3 aprile 2020

Emergenza sanitaria e democrazia: il caso ungherese

Le misure di prevenzione che sono state adottate nella maggior parte dei Paesi a fronte dell’emergenza sanitaria provocata dall’epidemia di Covid-19 comprendono importanti limitazioni della libertà personale. L’accettazione di tali misure è molto larga fra la popolazione e fra le forze politiche di diverso orientamento, sulla base della necessità di arginare il contagio; da più parti però vengono espresse preoccupazioni che queste norme, anche se corrette in sé, possano fornire occasione per sancire stabilmente una limitazione dei diritti individuali. Fionnuala Ní Aoláin, nota giurista irlandese relatrice speciale delle Nazioni Unite contro il terrorismo e per i diritti umani, si è chiesta se l’epidemia non sia una opportunità per i regimi autoritari e per i politici in generale per aumentare a dismisura il loro potere. In un articolo sul New York Times cita i casi, ovviamente molto diversi l’uno dall’altro, dell’Ungheria, del Regno Unito, di Israele, del Cile, della Bolivia. Si potrebbero prendere anche altri esempi, dove le norme sanitarie e le modalità con cui vengono stabilite hanno suscitato perplessità. Provvedimenti drastici, che bloccano le persone nelle loro abitazioni, sono in generale accettati anche se provocano forte disagio; le violazioni della privacy, l’esautoramento del potere dei Parlamenti, le misure contro le false notizie, suscitano in una parte dell’opinione pubblica perplessità e timori. Il caso dell’Ungheria è quello che ha provocato più allarme in Europa.

 

Lunedì 30 marzo il Parlamento ungherese ha approvato, con 137 voti favorevoli, 53 contrari e 9 astensioni un disegno di legge urgente per contrastare la diffusione del Covid-19. Il primo ministro Viktor Orbán assumerà provvisoriamente poteri eccezionali, potrà governare attraverso decreti e disporre la chiusura del Parlamento. Inoltre, le informazioni sull’epidemia saranno accentrate dalle fonti ufficiali e chi verrà accusato di diffondere false notizie rischia una condanna che può arrivare fino a 5 anni di detenzione. I socialisti all’opposizione parlano apertamente di passaggio alla dittatura e forti riserve sono state espresse anche da diverse organizzazioni umanitarie.

 

Giovedì 2 aprile Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, ha espresso la sua preoccupazione per la situazione ungherese, raccomandando che anche se siamo di fronte a una pandemia «le misure devono essere limitate, strettamente proporzionate, adeguate, non durare a tempo indeterminato, e soprattutto essere soggette a regolare controllo del Parlamento». L’allarme è incrementato anche dal fatto che i provvedimenti si inseriscono nel particolare quadro politico ungherese. Le nuove norme sono provvisorie, ma abolirle non sarà facile perché sarà necessaria la maggioranza dei due terzi del Parlamento e la firma del presidente. Quindi il destino della democrazia è nelle mani di Orbán e del suo partito, Fidesz, che controlla 117 parlamentari su 199 e con il suo alleato, il Partito popolare cristiano democratico, raggiunge la maggioranza qualificata.

 

Comunque, la dialettica politica anche in piena emergenza sanitaria non è congelata; in Serbia, il governo presieduto da Ana Brnabić ha cancellato il 2 aprile, dopo le proteste delle opposizioni, scaturite anche dall’arresto di un giornalista, delle norme di controllo sulla diffusione delle notizie relative all’epidemia che erano state emanate sabato 28 marzo.

 

                           TUTTI GLI ARTICOLI SUL CORONAVIRUS

 

Immagine: Viktor Orbán (11 gennaio 2013). Crediti: European People's Party [Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)], attraverso www.flickr.com

0