30 agosto 2021

Elezioni in Germania, recupera l’SPD di Olaf Scholz

 

Presenta tratti sorprendenti la risalita nei sondaggi della socialdemocrazia tedesca che, sulla base delle ultime indicazioni, ha scavalcato i Grünen e insidia l’Union di CDU e CSU quale primo partito tedesco. Certo, i tempi sono cambiati dal 1998, quando Schröder vinse le elezioni con oltre il 40%. Oggi sia SPD che conservatori sono poco oltre il 20%. Ma in un Parlamento che si è molto frammentato negli ultimi decenni, in cui dovrebbero entrare nuovamente ben sei partiti, è una conseguenza quasi inevitabile, che impone alle forze politiche di dotarsi delle necessarie fantasia e disponibilità a costruire coalizioni di governo. E le elezioni del 2021 potrebbero consegnare al Paese il primo governo sostenuto da ben tre partiti, anche questa una delle piccole grandi novità (non era mai successo) di questa fase.

Fino a qualche settimana fa la contesa sembrava riguardare solo conservatori e Grünen. Al candidato socialdemocratico alla cancelleria Olaf Scholz veniva attribuito un certo consenso, dovuto alle sue buone competenze mostrate da ministro delle Finanze e vicecancelliere, ma sembrava quasi ‘appesantito’ dal suo stesso partito, che alcuni sondaggi davano addirittura sotto il 15%. Poi, improvvisamente, complice anche una campagna elettorale non eccezionale della CDU e, in particolare, del candidato alla cancelleria Armin Laschet, la SPD ha iniziato a recuperare. Oggi sembra che un cancelliere socialdemocratico sia possibilità concreta, in diverse ipotesi di governo: una nuova Grande coalizione SPD e Union (che sembra per ora non avere, però, i numeri), un governo ‘semaforo’, con il giallo dei liberali e il verde dei Grünen, oppure una coalizione ‘Kenia’, con il nero dei conservatori e ancora gli ecologisti o, infine, una coalizione ‘tedesca’, con conservatori liberali e socialdemocratici. Oppure, ma l’ipotesi è tra le più deboli non foss’altro perché sembra priva della necessaria maggioranza in Parlamento, una coalizione rosso-rosso-verde, che Scholz certamente non adora ma non vuole nemmeno escludere e della quale la Linke, il partito di sinistra nato nel 2017 da una fusione della PDS dell’Est e di fuoriusciti della SPD, si dice disposta a far parte.

A questo punto, inutile indugiare in speculazioni: solo la sera del 26 sapremo se Scholz e la SPD hanno preso un voto in più e potranno ambire a guidare le trattative o se, invece, saranno ancora i conservatori a risultare il primo partito e ad avere l’onere di formare il nuovo governo. Provando a ipotizzare uno scenario potremmo dire che, nonostante tutto, ad oggi Laschet è ancora in vantaggio per raccogliere l’eredità di Merkel ma non solo per ragioni direttamente attribuibili a lui o al risultato della CDU. A incidere potrebbe essere piuttosto la preferenza che i liberali della FDP (Freien Demokratischen Partei), candidatisi ad essere nuovamente l’ago della bilancia della politica tedesca, esprimono per un’alleanza con i conservatori (magari estesa ai Grünen) rispetto a una formula di governo troppo sbilanciata a sinistra. Anche perché lo stesso Christian Lindner, presidente dei liberali, dovrebbe spiegare perché quattro anni fa rifiutò una coalizione con conservatori e Grünen e oggi potrebbe accettarne una ancor più spostata a sinistra.

Ma, come detto, si tratta solo di ipotesi che lasciano il tempo che trovano. Piuttosto è interessante soffermarsi sul mezzo miracolo compiuto da Scholz, che ha tenuto il punto: dimostrare che è possibile un governo senza i conservatori, che la CDU e la CSU non sono indispensabili per guidare la Germania. All’inizio sembrava una considerazione debole e irrealistica, ma con il tempo – complici anche le buone prove della SPD nelle elezioni locali – si è trasformata in una ipotesi dotata di un suo fascino: la Germania non è alternativlos, senza alternativa, i conservatori non sono predestinati a restare al governo a ogni costo e se vogliono restare al governo dovranno sudarsi ogni singolo voto. Al di là del futuro governo, comunque, se la SPD dovesse superare il 20%, il candidato socialdemocratico potrebbe comunque essere soddisfatto del risultato – migliore di quello del 2017, appena il 20,5% e peggior risultato di sempre – e riprendersi completamente il partito dopo la sconfitta patita nel voto tra gli iscritti nel 2019.

