28 febbraio 2018

L’Etiopia dopo le dimissioni di Desalegn

Le dimissioni del primo ministro dell’Etiopia Hailemariam Desalegn, annunciate il 15 febbraio, hanno colto piuttosto di sorpresa la comunità internazionale suscitando reazioni contrastanti: molti osservatori hanno apprezzato un cambiamento politico avvenuto senza violenze e atti illeciti. Inoltre, Hailemariam Desalegn ha spiegato che le sue dimissioni vogliono favorire un’accelerazione delle riforme necessarie alla pacificazione nazionale e alla democrazia; a rafforzare la sensazione di apertura di un regime spesso accusato di autoritarismo e di violazione dei diritti umani, la liberazione di tutti i detenuti politici annunciata dal governo all’inizio dell’anno. Questi segnali hanno suggerito che si potesse uscire senza traumi dalla situazione di conflitto che l’Etiopia sta vivendo.

Nei giorni immediatamente successivi alle dimissioni, c’è stata però la dichiarazione dello stato di emergenza per la durata di sei mesi che molti hanno recepito come un arretramento del processo democratico. Dal 18 febbraio sono stati infatti inseriti notevoli limiti al diritto di manifestare e di promuovere la partecipazione politica e sono state ampliate le possibilità della polizia di fermare sospetti e perquisire abitazioni senza un mandato; sono misure spesso utilizzate nella storia recente dell’Etiopia ma in questo momento assumono un significato particolare. Non è facile capire come evolverà la situazione; sull’equilibrio democratico del Paese pesano le divisioni etniche tra la minoranza tigrina, che ha avuto negli ultimi anni la prevalenza nel governo, nel parlamento e nella amministrazione statale, e le altre etnie, come gli Amhara e gli Oromo, che costituiscono insieme il gruppo più numeroso. Le dimissioni del premier sono la conseguenza di un lungo periodo di tensione politica, innescato nel novembre 2015 dalle proteste contro il progetto che mirava a espandere il territorio della capitale Addis Abeba a discapito della regione di Oromo.

Dopo proteste, disordini e una decisa azione repressiva da parte del governo, che ha provocato secondo le stime di Amnesty International la morte di più di ottocento persone, si è arrivati al tentativo di pacificazione attraverso l’amnistia del gennaio 2018, che non è stata però sufficiente a fermare le tensioni. Con le dimissioni di Hailemariam Desalegn si apre una fase nuova, ma è difficile che senza cambiamenti profondi che prevedano la partecipazione di tutte le componenti della società si possa arrivare ad una effettiva pacificazione.


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