13 aprile 2017

Fritz Haber, l’inventore delle armi chimiche

I recenti attacchi con armi chimiche avvenuti nella provincia di Idlib in Siria riportano tristemente alla ribalta la questione dell’uso di armi chimiche su popolazioni civili e militari.

È una questione che ha origini lontane e affonda le sue radici nel secolo scorso, all’inizio della Prima guerra mondiale.  Tutto ebbe inizio, infatti, nel tardo pomeriggio del 22 aprile del 1915, quando un geniale chimico tedesco di origini ebraiche, Fritz Haber, coordinò il primo attacco verso truppe nemiche (francesi) con l’impiego di 6 mila bombole d’acciaio caricate con 150 tonnellate di cloro.

Come afferma giustamente Peter Sloterdijk nel suo saggio Terrore dall’aria (Meltemi, 2007), l’attacco di Ypres segnò il vero e proprio inizio del Novecento. In quella modalità d’attacco, infatti, era contenuta in nuce la matrice di tutte le forme di terrorismo che avrebbero caratterizzato il dopoguerra e l’epoca che stiamo angosciosamente vivendo: l’impiego di sostanze tossiche in grado di colpire a distanza i centri vitali del nemico o presunto tale: si pensi agli attacchi alla metropolitana con gas sarin che paralizzarono Tokyo il 20 marzo del 1995.

«Ci si ricorderà del XX secolo come di quell’epoca – afferma Sloterdijk – la cui idea principale non consisteva più nel prendere di mira i corpi dei nemici, bensì il loro ambiente. Questa è, in senso implicito, l’idea fondamentale del terrore». Tra le tante cose che il secolo scorso ci ha lasciato in eredità, la più significativa è questo nuovo concetto, "specificamente moderno e post-hegeliano", di terrore, non più diretto ai corpi ma al contesto in cui essi vivono, a quelle funzioni primarie dell’uomo - come la respirazione e l’attività del sistema nervoso centrale - che dipendono dall’aria. Si compie qui, in questa aggressione nei confronti delle condizioni ecologiche dell’esistenza, il passaggio dalla guerra classica al terrorismo. Il XX secolo inizia quindi il 22 aprile 1915, data del primo utilizzo massiccio dei gas al cloro come arma bellica, e si articola attraverso una serie di episodi in tal senso drammaticamente significativi: la guerra tra il Marocco e la Spagna - primo conflitto aero-chimico -, la messa a punto a metà degli anni Venti del gas di Auschwitz, lo Zyklon B, poi la camera a gas in Nevada a partire dal 1924, fino all’orrore di Hiroshima e Nagasaki, alle più recenti forme di terrorismo e al definitivo tramonto del rapporto “naturale” tra l’uomo e l’atmosfera.

Ma chi era Fritz Haber? E perché uno scienziato si è impegnato così a fondo nella progettazione di armi chimiche?

Per capire meglio le ragioni dell’invenzione di questo tipo di armi, su scala industriale, bisogna ripensare alla situazione dello scontro bellico nell’autunno 1914: i fronti occidentali vivono una situazione di stallo; l’avanzata dei tedeschi si è fermata e gli avversari stanno rintanati nelle trincee. Il conflitto si è trasformato in una guerra di posizione suicida dalla costa della Manica fino ai Vosgi. La conquista del terreno è resa quasi impossibile da un’innovazione tecnica a fuoco continuo: la mitragliatrice. Come la tedesca MG 08, la francese Hotchkiss o l’inglese Vickers, che durante gli attacchi in campo aperto falciano migliaia, decine di migliaia di soldati.

Il 22 aprile 1915, tuttavia, avviene qualcosa di inaspettato: davanti alla città fiamminga di Ypres il fronte si apre. I francesi si ritirano senza opporre resistenza, le loro mitragliatrici non sparano più e le truppe tedesche avanzano. In Germania i giornali esultano.

Sul britannico Times, invece, gli inviati al fronte raccontano una cosa finora inconcepibile: una nube acre, di colore verde e alta come una muraglia si è propagata sul campo di battaglia, sospinta dal vento di nord-est: «In un attimo si udirono strane grida levarsi dalla nebbia verde, le quali a poco a poco diventavano sempre più flebili e sconnesse. Veniva avanti una massa di soldati barcollanti, che, raggiunti i nostri schieramenti, crollavano al suolo».

Premio Nobel e criminale di guerra, Fritz Haber rappresenta una tipica storia di scienza del Novecento.