Perché, questa è la cosa più paradossale della vicenda, Scholz è stato inizialmente osteggiato dal suo stesso partito. Era visto esclusivamente come il rappresentante della ‘vecchia’ guardia, vale a dire del gruppo formatosi attorno a Gerhard Schröder. Tant’è che gli iscritti gli preferirono, per guidare il partito, Saskia Esken e Norbert Walter-Borjans, due candidati considerati ‘più di sinistra’ e che puntavano a un riposizionamento della SPD sul modello di quanto stava realizzando Jeremy Corbyn con il Labour nel Regno Unito. Allora si parlò di svolta, ma che le cose nella socialdemocrazia tedesca fossero destinate a un esito diverso – nonostante i proclami – era già apparso chiaro nel congresso del partito di dicembre 2019, che aveva confermato il voto degli iscritti, ma anche la composizione della delegazione al governo, con Scholz quindi che restava ministro delle Finanze e vicecancelliere. Una svolta, per così dire, a metà, meglio parlare di un compromesso ragionevole tra le anime interne al partito. Con la pandemia ovviamente è cambiato tutto e la SPD ha puntato proprio su Scholz, lanciando con largo anticipo la sua candidatura, che non è certamente piaciuta alla sinistra interna del partito e a quanti chiedevano una Erneuerung, un rinnovamento più profondo e radicale.

In realtà, Scholz è un politico pragmatico, che ha affinato le proprie qualità, più che alla scuola di Schröder, a fianco di Angela Merkel. Ha saputo integrare nel proprio programma istanze della sinistra del partito (innalzamento del salario minimo, assicurazione medica generalizzata, riforma della previdenza sociale per correggerne alcune storture introdotte nei primi anni Duemila), ha proposto una riforma fiscale più equa (con l’introduzione della patrimoniale) per fare i conti con le crescenti disuguaglianze nel Paese e resta un convinto europeista. È stato, infatti, tra i principali protagonisti della trattativa per definire Next Generation EU e non è un mistero che sia proprio Scholz a lavorare, tanto nel governo tedesco quanto negli incontri internazionali, per una sua trasformazione da misura episodica in uno strumento permanente.

Proprio per queste ragioni, un misto di competenza – riconosciutagli anche dagli avversari – e attenzione ad un rinnovamento della socialdemocrazia, Olaf Scholz si è imposto alla fine come un candidato credibile e un potenziale cancelliere, ben più dei suoi sfidanti Armin Laschet della CDU e Annalena Baerbock dei Grünen. La parola finale sarà ovviamente degli elettori, ma questo successo di Scholz può costituire una nuova strada nella sinistra tedesca ed europea. Si archivia così il tentativo di fare nella SPD quello che Corbyn aveva provato a fare del Labour, vale a dire tramonta l’idea di uno spostamento a sinistra, di una maggiore radicalità quale presupposto per vincere e ricostruire il partito, che era stata anche la scommessa della Linke. Non si tratta quindi, semplicemente, di archiviare la fase ‘neoliberista’. La socialdemocrazia di Scholz considera questa ipotesi illusoria e, in fin dei conti, fallimentare. Certamente c’è bisogno di socialdemocrazia, ma di fattura e qualità nuove, per affrontare le sfide di un Paese, la Germania, che è diventato molto più eterogeneo al suo interno e che è chiamato anche a un ruolo guida nel mondo. Ruolo che fino ad oggi ha quasi rifiutato o esercitato nella modalità ‘multilaterale’ di Angela Merkel e che potrebbe, però, non bastare più. Le questioni internazionali stanno avendo un peso rilevantissimo nella campagna elettorale: a questo proposito molto interessanti (per quanto spesso ancora vaghe e, anzi, capaci di aprire grandi scontri nella SPD) sono le discussioni tra i socialdemocratici sull’esercito europeo, sulle missioni internazionali e sull’autonomia strategica continentale. Una riedizione della socialdemocrazia ‘classica’, dunque, pare non bastare più.

Questo scenario sembra essere definito anche dalla debolezza della Linke, che i sondaggi danno intorno al 7%, un risultato ben più che deludente, eppure, atteso da tempo e quasi accettato con rassegnazione. La Linke ambiva a ‘spostare’ a sinistra l’equilibrio politico del Paese, ma non ha saputo né cogliere il momento per farlo né indicare la reale possibilità di questo cambiamento, più evocato che concretamente declinato, a volte riducendo il proprio orizzonte politico ad una critica sterile alla SPD e ai Grünen. E proprio oggi che il partito si dice pronto ad assumere responsabilità di governo, la candidatura di Scholz è apparsa a dirigenti della Linke prima come un ostacolo ad uno spostamento a sinistra del quadro politico tedesco e poi come un dato di fatto da accettare necessariamente, senza troppe storie.

Alle elezioni manca un mese, ma Olaf Scholz ha già dimostrato come sia la strada che ha indicato a dare una prospettiva alla socialdemocrazia tedesca e a quella europea. Se divenisse cancelliere il suo successo sarebbe assoluto, ma credo che anche in caso di sconfitta, sarà davvero complicato non confrontarsi con la sua idea di socialdemocrazia.

 

Immagine: Olaf Scholz (6 luglio 2017).  Crediti: Frank Schwichtenberg [CC BY-SA 4.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0], attraverso Wikimedia Commons

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