6 luglio 2021

L’Etiopia di Abiy Ahmed, da leonessa d’Africa a iena decadente

 

A ormai oltre 15 giorni dal voto in Etiopia, non possiamo ancora disporre di dati ufficiali definitivi. Ma la vittoria del primo ministro uscente Abiy Ahmed è data per certa. Nonostante, però, le dichiarazioni degli osservatori dell’Unione Africana (UA) abbiano confermato lo svolgimento regolare delle elezioni e la attendibilità dell’esito, è difficile giudicare questa tornata elettorale realmente credibile per una serie di motivi oggettivi. In un quinto dei collegi il voto è stato posposto o addirittura cancellato a causa di conflitto, insicurezza o problemi logistici. In altre parole 97 seggi su 547 (i 38 in Tigray dove a causa della guerra il voto è stato rimandato a data da destinarsi e i 59 collegi dove le urne al momento restano chiuse fino a settembre), rimarranno vacanti. Il primo ministro e premio Nobel per la pace 2019 Abiy Ahmed, che ha pomposamente dichiarato lunedì 21 giugno 2021 «un giorno storico per l’Etiopia» e si è affrettato ad annunciare su Twitter che «tutte le fasce della società hanno voluto far sentire la propria voce nelle prime elezioni libere e giuste della nostra storia», punta a perpetuare quell’immagine del suo Paese di campione di democrazia e rispetto del diritto cui era assurta, con una buona dose di ragionevolezza, dalla sua salita al potere nell’aprile del 2018, che però fa a cazzotti con la realtà.

La leonessa d’Africa, l’Etiopia della ripresa economica, con un tasso di iscrizione alle scuole primarie vicino al 100%, del governo al 50% al femminile e la prima presidente donna della sua storia fortemente voluta da Abiy, il Paese sede dell’UA, centro politico e modello morale della rinascita africana, si è trasformata negli ultimi mesi in una iena decadente. Quella serie nutrita di riforme, la svolta democratica e il ripristino del dialogo con il nemico di sempre, l’Eritrea, che portò a una insperata uscita dall’isolamento-bunker di Asmara e fece gridare al miracolo, i fasti dell’uomo immagine di un continente che con la sua rivoluzione mite si laureò Nobel per la pace, dopo oltre 8 mesi di aspro conflitto in Tigray, le accuse di crimini di guerra verso il proprio esercito e una situazione di generale instabilità del Paese intero, sembrano ormai un pallido ricordo.

Il conflitto in Tigray ha innescato una crisi umanitaria dai risvolti inquietanti: secondo il coordinatore del progetto di sostegno alla popolazione dell’ONU Mark Lowcock, dei 6 milioni di abitanti dell’area, 353.000 giacciono in una condizione 5 (catastrofe) e 1.800.000 in condizione 4 (emergenza). Un terzo della popolazione tigrina vive in aree sotto il controllo dell’esercito etiope, mentre un altro terzo sotto quello dell’esercito eritreo, improvvisamente divenuto alleato da ex nemico acerrimo, ma che non coopera con le agenzie di soccorso e nega l’accesso degli aiuti umanitari. Il restane milione e mezzo risiede in aree rurali controllate dai ribelli del Fronte popolare di liberazione del Tigray (TPLF, Tigray Peoples Liberation Front) dove le ONG e le agenzie non arrivano e la copertura dei telefoni cellulari è stata tagliata.

Complice anche l’invasione delle locuste dello scorso anno che ha devastato i raccolti e una impossibilità di coltivare e allevare a causa della guerra, la situazione per i prossimi mesi è sull’orlo del baratro, con stime di morti per fame e carestie che potrebbero superare il mezzo milione. Nel frattempo, la sindrome di accerchiamento che ha colpito il primo ministro di etnia Oromo, ha portato a dichiarare proprio l’Oromo Liberation Army (OLA) ‘organizzazione terroristica’ lo scorso maggio ‒ esattamente come il TPLF ‒ al culmine di una campagna di guerriglia che dura da tre anni e che ha visto scontrarsi truppe dell’OLA con l’esercito regolare in varie zone del Paese.

Anche sul fronte internazionale, poi, Abiy deve fare i conti con gravi tensioni che minacciano anche la stabilità interna. Prima fra tutte, la questione della Grande diga del Rinascimento, costruita dall’Etiopia sul Nilo Azzurro, che porta costantemente la situazione a un passo dal conflitto aperto con l’Egitto e Sudan.

Con il risultato di una sonora vittoria in tasca, sebbene ancora non ufficializzato, ma anche allarmato dalle perdite di uomini, Abiy ha dichiarato lo scorso 27 giugno il cessate il fuoco in Tigray, convinto che la mossa sarebbe stata immediatamente accolta dal TPLF e che, alla vigilia di un ormai certo trionfo, avrebbe accresciuto l’immagine di uomo di pace. Il Tigray Peoples Liberation Front, invece, in tutta risposta ha approfittato della pausa unilaterale del conflitto per prendere il controllo totale della capitale del Tigray Macallè. «Il tango si balla in due» ha dichiarato Dina Mufti portavoce del ministro degli Esteri etiope, sorpreso dalla mossa e profondamente irritato.

Una parziale schiarita è avvenuta nella giornata di lunedì 5 luglio quando il Fronte popolare di liberazione del Tigray ha aperto a una possibile tregua, ma il prezzo che chiede ad Addis Abeba è alto: il ritiro delle truppe eritree e una commissione indipendente che indaghi sui crimini di guerra.

«Non vedo come le elezioni possano aiutare in alcun modo l’Etiopia» ha commentato un analista politico etiope raggiunto dalla rivista The New Humanitarian che ha chiesto di rimanere anonimo per paura di essere colpito dalla campagna di terrore innescata verso oppositori, attivisti e giornalisti, «al contrario, penso che con tutta probabilità, il voto aggraverà la situazione».

 

Immagine: Abiy Ahmed (24 gennaio 2019). Crediti: Alexandros Michailidis / Shutterstock.com

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