26 gennaio 2022

Europa, Russia e Ucraina: armi, guerra e pace

 

Nessun continente ha combattuto tante guerre come l’Europa. Solo nel XX secolo è stato l’innesco di due conflitti mondiali che, presi insieme, hanno provocato il maggior numero di morti, feriti, mutilati, dispersi, vittime di genocidio e sfollati a memoria d’uomo. A ciò bisogna aggiungere, nell’ultimo decennio del secolo scorso, le guerre nell’ex Iugoslavia e in Kosovo, che hanno causato circa 150.000 vittime, e nel XXI secolo la guerra nel Donbass, iniziata nel 2014 tra Ucraina e Russia, che continua ancora oggi e conta circa 14.000 morti e 25.000 feriti.

 

I venti di una grande guerra minacciano ancora una volta il continente, che ospita sei dei dieci maggiori Paesi esportatori di armi al mondo. In base ai criteri di produzione e vendita, la lista è guidata dagli Stati Uniti, seguiti dalla Russia e poi da Francia, Germania, Cina, Regno Unito, Spagna, Israele, Corea del Sud e Italia. Esaminando il rapporto annuale del SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute) del dicembre 2020 vediamo che le esportazioni di armi delle 25 maggiori aziende produttrici di armi nel mondo hanno raggiunto la cifra di 361 miliardi di dollari, con un aumento dell’8,5% rispetto al 2018. Tre Paesi europei sono tra i cinque che rappresentano il 75% delle vendite globali: Stati Uniti, Russia, Francia, Germania e Cina.

 

I libri di storia ci ricordano che i periodi di pace in Europa sono sempre stati di breve durata. Con la fine della Seconda guerra mondiale si sono nutrite grandi speranze per un nuovo ordine mondiale basato sulla pace che però non si è del tutto realizzato. Sono sorte due nuove potenze, gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica. L’Europa ha continuato a produrre armi, a modernizzare e a rafforzare i suoi eserciti. I quattro decenni di pace vissuti sul territorio europeo sono culminati nel conflitto nella ex Iugoslavia, consumato sotto gli occhi delle Nazioni Unite, della NATO (Organizzazione del Trattato Nord Atlantico) e dell’allora Comunità Economica Europea (CEE). Le immagini di genocidi, massacri, stupri, bombardamenti e distruzioni di città, pulizia etnica e deportazioni consumati sotto lo sguardo impassibile dei caschi blu inviati a proteggere la popolazione sono stati trasmessi dalle televisioni di tutto il mondo.

 

Le tensioni che hanno attraversato la storia del continente europeo non sono scomparse con la fine della guerra fredda e la dissoluzione dell’Unione Sovietica e del Patto di Varsavia. La fine di quest’ultimo, nato per reazione alla creazione della NATO guidata dagli Stati Uniti e composta originariamente da solo 12 Paesi, avrebbe dovuto portare anche alla scomparsa della NATO stessa. Così però non è stato, e i nuovi Stati indipendenti nati nel continente sono stati rapidamente invitati a unirsi all’accordo militare occidentale per proteggersi dalla Russia. Oggi la NATO conta 30 membri, con Ucraina, Georgia e Bosnia ed Erzegovina in attesa di entrare e Svezia e Finlandia partecipi delle esercitazioni militari congiunte.

 