Nato il 9 dicembre 1868 a Breslavia (nell’odierna Polonia), figlio di un venditore di colori ebreo, Haber si iscrive all’Università di Berlino, dove consegue la laurea in chimica nel 1891; tre anni dopo diventa assistente al Politecnico di Karlsruhe. È l’inizio di una folgorante carriera e Haber si dimostra un giovane di grande ambizioni. A 23 anni si converte al cristianesimo. La Costituzione dell’Impero tedesco equipara le religioni dal 1871, ma il giovane chimico sa, vede e sperimenta che le posizioni importanti rimangono in genere precluse agli ebrei in tutto il Paese. Si presenta al servizio militare come volontario, cerca di diventare ufficiale, ma non viene scelto. Nel 1901, Haber è professore a Karlsruhe, laboratorio dove Haber effettua esperimenti e grandi scoperte. È nel marzo 1909, infatti, che il chimico tedesco è in grado di portare a termine la sintesi dell’ammoniaca. L’umanità viene liberata da un grande peso, perché l’ammoniaca liquida, il composto azotato che gocciola nel laboratorio di Haber a Karlsruhe, è la base del concime chimico, sostanza in grado di garantire la sopravvivenza di milioni di persone.

Nel corso dell’Ottocento vi è stata un’esplosione della popolazione a livello mondiale: solo in Germania, tra il 1800 e il 1900, il numero degli abitanti è raddoppiato, raggiungendo i 55 milioni. L’umanità rischia di andare incontro a una catastrofe causata dalla carestia se, in futuro, i contadini saranno costretti a incrementare i raccolti solo con l’aiuto di letame e compost o con il guano degli uccelli marini, che è ricco di azoto e fa crescere le piante, ma deve essere importato dal Sudamerica.

Del resto, le riserve di guano non sono infinite, mentre l’azoto è un componente essenziale dell’aria. Il problema è che finora nessuno è riuscito a fissarlo chimicamente, almeno su scala industriale. Ma nel 1909 ciò diventa possibile grazie al genio visionario di Fritz Haber, all’arte ingegneristica (supportata da ingenti capitali) di Karl Bosch della BASF, a un bravo assistente, Alwin Mittasch, che, dopo una serie infinita di esperimenti, mette a punto il catalizzatore perfetto, e, infine, ai progressi nel settore metallurgico: infatti, il “processo Haber-Bosch” funziona solamente con tubi d’acciaio in grado di sopportare l’enorme pressione che si sprigiona durante questo processo di sintesi. Facendo reagire l’azoto dell’aria con l’ossigeno ad alta pressione e a una temperatura di diverse centinaia di gradi, Haber riesce a ottenere un composto stabile: l’ammoniaca.

Bosch sviluppa i reattori per la prima fabbrica a Ludwigshafen. Haber diventa ricco, partecipando ai milioni di utili della BASF fino alla metà degli anni Venti, ma soprattutto famoso. Il figlio di un commerciante ebreo di Breslavia andrà a dirigere il neonato Istituto di Chimica fisica ed Elettrochimica di Berlino. Fritz Haber acquista una villa accanto all’Istituto nel quartiere di Dahlem; presto diventa il punto d’incontro dell’élite accademica, che il padrone di casa intrattiene con i suoi modi affascinanti, affabili e spiritosi, mettendo in versi lettere, comunicati e addirittura domande informali. Incoraggia i suoi studenti e invita i colleghi ad allegre gite aziendali. Fritz Haber tiene banco fumando il sigaro e la comunità scientifica pende dalle sue labbra. Il chimico tedesco aiuta Einstein a trasferirsi a Berlino.

Nel 1914 la Germania invade il Belgio, neutrale. Dalle stazioni iniziano a partire treni carichi di soldati e Haber, come tanti a quel tempo, si infiamma di un ardente spirito patriottico. Tuttavia, è consapevole di un grande problema: l’Impero tedesco potrà combattere solo per qualche mese, di certo non oltre l’anno 1914, perché presto finiranno le munizioni a disposizione delle truppe. Il motivo è semplice: la polvere da sparo è prodotta con il salnitro, che viene dall’America Latina, ma le vie marittime sono bloccate dalle navi britanniche. Il suo laboratorio chimico, però, offre una soluzione anche a questo problema: dall’ammoniaca, infatti, è possibile ottenere non solo fertilizzanti, ma anche acido nitrico, la base degli esplosivi.

Inizia una congiuntura favorevole per l’industria chimica tedesca. Nascono nuove fabbriche, come gli stabilimenti di Leuna, nella Germania centrale. Le aziende chimiche registrano un’enorme domanda per soddisfare il fabbisogno dell’artiglieria. Milioni di granate esplodono al fronte, ma né i tedeschi né gli Alleati riescono a bombardare efficacemente le posizioni nemiche. Haber sa che non è possibile continuare così. Bisogna uscire dall’impasse, altrimenti l’umore della popolazione potrebbe crollare. Così lo scienziato trova di nuovo una soluzione: con la chimica ha sconfitto la fame, ha impedito l’arrestarsi della macchina bellica tedesca e ora, sempre grazie alla chimica, vuole porre fine alle ostilità e regalare la vittoria al Reich.

L’idea della guerra chimica non è nuova. La Gran Bretagna ha fatto esperimenti con armi chimiche qualche anno prima, utilizzandole forse già nella Seconda guerra boera, mentre nell’agosto 1914 i francesi attaccano, senza successo, le postazioni tedesche con lo xililbromuro, una sostanza prodotta per la polizia di Parigi che ha lo stesso effetto del gas lacrimogeno.

