28 aprile 2022

Francia ed Europa nei prossimi cinque anni di Macron

 

A volte occorre che tutto cambi affinché nulla cambi davvero. Dopo mesi di campagna elettorale “indiretta”, prima congelata dalla pandemia, poi dalla guerra, poi dominata da un personaggio folkloristico come Éric Zemmour, e poi ancora finita con un (nuovo) duello tra gli sfidanti di cinque anni fa, i francesi si sono svegliati questa settimana con lo stesso presidente della Repubblica e, in massima parte, le stesse questioni di un mese fa.

Tuttavia, mentre Emmanuel Macron si appresta a inaugurare il suo secondo quinquennato (è il primo presidente che riesce a farsi rieleggere dai tempi di Chirac), la Francia e l’Europa sono molto diverse rispetto a quando l’allora homo novus trentanovenne sfilava sotto la Pyramide del Louvre sulle note dell’Inno alla gioia.

In patria, i cinque anni del primo macronismo hanno compiuto ‒ in maniera drastica ‒ il superamento delle culture politiche storiche che avevano fondato e diretto per decenni la Quinta Repubblica: socialisti e gollisti, già debilitati, si sono attestati su percentuali di consenso minime, scivolando nella quasi totale irrilevanza se non per qualche roccaforte territoriale con sindaci e presidenti di regione. Valérie Pécresse, candidata di Les Républicains, ha ottenuto poco meno del 5% (addirittura il candidato dell’ultradestra Éric Zemmour è riuscito a superarla, sfiorando l’8%), mentre Anna Hidalgo, sindaco di Parigi sostenuta dallo storico PS (Parti Socialiste), si è fermata sotto l’umiliante soglia del 2%. Chi vola, invece, sono i due candidati con le proposte più radicali ‒ seppur opposte, ovviamente ‒ con l’eretico socialista di sinistra Jean-Luc Mélenchon che ha mancato per un soffio l’accesso al secondo turno, conquistato, invece, da Marine Le Pen e dal suo Rassemblement National.

I risultati del secondo turno, con il presidente uscente confermato da percentuali vicine al 60% dei suffragi, ribadiscono due dati importanti: il primo è che, in Francia, lo schema del “fronte repubblicano” nonostante tutto riesce a tenere ancora, anche se stavolta Macron si è affermato con circa 2 milioni di voti assoluti in meno (18,7 milioni contro i 20,7 del 2017); il secondo è che l’attuale inquilino dell’Eliseo ha ormai assunto una centralità sistemica rispetto alla politica e alle istituzioni francesi i cui precedenti si ritrovano, forse, nelle esperienze del generale De Gaulle. Oggi come allora il presidente della Repubblica guida un movimento politico dai confini ideologici labili quando non inesistenti e, in ogni caso, pienamente sovrapponibili al pensiero espresso dal leader in quel preciso momento storico e le alternative, pur esistenti sulla carta, sono o irrilevanti o percepite come eccessivamente radicali per attirare un vasto consenso.

Da un lato questa forza soverchiante dell’Eliseo rispetto a tutti i corpi intermedi della società francese ha permesso (e permette) a Emmanuel Macron di presentarsi come una sorta di “sovrano repubblicano” che, mentre il governo e l’Assemblea nazionale discutono di minuzie giornaliere, può permettersi di concentrare il suo impegno sulle grandi questioni internazionali, sul negoziato con Vladimir Putin, sulle riforme europee; dall’altro, però, ha reso il presidente il pagatore di ultima istanza davanti a ogni tensione sociale, economica o civile: come ha scritto Francesco Maselli, nella disintermediazione totale della società francese sull’Eliseo ricade ogni colpa, dal costo dei carburanti, fino al ruolo della Francia nel mondo.

Durante il suo primo mandato, Emmanuel Macron non si è dimostrato velocissimo nel cogliere i sentimenti della Francia rurale, delle tante piccole Vandea locali che poi si sono trasformate nei gilet gialli e, in ultima analisi, in voti a Éric Zemmour e Marine Le Pen; non a caso, nel suo discorso di ringraziamento dopo la vittoria al secondo turno, Macron l’ha detto con grande chiarezza, «so che molti dei nostri connazionali oggi hanno votato per me non per adesione alle idee che sostengo, ma per bloccare quelle dell’estrema destra. Voglio ringraziarli e dire loro che sono consapevole che il loro voto mi obbliga per gli anni a venire».