Le tensioni attuali sul suolo europeo sono sorte per una serie di ragioni, tra cui l’allargamento ad est della NATO e l’annessione della Crimea ‒ che apparteneva all’Ucraina ‒ da parte di Mosca con un plebiscito del 2014 che non è stato riconosciuto da gran parte della comunità internazionale. La Crimea, ceduta dal leader sovietico Nikita Chruščëv a Kiev nel 1954, è stata ‒ essendo l’Ucraina stata parte dell’Unione Sovietica fino al 1991 ‒ sempre sotto il controllo di Mosca. La penisola ha una lunga storia di dominazione, essendo stata parte dell’Impero romano e conquistata numerose volte fino a quando Caterina la Grande, nel 1783, sconfiggendo l’Impero ottomano, la incorporò all’Impero russo. L’annessione del 2014 da parte di Mosca è stata guidata da interessi geopolitici (quello verso la base navale di Sebastopoli sul Mar Nero) e dal fatto che il 77% della popolazione parla il russo come lingua madre, l’11% tataro e solo il 10% ucraino. Un altro motivo in più è la disputa sull’accordo russo-tedesco per la costruzione dei gasdotti Nord Stream 1 e 2 che attraversano il Mar Baltico dalla Siberia alla Germania. La 1 è già operativa dal 2011, mentre la 2 è stata completata a settembre 2021, con un investimento russo di 11 miliardi di dollari. Ad oggi, non è stato inaugurato a causa delle tensioni e delle pressioni esistenti da Washington a Berlino. Gli Stati Uniti si sono sempre opposti alla sua costruzione, stimando che generasse dipendenza dall’Europa occidentale in un’area molto sensibile come l’energia, dove già altri gasdotti russi attraversano il territorio dell’Ucraina, fornendo vari Paesi occidentali, generando quasi 2 miliardi di dollari annui che favore Kiev. Il governo della cancelliera Angela Merkel ha approvato la costruzione del Nord Stream 2 ‒ nonostante le attuali sanzioni contro Mosca ‒ e la compagnia statale russa Gazprom ha nominato l’ex cancelliere federale tedesco Gerhard Schröder presidente del progetto. La regione del Donbass è oggi il punto caldo della disputa tra Mosca, gli Stati Uniti e la NATO, che sostengono l’Ucraina. La verità è che la crisi è iniziata lì nel 2014 e la tensione è sempre rimasta alta in seguito alla proclamazione di indipendenza delle sue due regioni sostenute da Mosca, che attualmente mantiene 100.000 soldati al confine con quel Paese. La NATO, per voce del suo segretario generale, l’ex primo ministro norvegese Jens Stoltenberg, ha risposto che il rischio di guerra sul continente è «reale» e che sarebbe un «errore strategico» per la Russia attaccare l’Ucraina. Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha minacciato Mosca, dicendo che qualsiasi attacco all’Ucraina avrebbe gravi conseguenze, economiche e «altre», per la Russia. I colloqui a Ginevra con i rappresentanti del Cremlino non hanno dato risultati incoraggianti. Mosca si oppone fortemente all’adesione alla NATO di Georgia e Ucraina, sottolineando che non può accettare che le basi militari occidentali raggiungano i suoi confini. In Ucraina, il 17,3% della popolazione è etnicamente russo e più del 40% degli ucraini usa il russo come lingua madre. Nella regione del Donbass, quasi il 40% degli abitanti si dichiarano russi.

 

Se la Russia dovesse attaccare l’Ucraina, la risposta della NATO potrebbe non essere unitaria: il pericolo di un consistente numero di vittime in Paesi parte dell’Alleanza potrebbe portare a far emergere divisioni tra i suoi membri. Dall’altro fronte invece il discorso nazionalista di Putin è ampiamente sostenuto dal popolo russo, nostalgico del suo passato di grande potenza. Putin, del resto, ha più volte dichiarato che la scomparsa dell’Unione Sovietica sia stata «la più grande catastrofe geopolitica del XX secolo».

 

I vicini della Russia ‒ tra cui Paesi desiderosi di diventare membri dell’Unione Europea (UE) e che sanno che la strada per l’adesione passa anche attraverso l’affiliazione alla NATO ‒ hanno ragione di temere una possibile invasione da parte di Mosca, che non manca di ricordare che nel 1962, quando Mosca cercò di installare missili a Cuba, gli Stati Uniti si opposero schierando la loro flotta nell’Atlantico e portando il mondo sull’orlo della guerra tra le due potenze. Cosa accadrebbe domani ‒ questo l’argomento di Mosca ‒ se la Russia sottoscrivesse un accordo militare con un vicino degli Stati Uniti? Washington lo accetterebbe?

L’Europa ha avuto un periodo di pace durato 46 anni, fino alla guerra dei Balcani, durata a sua volta 10 anni e che ha finito per coinvolgere la NATO, che ha bombardato Belgrado per due mesi e mezzo lasciando sul terreno tra 1.200 e 5.000 morti a seconda delle fonti.

 

Oggi, mentre i produttori di armi pregustano l’aumento del loro giro d’affari, la pace è di nuovo in pericolo. La Russia si sente forte della sua superiorità militare convenzionale in Europa oltre che del suo ruolo di fornitore di energia a tutta la parte occidentale del continente. Le Nazioni Unite e l’Unione Europea sembrano invece essere attori secondari in questa trama che potrebbe portare a un esito fatale dove, come sempre, i più colpiti sarebbero i civili, prime vittime di bombardamenti e distruzione.

 

Fernando Ayala è stato ambasciatore del Cile in Italia.

 

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Immagine: Edificio distrutto dalle bombe nel distretto di Kievskiy, non lontano dall’aeroporto, Donetsk, Donbass (gennaio 2021). Crediti: Vittorio Nicola Rangeloni / Shutterstock.com

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