La maschera antigas diventa presto parte integrante della dotazione standard dei soldati. Le autorità militari restano impressionate: 6 mila bombole d’acciaio, riempite con 150 tonnellate di cloro, vengono trasportate, sotto il controllo di Haber, nelle trincee di una zona larga 6 chilometri sul fronte delle Fiandre.

Il primo attacco chimico. Il 22 aprile, verso le 18, con il vento a favore, i soldati aprono le valvole. Un gas giallo-verde si propaga nella terra di nessuno e invade le buche nemiche. Cinque minuti dopo è tutto finito: appena la nube si dirada 1200 francesi, forse anche di più, giacciono avvelenati nelle loro trincee. Il gas ha bruciato occhi e polmoni di migliaia di uomini. Chi riesce fugge in preda al panico. I tedeschi assaltano il varco che si è aperto, ma non riescono a dare una svolta decisiva alle sorti del conflitto. Le truppe disponibili sono troppo poche per poter estendere l’attacco e incalzare gli avversari, consolidando il terreno conquistato. Ma ora l’idea di vincere la guerra con i gas non è più considerata folle.

La risposta degli Alleati non si fa attendere: il 25 settembre 1915 le forze britanniche lanciano il primo attacco con i gas nella battaglia di Loos, in Francia, liberando ben 140 tonnellate di cloro in una giornata senza vento; il gas ristagna nella terra di nessuno e una parte torna addirittura indietro verso le posizioni inglesi. Ciononostante, Loos segna un momento cruciale. La speranza di Haber di porre fine alla Prima guerra mondiale con le armi chimiche non si realizza. I gas tedeschi non hanno scioccato né piegato il nemico, bensì suscitato un rabbioso desiderio di rivalsa. Inizia la corsa ad armamenti chimici sempre più atroci e in quantità sempre maggiori.

L’escalation culmina con l’iprite (il famigerato “gas mostarda”), impiegata dai tedeschi due anni dopo il primo attacco chimico, ancora una volta, presso Ypres, città da cui prende il nome. È una sostanza subdolamente tossica, perché all’inizio i soldati avvertono solo un leggero odore di senape e quindi non si proteggono, poi però l’effetto cutaneo è paragonabile a quello di ustioni o irritazioni gravi. Le ferite difficilmente guariscono e i vapori provocano cecità e lesioni polmonari. Le conseguenze si ripercuotono sull’intero sistema sanitario del Paese: spesso le vittime dell’iprite devono essere sottoposte a mesi di terapia intensiva.

Di lì a poco inizia l’impiego su larga scala di fosgene, cloropicrina, arsenico e iprite, contenuti in bombe e mine rilasciate contro le postazioni nemiche. «Gas!» diventa un grido di battaglia sempre più frequente. Si stima che durante la Prima guerra mondiale i morti per gli attacchi con gas siano stati almeno 80 mila.

Nel 1918 Fritz Haber vince il Nobel per la chimica per la sintesi dell’ammoniaca. Ritirerà il premio solo nel 1920 e in seguito l’Accademia di Stoccolma definirà il riconoscimento una “gravissima offesa per tutta l’umanità”. L’uso dei gas tossici è una violazione della Convenzione dell’Aia, ratificata anche dalla Germania, ma in seguito Haber torna a occuparsi di gas chimici, che continua a reputare l’arma del futuro: economica ed efficiente. In patria il suo lavoro è ostacolato dalle limitazioni sugli armamenti imposte alla Germania dal Trattato di Versailles, perciò Haber presta la sua opera, clandestinamente, insieme a un socio, tale Hugo Stolzenberg, ad altri Paesi, quali la Spagna, che impiega l’iprite per reprimere le insurrezioni in Nordafrica nel 1924; o all’ex nemico russo, che sotto la direzione di Haber costruisce fabbriche di armi chimiche nell’impianto di Samara (od. Kujbyšev).

Haber in patria non è più un eroe, ma una canaglia, e si lascia crescere la barba per non essere riconosciuto. Diventa vittima dell’odio razziale. Arriviamo al 1933. Improvvisamente Haber è di nuovo un ebreo. Agli occhi dei fanatici della razza il battesimo non è sufficiente per essere ariani, quindi il suo Istituto a Berlino diventa bersaglio della diffamazione nazista. Haber rinuncia al suo posto, prima di essere licenziato. Emigra in Inghilterra, dove si rifugia presso l’Università di Cambridge; nel 1934, durante un viaggio, muore in un albergo di Basilea.

Negli ultimi anni di vita aveva fatto in modo che i suoi collaboratori ebrei a Berlino trovassero lavoro all’estero. Così molti riescono a sottrarsi alle persecuzioni razziali, a differenza di chi non ha potuto espatriare e ha trovato la morte ad Auschwitz. Come la figlia della sorellastra di Haber, per esempio, uccisa insieme al marito e ai figli dallo Zyklon B, il gas velenoso utilizzato nelle camere a gas dei campi di sterminio nazisti. Un insetticida a base di acido cianidrico, sviluppato negli anni Venti proprio dallo stesso Fritz Haber.

 


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