di buoni contro cattivi, anche se non c'è dubbio che Assad sia un dittatore dalla spaventosa brutalità. Purtroppo però la rivolta contro Assad è organizzata in mille fazioni, e un certo numero di gruppi di ribelli sono stati anche credibilmente accusati di crimini di guerra, anche se su scala minore rispetto a quelli del regime di Assad. Nondimeno alle organizzazioni ribelli più moderate probabilmente mancano sia le infrastrutture sia il sostegno popolare per essere in grado di governare se Assad cadesse.

In conclusione la realtà, sempre secondo quello che la Brooks farebbe dire ad Obama, è che gli Stati Uniti hanno solo un numero finito di strumenti di sorveglianza a loro disposizione, e la maggior parte di questi sono già pienamente operativi in altri punti caldi di tutto il mondo, dall'Afghanistan allo Yemen. E hanno poche fonti affidabili di intelligence sul terreno in Siria. Il risultato è che, in realtà, gli Usa non comprendono le dinamiche politiche o militari in Siria - e, di conseguenza, qualsiasi intervento militare potrebbe facilmente rendere una terribile situazione ancora peggiore.

 

Il discorso a favore dell'intervento. In questo caso Obama, secondo Brooks, avrebbe dovuto dire che l'uso di armi chimiche dimostra, completamente, che Assad e il suo regime non posseggono i più elementari impulsi di umanità. Che per più di due anni gli Stati Uniti hanno provato ogni trucco diplomatico nel tentativo di isolare Assad e fermare il massacro. Imponendo sanzioni, negoziando, e - infine - essendo costretti a tornare al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ancora e ancora. Ma il Consiglio si è rivelato incapace di agire. Gli Stati Uniti non vorrebbero dover usare la forza senza una chiara autorizzazione del Consiglio, ma l'Onu è stata fondata per proteggere gli esseri umani, e non per fornire scuse o proteggere gli interessi degli Stati ostruzionisti. La paralisi e le disfunzioni delle istituzioni internazionali non possono giustificare la continua inazione di fronte al massacro in Siria.

Detto questo, avrebbe poi dovuto dire che non c'è alcun senso nel prevenire Assad dall'usare nuovamente armi chimiche, se poi gli si permette di continuare a uccidere altre migliaia di civili con armi convenzionali. E se è vero che utilizzando armi chimiche viola il diritto internazionale, anche i deliberati attacchi contro i civili violano il diritto internazionale. I crimini di guerra sono crimini di guerra, e i genitori dei bambini morti non si preoccupano se i loro figli sono stati uccisi dal veleno dei gas, dalle bombe, dai fucili o dai machete.

Detto questo, ora qualcuno potrebbe dire che se la Siria è una causa degna, allora gli Stati Uniti devono intervenire anche nella Repubblica Democratica del Congo, in Sudan, e negli altri innumerevoli luoghi in cui sono in atto uccisioni di civili innocenti. Ma sarebbe troppo bello pensare che gli Stati Uniti abbiano il potere di risolvere ogni problema e salvare ogni innocente: semplicemente non lo hanno. Alcuni conflitti sono troppo intrattabili e troppo lontani nel loro impatto sugli interessi nazionali degli Usa per giustificare un'azione militare.

In conclusione, sempre secondo quello che la Brooks farebbe dire ad Obama, il fatto che gli Usa non siano in grado di risolvere tutti i problemi non significa che non dovrebbero cercare di risolvere eventuali problemi legati alla propria sicurezza e quelli legati agli equilibri della pace mondiale. In Siria gli interessi vitali degli Stati Uniti sono veramente in gioco. L'uso di armi chimiche, il crescente allargamento del conflitto in Stati confinanti e la crescente influenza dei gruppi ribelli di al-Qaida rappresentano minacce reali alla sicurezza degli Stati Uniti.

 

Pubblicato in collaborazione con Meridiani Relazioni Internazionali


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