13 agosto

Gay Games, contro discriminazione e omofobia

Nel corso della cerimonia di apertura dei giochi, lo scorso sabato 4 agosto allo stadio Jean Bouin di Parigi, si sono viste anche le bandiere e le delegazioni degli atleti di Arabia Saudita, Bangladesh, Egitto, Indonesia e Nigeria, più altre quindici di Paesi in cui ciò che si è celebrato nella capitale francese è illegale o represso nella quotidianità. Non lo sport, ma l’omosessualità: Parigi, infatti, ha ospitato sino a domenica 12 agosto la decima edizione dei Gay Games, evento multisport internazionale organizzato dalla Federation of Gay Games, al quale hanno preso parte 10.317 atleti in rappresentanza di 91 nazioni, comprese appunto 20 nelle quali l’omosessualità è considerata un reato punibile, in certi casi, anche con la pena di morte.

Sono una manifestazione dallo spirito fortemente politico i Gay Games, perché politica è la lotta contro la discriminazione di orientamento sessuale, politica e culturale è l’affermazione del diritto all’uguaglianza – “all equals” è peraltro lo slogan dell’edizione – e politiche e culturali sono le riflessioni che l’evento nel suo complesso genera (a giugno 2018, aggiornando i dati annuali del rapporto ILGA, sono 74 i Paesi in cui l’omosessualità è considerata un reato: 33 in Africa, 24 in Asia, 8 in Oceania e 9 Stati caraibici; ciò significa che ai Gay Games erano assenti i rappresentanti di ben 54 di queste nazioni) e che vanno ben oltre l’aspetto sportivo. Il quale, per la sua stessa specificità, è stato improntato alla massima apertura: 36 sono le discipline nelle quali si sono svolte le competizioni, ciascuna suddivisa in diverse categorie anagrafiche (l’età media dei partecipanti ai Gay Games francesi è stata di circa 35 anni: 20 quelli dell’atleta più giovane, 79 quelli del più anziano) e di abilità, considerando anche la presenza di discipline paraolimpiche.

E, soprattutto, ha permesso come sempre di iscriversi anche a chi omosessuale non è, dal momento che l’orientamento sessuale, coerentemente con i principi fondativi, non è una discriminante; è sempre accaduto, sin dal 1982 quando i primi Gay Games si tennero a San Francisco, ed è un modo per allontanare le accuse di settarismo di cui viene tacciata la manifestazione. Si tratta di un’accusa tipicamente rivolta ai movimenti LGBT (o LGBT+, seguendo la più ampia definizione corrente) e alle loro manifestazioni e che anche in questa occasione si è levata da ambienti della destra francese, che hanno persino criticato il contributo pubblico elargito dal governo all’evento, i 65.000 euro – cifra in sé irrisoria in un bilancio statale – finanziati attraverso la DILCRAH (Délégation interministérielle à la lutte contre le racisme, l’antisémitisme et la haine anti-LGBT). Dal sindaco di Parigi Anne Hidalgo ai ministri della Salute Agnès Buzyn, dello Sport Laura Flessel, al segretario di Stato per le Pari opportunità Marlène Schiappa, i Gay Games hanno un ampio sostegno da parte delle autorità di governo anche perché, secondo i dati dell’associazione SOS Homophobie, nel 2017 i casi di assalti omofobi in Francia sono cresciuti del 15% sull’anno precedente, a sottolineare una certa recrudescenza del problema.

A Parigi erano presenti anche 58 partecipanti provenienti dalla Russia nella quale, proprio mentre la Francia riconosceva il matrimonio gay dopo un lungo dibattito culturale e parlamentare, veniva approvata la legge che vietava la propaganda delle relazioni sessuali “non tradizionali”: accadeva nel 2013, alla vigilia delle Olimpiadi invernali di Sochi, e rivendicare un’identità che della propaganda farebbe volentieri a meno se potesse contare sulla parità dei diritti.

Ma oltre al carattere militante relativo alla sensibilizzazione di cui si fanno promotori (Manuel Picaud, uno degli organizzatori, li ha definiti «giochi delle diversità e del rispetto»), i Gay Games hanno spesso avuto anche una importante funzione di aiuto per il rafforzamento dell’identità all’interno della comunità LGBT. Non a caso sono stati per diversi atleti professionisti già ritiratisi – a riprova delle difficoltà di uscire allo scoperto nel corso della carriera agonistica – l’ecosistema ideale per il coming out, e quanto accadde nel corso della cerimonia di apertura dei Games nel 1994 a New York ebbe una straordinaria eco globale: venne infatti proiettato un videomessaggio da parte di un’icona dello sport a stelle e strisce, l’ex tuffatore Greg Louganis, il cui «it’s great to be out and proud» fece il giro del mondo. Non c’è dubbio che quel coming out – seguito, l’anno successivo, da un’autobiografia nella quale Louganis raccontava anche di avere contratto il virus HIV, e in ogni edizione dei Gay Games non mancano le attività di sensibilizzazione nei confronti della conoscenza del virus – sia tuttora considerato una pietra miliare nel rapporto tra lo sport e il riconoscimento dell’omosessualità, soprattutto per quanto concerne quella maschile.

Proprio in questo senso, significativa è stata anche la presenza di Ryan Atkin, l’arbitro inglese che ha diretto la finale del torneo di calcio dei Gay Games 2018. Atkin, arbitro professionista della Football Association, ha fatto coming out nell’estate 2017 ed è uno dei pochi omosessuali dichiarati nel mondo del calcio, sport nel quale più che in altri l’argomento resta un tabù.

In tutto questo, sembrano quasi passare in secondo piano i numeri della manifestazione che, per Parigi, di fatto è equivalsa a una sorta di prova generale rispetto alle Olimpiadi del 2024 (gli oltre 10.000 partecipanti non sono di molto inferiori agli 11.000 dei Giochi di Rio 2016, mentre 67 sono stati gli impianti utilizzati per gare ed eventi a margine) e che, secondo le stime, ha garantito circa 58 milioni di euro di indotto all’economia locale. L’obiettivo, ora, è allargare i confini dell’evento, che in 10 edizioni ha toccato Stati Uniti (San Francisco in due occasioni, New York, Chicago, Cleveland), Canada (Vancouver), Australia (Sydney) ed Europa (Amsterdam, Colonia, Parigi): l’edizione 2022 è infatti prevista a Hong Kong, per la prima volta in Asia.

 

Crediti immagine: da Daieuxetdailleurs [CC BY-SA 4.0  (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)], attraverso Wikimedia Commons


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