31 ottobre 2018

Germania, Merkel apre il post-Merkel

L’annuncio di Angela Merkel di rinunciare alla segreteria della CDU a partire dal prossimo Congresso del partito nel mese di dicembre non ha colto di sorpresa il sistema politico tedesco, né gli elettori che nel corso delle ultime tornate elettorali hanno sistematicamente punito il partito della cancelliera. Ancor minore sorpresa ha destato l’intenzione dichiarata da Merkel di non presentarsi alle elezioni del 2021, neppure nella veste di candidata al Bundestag. Ci si chiede piuttosto se la cancelliera sarà in grado di portare a termine l’attuale mandato alla guida di una Grande coalizione ormai screditata dai risultati delle recenti elezioni in Baviera e in Assia, i cui esiti sembrano profilare il tramonto dei partiti tradizionali: la SPD e la CDU/CSU.

I commenti della stampa tedesca, pur mettendo in luce l’inevitabilità della scelta, evidenziano il carattere di responsabilità politica di Merkel, alla guida del partito da ben 18 anni, 13 dei quali trascorsi al vertice del governo tedesco con una sempre crescente influenza nello scenario europeo e internazionale. Alle rigidità della gestione dell’eurocrisi viene contrapposto il ruolo di garanzia dei diritti esercitato negli ultimi anni dalla cancelliera nell’ambito della politica di ingresso dei rifugiati a partire dal 2015, che pure ha causato una inedita polarizzazione nel sistema politico tedesco, favorendo l’ascesa del partito populista della AfD (Alternative für Deutschland).

La rinuncia alla guida del partito da parte di un cancelliere in carica non è una novità nel sistema politico tedesco. Fece lo stesso nel 2004 anche Gerhard Schröder, che rimase a capo dell’esecutivo per 20 complicati mesi dopo aver passato le redini della guida della SPD a Franz Münterfering. Come mostra il pessimo stato di salute della SPD, che non ha mai ritrovato la sua identità politica dopo la stagione dei governi rosso-verdi, la decisione di Merkel non sembrerebbe dunque rappresentare un buon viatico per la ripresa del partito cristianodemocratico. Ad incombere sul futuro dell’Unione non è solo il peso delle recenti sconfitte elettorali che – insieme ai sondaggi negativi in vista delle prossime tornate regionali nei Länder della Germania dell’Est dove la popolarità della AfD è assai maggiore che nelle Regioni della Baviera e dell’Assia – profilano una crescente delegittimazione della Grande colazione in carica. Ad aprirsi è infatti uno scenario di complessa successione che vedrà contrapporsi le fazioni all’interno del partito in una prospettiva di lunga durata nella quale questioni di grande portata politica e simbolica, dalla gestione delle migrazioni internazionali al futuro di un’Unione Europea in crisi di legittimazione, difficilmente concederanno i tempi fisiologici per il consolidamento di nuove leadership. La decisione di Merkel apre dunque scenari di cambiamento sostanziale nel sistema politico tedesco che, per quanto annunciati, non saranno prevedibili prima che anche gli altri attori del sistema partitico non avranno deciso le proprie mosse.

Alla lodata determinazione della cancelliera di stabilire le tappe temporali della propria uscita di scena non ha corrisposto in questi ultimi giorni una comparabile fermezza da parte del ministro dell’Interno Horst  Seehofer della CSU, né nel campo socialdemocratico. Sul primo versante, non sono poche le voci a chiedere che il grande rivale bavarese della cancelliera si faccia da parte. Sul secondo, la segretaria della SPD, Andrea Nahles, è ferma nella richiesta di imprimere nuovo slancio alle attività della Grande coalizione, e nega che le conseguenze della doppia sconfitta in Baviera e in Assia possano avere ripercussioni sulla direzione del partito socialdemocratico. Tali manifestazioni di immobilismo politico favoriscono un’interpretazione della decisione di Merkel in chiave di non scontata lungimiranza politica. Di fronte ad uno scenario in rapida trasformazione, profondamente segnato dalla crisi dei partiti di massa tradizionali, dalla repentina ascesa del populismo di destra e dalla “rinascita” dei Verdi, l’apertura al mutamento prima dei prossimi appuntamenti elettorali potrebbe rappresentare una condizione di non trascurabile vantaggio nello scenario politico tedesco interno e internazionale.

Dopo le elezioni europee del prossimo mese di maggio, che rappresenteranno una cartina di tornasole del posizionamento dell’elettorato tedesco, l’autunno sarà scandito dalle elezioni regionali nei Länder orientali di Brandeburgo, Sassonia e Turingia. Qui, a differenza della Baviera, dove la AfD ha fatto ingresso per la prima volta in questo turno elettorale con il 10,2%, e in Assia, dove ha conquistato 9 punti percentuali passando dal 4% al 13%, il partito è stabilmente rappresentato fin dal 2014 con percentuali di voto tra il 9% e il 12%. È presumibile quindi che la AfD sfrutterà a pieno la propria capacità di mobilitazione organizzativa, con il vento in poppa del richiamo identitario e della crescente insoddisfazione nei confronti dei partiti tradizionali. Ad approfittare della situazione potrebbero essere i Verdi, che però nei Länder della Germania orientale che rinnoveranno i Parlamenti regionali nell’autunno del 2019, partono da percentuali di voto tra il 5% e il 6% conquistate nel 2014. Ma che soprattutto, in quei territori, dovranno confrontarsi con una non scontata disponibilità dell’elettorato ad accogliere i classici temi dell’ambientalismo e del nuovo posizionamento dei Grünen sulle politiche migratorie, anche se dovesse verificarsi verso il partito di Annalena Baerbock e Robert Habeck il travaso di voti dalla SPD che si è registrato nelle elezioni in Baviera e in Assia.

La Grande coalizione sta quindi navigando a vista. Che il prossimo governo non sarà guidato da Angela Merkel è un fatto di cui nessuno, neppure la stessa cancelliera, dubitava fin dalla serata elettorale del settembre 2017. La rinuncia alla segreteria della CDU da parte di Merkel non avviene come reazione alla grida scandite nelle manifestazioni del gruppo anti-islamico PEGIDA «Merkel muss weg» (“Merkel se ne deve andare”), ma come presa d’atto di una serie di sconfitte elettorali in cui il partito non cede il proprio capitale elettorale solo alla AfD, ma anche ai Verdi. È presto per dire se questi ultimi riusciranno nel futuro a profilarsi come nuovo Volkspartei. Quel che è certo è che con il timing della sua scelta Merkel, che nel suo discorso dell’altro giorno ha dichiarato di non aver mai dimenticato di «non essere nata cancelliera», ha fatto sì che i nuovi capitoli dell’evoluzione del sistema partitico tedesco comincino ad essere redatti con la sua supervisione ancora in corso. Quanto questa fase potrà durare non è dato sapere neppure alla lungimirante cancelliera.

 

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