16 ottobre 2017

Europa e Iran dopo il discorso di Trump

Nell’atteso discorso di venerdì scorso, Donald Trump non ha certificato il rispetto del Joint Comprehensive Plan Of Action (JCPOA) da parte dell’Iran, usando parole forti volte a marcare, anche nella scelta linguistica, la profonda distanza che lo separa dalla linea di Barack Obama. Molti analisti hanno attribuito il discorso di Trump al desiderio di mantenere fede alle promesse elettorali, continuando nella sua opera di sistematica demolizione di quanto fatto dal suo predecessore. Insomma, un’ottica fondamentalmente interna alle dinamiche politiche americane. Derubricando così la posizione di Trump a puro fatto interno si potrebbe guardare al futuro con più tranquillità, aspettando che la bufera passi. In fondo tutto questo corrisponde all’immagine del presidente rozzo, isolazionista e tutto sommato incapace, tanto comune in Europa e nelle aree più liberal degli Stati Uniti. D’altro canto, le prese di posizione di importanti membri dell’amministrazione Trump, quali il segretario di Stato Rex Tillerson e il segretario alla Difesa generale James Mattis puntano in questa direzione, suggerendo una mediazione interna all’amministrazione USA, che al di là dell’aspra retorica intende proseguire nel rispetto dell’accordo sul nucleare iraniano. Lo stesso Trump non ha deciso di uscire dall’accordo, mettendo la palla nel campo del Senato, che avrà 60 giorni per eventualmente imporre nuove sanzioni. Ma siamo davvero sicuri che sia così?

A ben guardare, il discorso del presidente americano ha già destato contrastanti reazioni in Europa e in Medio Oriente. I leader di Germania, Francia e Gran Bretagna, tutti insieme, hanno ribadito con forza l’intenzione di attenersi al JCPOA, dicendo chiaro e tondo che l’Iran sta rispettando i termini dell’accordo, come d’altronde certificato dall’Agenzia intenzionale per l’energia atomica. Emmanuel  Macron si è spinto oltre, telefonando al presidente iraniano Hassan Rohani e ipotizzando un suo viaggio in Iran, il primo condotto da un capo di Stato francese dal 1971. Una reazione unanime e veloce, che rivela l’importanza della partita giocata e la convinzione dei leader europei di trovarsi di fronte a una chiara strategia, non solo a un eccesso di retorica.

In questa complessa partita strategica Angela Merkel, Theresa May e Macron si trovano sulla stessa lunghezza d’onda del presidente russo Vladimir Putin, quasi a rimarcare la profonda spaccatura tra gli alleati atlantici. Federica Mogherini ha ribadito con forza la volontà di rispettare i patti dell’Unione Europea e Paolo Gentiloni ha schierato l’Italia con l’Europa. All’interno della Repubblica Islamica Hassan Rohani e Javad Zarif hanno assunto posizioni più dure del consueto, ribadendo l’unità d’intenti dell’establishment iraniano e difendendo il corpo dei pasdaran, le potenti guardie della Rivoluzione, attaccate frontalmente da Trump. Nelle stesse ore Israele e l’Arabia Saudita hanno apertamente plaudito alla presa di posizione americana.

Che effetti possiamo attenderci dall’ennesima accelerazione imposta dal presidente tycoon alla politica internazionale? Certamente un’escalation della tensione in Medio Oriente, regione in precario equilibrio, percorsa da contrapposizioni non sempre facili da decifrare. L’Oriente islamico, il Mashreq, già alle prese con gli imprevedibili esiti del referendum curdo, sarà segnato dall’ulteriore accentuarsi della contrapposizione tra una parte del mondo sunnita, quello più vicino all’Arabia Saudita, e l’alleanza sciita guidata da Teheran, contrapposizione che già ha portato a guerre a distanza e scontri sotterranei. In questo quadro sarà interessante osservare le mosse della Turchia di Erdoğan, altro grande player mediorientale, impegnato in questi giorni in una fitta rete di colloqui con Mosca e Teheran. L’influenza della Russia e della Cina nella regione sono destinate ad aumentare, complice la rinuncia americana al ruolo di mediazione e di sintesi così strenuamente cercato da Obama. Schierandosi totalmente con una parte, gli USA hanno nei fatti rinunciato all’antico ruolo egemone. In assenza dell’alleato americano, la via per l’Europa è stretta e tortuosa. Da un lato deve tenere nel giusto conto le tradizionali alleanze, che vanno oltre la contingenza del momento, dall’altro non può non considerare che i principali Stati europei e l’Unione stessa hanno molto investito sull’Iran e sulle prospettive di stabilità aperte dalla politica di Obama. Ritirarsi adesso vorrebbe dire rinunciare a importanti commesse industriali, un sacrificio che non può essere chiesto all’economia europea, già indebolita dagli effetti di altre sanzioni, che solo oggi sta lentamente superando una pesante crisi economica. Temo, però, che la mossa di Trump abbia già prodotto i risultati voluti.

Le banche europee, in particolare quelle più grandi, tradizionalmente legate al mondo finanziario americano, sono sempre state molto caute nell’apertura all’Iran, temendo possibili rappresaglie. Oggi lo saranno ancora di più, mettendo a rischio contratti già firmati o in attesa di essere finalizzati. Questo a sua volta renderà meno interessante per l’Iran il rispetto dell’accordo nucleare, negando alla Repubblica islamica l’accesso ai capitali dei quali ha bisogno per rendere il Paese più moderno. Da una parte e dall’altra le istanze più radicali avranno gioco facile ad alzare i toni, riducendo gli spazi del dialogo e della razionalità. Nel quadro regionale sarà più difficile trovare momenti di sintesi, si pensi all’Iraq, alla Siria, al Libano, contesti nei quali non sono possibili soluzioni senza coinvolgere tutti gli attori regionali. Una somma di contrapposizioni che aumenterà l’influenza politica della Russia e quella, politica e commerciale, della Cina. Un gioco che non sarà a somma zero, penalizzando, al contrario, gli interessi politici europei, lasciando che una regione ai nostri confini sprofondi in un’instabilità di lungo periodo, e anche quelli economici, impedendo alle nostre aziende di penetrare mercati promettenti almeno sino a quando gli Stati Uniti non siano pronti a entrarvi essi stessi. Come ogni crisi, questa è anche una finestra di opportunità per l’Unione Europea e le nazioni che la compongono. In un momento in cui la leadership americana appare indebolita, l’Europa dovrebbe proporsi come principale mediatore politico nella regione mediorientale, ritrovando una leadership politica fondata sulla fedeltà ai principi democratici e alla scelta di essere prima di tutto un dinamico attore di pace e costruttiva convivenza.

 

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