4 marzo 2021

Elezioni in Israele, le grandi manovre di Netanyahu

 

Il 23 marzo gli elettori israeliani sono chiamati per la quarta volta in due anni ad eleggere i membri della Knesset (il Parlamento), cui spetta il compito di formare il nuovo Governo. L’esecutivo guidato da Benjamin Netanyahu e da Benny Gantz, nato dopo lunghe trattative a seguito delle elezioni di marzo 2020, è caduto a dicembre a causa del mancato accordo sull’approvazione del Bilancio, facendo ripiombare Israele nel caos politico in un momento particolarmente delicato a causa dell’emergenza sanitaria. Ancora una volta, i partiti che parteciperanno alle prossime elezioni si sono divisi in due schieramenti: uno pro-Netanyahu, l’altro contro. Il leader del Likud, che ha ricoperto per undici anni il ruolo di primo ministro, ha ormai polarizzato la politica israeliana diventando il principale argomento di discussione in campagna elettorale.

 

Secondo gli ultimi sondaggi, il Likud dovrebbe comunque continuare a guidare la scena politica israeliana posizionandosi al primo posto con 27 seggi, nove in meno rispetto alle elezioni di un anno fa, mentre ci si aspetta un risultato deludente per l’ex alleato Benny Gantz, che potrebbe aspirare ad un massimo di 4 seggi. 

 

Nonostante ciò, Netanyahu è ben lontano dalla maggioranza necessaria per formare un nuovo Governo ‒ pari a 61 seggi della Knesset su un totale di 120 ‒ e non può più contare né sul Blu e Bianco di Gantz, né sugli altri partiti del centro-destra. Proprio la mancanza di appoggio nel centro ha spinto il premier uscente verso le formazioni più estremiste e gli elettori arabi, da sempre disprezzati da Netanyahu. È in questo contesto che vanno quindi lette le ultime mosse del leader del Likud, che a pochi giorni dalla presentazione delle liste ufficiali è riuscito a portare a casa due importanti vittorie: la formazione di un blocco di destra “nazionalista” (ossia estrema) e la spaccatura della Lista comune araba.

 

Netanyahu è stato l’artefice della nascita dell’alleanza tra Unione nazionale del ministro dei Trasporti Bezalel Smotrich e la coalizione Noam-Otzma Yehudit guidata dall’avvocato ed attivista di estrema destra Itamar Ben-Gvir. Quest’ultimo rappresenta una figura particolarmente controversa della politica israeliana: Ben-Gvir è infatti considerato il discepolo del rabbino Meir Kahane, leader della formazione Kach, fuorilegge da quasi 20 anni a causa delle sue posizioni razziste. L’avvocato è inoltre noto per le sue critiche contro il premier Yitzhak Rabin e gli Accordi di Oslo, nonché per le sue posizioni fortemente antiarabe. Ma a destare preoccupazione è anche la possibile entrata nel Parlamento del partito Noam, omofobo e contrario alle politiche pro-LGBT. Questi tre partiti dovrebbero però garantire al premier uscente quattro seggi, portando il blocco pro-Netanyahu a 45. Stando agli ultimi sondaggi, il Likud potrebbe infatti contare su 27 seggi a cui andrebbero aggiunti i 14 di Shas e Giudaismo unito nella Torah (UTJ, United Torah Judaism), entrambi rappresentanti degli ultraortodossi, e gli eventuali 4 della formazione di estrema destra. L’incognita resta invece su Casa araba, che Netanyahu ha cercato fino all’ultimo di inserire nella lista estremista, e Yamina di Naftali Bennett, ex ministro della Difesa.

 

Ma l’attenzione di Netanyahu non si è concentrata solo sull’estrema destra. Il premier uscente ha puntato anche sui voti degli arabo-israeliani, cercando da una parte di spaccare il fronte dei partiti arabi e dall’altra di accaparrarsi parte dei loro voti. Nelle ultime elezioni i quattro partiti arabi di Israele ‒ Balad, Hadash, Ta’al e Ra’am ‒ erano riusciti a conquistare 15 seggi presentandosi in un’unica lista, diventando così la terza formazione più forte nella Knesset e arrivando ad un passo dalla formazione di un Governo con Benny Gantz. I risultati raggiunti dai parlamentari arabi nell’ultimo anno, tuttavia, sono stati quasi nulli, accrescendo la delusione del loro elettorato ed aumentando le divisioni interne alla Lista. Proprio su quest’ultimo aspetto ha saputo far leva Netanyahu, che ha apertamente corteggiato il leader di Ra’am, Mansour Abbas, accompagnandolo persino nei suoi tour tra la comunità araba di Israele. Una mossa senza precedenti che ha però dato i suoi frutti: Abbas ha lasciato la Lista comune per presentarsi da solo alle elezioni, riducendo il peso politico della coalizione. Sempre nel tentativo di accaparrarsi almeno parte dei voti della componente araba, Netanyahu ha anche inserito al 39° posto della lista del Likud Nail Zoabi, primo palestinese a presentarsi con il partito di centro-destra. In cambio del suo appoggio, Zoabi guiderà un “Ministero per il progresso delle comunità arabe” che dovrebbe essere creato appositamente per lui. I risultati delle elezioni rimangono tuttavia incerti e molto dipenderà dalla capacità del blocco anti-Netanyahu di unirsi intorno ad un unico leader.

 

Immagine: Benjamin Netanyahu (3 ottobre 2019). Crediti: Roman Yanushevsky / Shutterstock.com

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