11 maggio 2021

L’Europa sui vaccini: un’altalena di prese di posizione

 

Dopotutto ce lo insegnava già Nanni Moretti, «mi si nota di più se vengo, se non vengo o se vengo e me ne sto in disparte», ma pure il poeta «assenza, più acuta presenza». Così non stupisce che al vertice di Porto (conclusosi lo scorso week end) il vero dato di novità non fosse la prima riunione di persona dei capi di Stato e di governo europei dopo la pandemia ma una defezione in particolare, quella di Angela Merkel, rimasta in Germania.

In teoria il “summit sociale”, fortemente voluto dal presidente socialista del Portogallo, António Costa, e molto atteso dal vasto mondo socialdemocratico e laburista europeo ‒ sindacati e altre parti sociali compresi ‒ avrebbe dovuto rilanciare il mitologico “pilastro sociale” dell’Unione Europea, ovvero quel complesso di norme, proposte, raccomandazioni e suggerimenti elaborato a Göteborg e rimasto, per un decennio buono, quasi tutto lettera morta. La Commissione, nonostante i vari tentativi del Parlamento europeo, non è mai riuscita a entrare davvero nella definizione delle politiche sociali, del lavoro e previdenziali degli Stati che, in questo settore come in tanti altri, hanno voluto mantenere delle prerogative esclusive durissime e non negoziabili. Il motivo è abbastanza semplice, i sistemi di welfare e il mercato del lavoro dei singoli Paesi sono talmente differenziati, complessi e specifici da rendere pressoché impossibile qualsiasi tentativo di standardizzazione che non finisca per scontentare ‒ pesantemente ‒ qualcuno. Peraltro i Paesi più forti, Germania e Francia come sempre, sono già dotati di norme nazionali piuttosto solide e, dunque, non hanno mai fatto mistero di non gradire alcun tentativo d’ingerenza europeo. Sul fronte opposto i Paesi di più recente adesione, soprattutto ad est del Danubio, hanno sfruttato un approccio più lasco alla tutela dei lavoratori e alla tassazione per attirare investimenti, posti di lavoro e ricchezza. Dall’idraulico polacco, al camionista rumeno, passando per l’operaio ungherese, a volte dietro agli stereotipi si nasconde almeno una goccia di verità.

A Porto, dunque, Macron, Draghi, Costa e tutti gli altri avrebbero dovuto limitarsi ad adottare la solita dichiarazione in quella neolingua europea che somiglia all’inglese: tanti buoni propositi ma schemi e scadenze abbastanza generici da poter rinviare tutto a un successivo negoziato.

 

Tuttavia, ancora una volta, la storia ha preso a marciare in un continente diverso dall’Europa e, ancora una volta, i governanti del nostro lembo di terra si sono trovati a rincorrere. La dichiarazione del presidente Biden sui brevetti dei vaccini per Covid-19 ha aperto l’ennesima faglia geopolitica in Europa e, al tempo stesso, ne ha mostrato di nuovo tutta la debolezza. Per capirlo basta guardare a come si è evoluto il dibattito sul tema non negli ultimi sei mesi, ma nel volgere di una decina di giorni. Interpellata nelle scorse settimane, Ursula von der Leyen dichiara che «sospendere i brevetti non è la soluzione ai problemi di produzione», il 6 maggio l’amministrazione Biden presenta la sua proposta, il 7 maggio la Commissione europea si dice pronta a «discutere su basi pragmatiche l’iniziativa americana» mentre Emmanuel Macron loda la leadership di Biden, lo stesso giorno Angela Merkel fa sapere di essere contraria, alla sera la presidente von der Leyen si lancia in una giravolta spettacolare «la deroga non risolve nulla». Dopo trentasei ore così anche l’europeista acritico più entusiasta farebbe fatica a trovare una coerenza interna al comportamento dei massimi organi esecutivi continentali.

 

Purtroppo, come accade troppo spesso, quando si arriva alle questioni davvero di merito, che coinvolgono economia, geopolitica e sicurezza nazionale, anche il pezzo d’Europa più integrato ovvero l’area franco-tedesco-italiano-spagnola finisce abbastanza velocemente in mille pezzi. La Germania, dove ha sede BioNtech, non ha nessun interesse a depotenziare un suo campione nazionale che, negli ultimi mesi, l’ha portata ai vertici farmaceutici e scientifici mondiali; l’Italia, come la Spagna, ha praticamente smantellato la sua industria chimica negli anni Novanta e, dunque, ha come priorità ottenere più dosi possibile il più velocemente possibile; infine la Francia si trova in una posizione molto peculiare. La cronaca ha fatto passare sotto silenzio uno dei più impressionanti fallimenti industriali, ma verrebbe da dire nazionali, dell’esagono, ovvero la rinuncia di Sanofi a produrre un vaccino fabriqué en France. Dopo mesi di investimenti, ritardi, annunci contrastanti e ricerche, l’azienda francese si è di fatto arresa rinviando qualsiasi potenziale produzione al 2022, proprio mentre Pfizer e AstraZeneca riuscivano a portare a casa i primi risultati. Per Macron, ma pure per il commissario europeo Thierry Breton, è stato un colpo durissimo che segna una inattesa debolezza francese ma, al tempo stesso, ha pure privato l’Europa e il mondo di altre scorte.

 

Non è chiaro se questa nuova frattura europea potrà essere ricomposta: gli interessi in campo sono colossali e difficilmente i singoli Paesi rinunceranno alle loro priorità, calcolando che in questa vicenda si intrecciano questioni di politica industriale e sanità pubblica capaci di definire il prossimo decennio.

Rimane però un dato, il più preoccupante: anche questa volta l’Unione Europea si ritrova a marciare divisa e prona a ogni soffio di vento atlantico o asiatico. Che ogni giorno, però, si fa più impetuoso.

 

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Immagine: La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen rilascia una dichiarazione sulla strategia vaccinale dell’Unione Europea contro il Coronavirus  presso la sede della Commissione europea a Bruxelles, Belgio (14 aprile 2021). Crediti: Alexandros Michailidis / Shutterstock.com

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