In un certo senso Macron aveva già dimostrato una certa evoluzione nel suo pensiero in un'ampia intervista a Le Grand Continent rilasciata ormai un paio di anni fa: discorrendo con la rivista francese il presidente ‒ siamo prima della pandemia ‒ definiva la socialdemocrazia «il cuore dell’identità europea» e riconosceva i pericoli insiti nell’aumento delle diseguaglianze sociali ed economiche. Questo non ha portato, almeno per ora, a cambiamenti significativi nelle proposte di policy (l’aumento dell’età pensionabile rimane centrale nell’impianto macroniano, nonostante la feroce ostilità di quella sinistra che pure l’ha sostenuto al secondo turno), tuttavia i prossimi cinque anni potrebbero portare a qualche cambiamento, soprattutto se ‒ dopo le elezioni per il rinnovo del Parlamento ‒ il presidente si trovasse costretto a una coabitazione con una maggioranza dal carattere più sfumato rispetto a quella che l’ha visto prevalere nella sfida contro Marine Le Pen.

In ogni caso, almeno dal punto di vista interno, il secondo Macron dovrà governare un Paese attraversato da contraddizioni enormi: al primo turno oltre il 70% degli elettori ha scelto candidati diversi da quello vincente e l’indebolimento delle forze politiche tradizionali ha lasciato spazi enormi a movimenti politici almeno sulla carta molto meno dialoganti. Chiusa, giustamente, la porta alla destra estrema della signora Le Pen, il dialogo a sinistra potrebbe partire da fondamenta comuni costruite attorno alla tutela ambientale, ai diritti del lavoro e alla tutela degli interessi francesi in Europa.

Proprio a Bruxelles, peraltro, si giocherà un bel pezzo del nuovo mandato di Emmanuel Macron: definito dal Financial Times «il ragazzo più intelligente della classe», dove l’aula sarebbe il Consiglio europeo, l’ex banchiere divenuto politico non ha mai nascosto che il suo vero sogno è quello di essere «il primo Presidente della Commissione Europea eletto direttamente dal popolo». L’Unione è da sempre il cruccio e la grande passione di Macron: ossessionato dalla volontà di fare dell’Europa una potenza autonoma sia dalla Cina che dagli Stati Uniti, discute spesso di «autonomia strategica» e, prima dell’invasione russa in Ucraina, era pronto addirittura a superare la NATO (definita più volte «cerebralmente morta») se avesse aiutato ad accelerare sullo spinoso fronte dell’esercito comune europeo. Anche il suo protagonismo degli ultimi due mesi, le continue telefonate a Mosca, il coordinamento con Berlino per placare certi eccessi sanzionatori atlantici e britannici, l’essersi posizionato come front man della diplomazia europea si spiegano con la volontà di costruire una postura strategica europea dotata ‒ nei limiti del possibile ‒ di una sua cifra.

L’ultimo dossier su cui l’Eliseo lavorerà è sicuramente quello delle grandi riforme istituzionali europee: Macron non ama i bizantinismi del Consiglio europeo e non è nemmeno troppo paziente con gli eccessi del Gruppo di Visegrád, il momento non lo consente, ma, quando la situazione sarà più calma, cercherà quasi certamente di riavviare il vecchio motore franco/tedesco magari presentando una proposta complessiva simile a quella sugli eurobond che, dopo estenuanti negoziati, divenne quello che oggi conosciamo come Next Generation EU.

Dopo essere stato l’enfant prodige della politica europea ‒ nonché il più giovane leader francese dai tempi di un certo Napoleone Bonaparte ‒ Emmanuel Macron dovrà confrontarsi con quella che i presidenti americani giunti al secondo (e ultimo) mandato chiamano la propria legacy, l’eredità di lungo periodo, il segno nella storia che viene concesso solo ai grandi statisti. Macron, nell’ormai lontanissimo 2017, si paragonò a Giove, re degli dei, «una figura lontana, che parla poco e che pesa le parole»: nei prossimi cinque anni, senza più l’ansia del consenso e delle elezioni, dal suo ufficio all’Eliseo, il presidente francese avrà la possibilità di tener fede alle sue promesse ma dovrà pure crescere una classe dirigente capace di esistere dopo e nonostante lui. Après moi le déluge, disse un suo augusto predecessore alla guida della Francia; per ora il presidente ha evitato il diluvio per ben due volte. La sfida vera sarà mantenere il sereno.

 

Immagine: Emmanuel Macron (19 luglio 2020). Crediti: Alexandros Michailidis / Shutterstock.com

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata