1 ottobre 2020

Germania, a 30 anni dalla riunificazione

Tra pochi giorni la Germania festeggerà i 30 anni della riunificazione, un appuntamento, per la verità, che non è mai stato accolto da grande calore nel Paese. Per i cittadini occidentali è un giorno come un altro. Per quelli dell’Est, la conclusione, certamente diversa da come se l’erano immaginati, della rivoluzione pacifica, simboleggiata dal 9 novembre 1989, quando cadde il muro di Berlino. Diversa perché in pochissimo tempo non è rimasto più nulla della loro Heimat. E, soprattutto, non sono entrati nel capitalismo degli anni Sessanta, ma in quello neoliberista degli anni Novanta. Da più parti, si chiede di non festeggiare più il 3 ottobre, una data che, più che unificare, divide. Una richiesta che probabilmente non verrà accolta, almeno nel breve periodo, ma che ci spinge a ragionare su quale data potrebbe meglio rappresentare la Repubblica di Berlino. Questa richiesta ci dice anche quanti conflitti segnino la nuova Repubblica.

 

Diamo per scontato, ad esempio, che Berlino dovesse tornare ad essere la capitale della Germania riunificata, sebbene non sia stato così semplice: la votazione per spostare la capitale da Bonn a Berlino, all’inizio degli anni Novanta, fu preceduta da una intensa discussione. Con argomenti validi da entrambe le parti: scegliere una città come Berlino non significa forse tornare ad essere una nazione con ambizioni egemoniche? Non sarebbe meglio continuare a essere una nazione ‘nana’, con una bella ma modesta capitale? E Berlino ottenne solo una manciata di voti in più (338 contro 320): perché la Germania riunificata non può restare ‘piccola’, è divenuta (di nuovo!) grande nel cuore dell’Europa e deve imparare ad esercitare questa sua nuova dimensione all’interno di un’Europa politicamente tutta da costruire.

 

Quello di Berlino è un primato che deve essere ancora accettato nel resto del Paese: ora che aprirà il nuovo aeroporto (a fine ottobre), intitolato a Willy Brandt, che di Berlino Ovest fu Borgomastro e che nel 1989 fu tra i primi a comprendere la portata di quello che stava accadendo a Est, aumenterà la concorrenza con Francoforte e Monaco. Appena un anno fa il presidente della Camera di commercio del Brandeburgo scherzava, tra il serio e il faceto: «Finché avremo un bavarese ministro dei trasporti, questo aeroporto continuerà ad avere problemi». Il ministro è ancora lì e l’aeroporto aprirà a breve, ma il conflitto è stato solo rimandato dal Coronavirus che, per ora, ha fortemente ridimensionato (a voler essere eufemistici) il traffico aereo.

 

La capitale tedesca si prepara a festeggiare i suoi 100 anni (1° ottobre 1920) proprio con l’inaugurazione dell’aeroporto (31 ottobre prossimo). Ma senza esagerare, con la necessaria sobrietà per quello che ad oggi resta ancora una macchia. Otto anni fa, quando l’apertura sembrava imminente, la città era stata invasa di cartelloni pubblicitari e gadget. Il faccione sorridente di Brandt era ovunque. Otto anni dopo e quantità industriali di denaro in fumo, l’obiettivo è uno solo: aprire, senza tante cerimonie, che anzi vanno ridotte al minimo. Dare alla capitale l’aeroporto che si merita. Negli ultimi giorni, mentre visitavamo l’aeroporto, una troupe della ZDF mi ha chiesto se i tedeschi avessero perso la loro credibilità per un ritardo così clamoroso. Tutt’altro, ho risposto, secondo me hanno persino guadagnato simpatia. Non sono così perfetti, non devono essere così perfetti. E questo li rende uguali a tutti gli altri.

 

I 30 anni sono l’occasione per discutere (ancora!) delle modalità della riunificazione. Poteva essere fatta meglio? Si potevano tenere in maggior considerazione le esperienze dei tedeschi dell’Est come ha ricordato lo stesso Wolfgang Schäuble? Magari con una confederazione tra i due Stati. Oppure prima democratizzando la DDR e poi lavorando ad una riunificazione. Era necessario, però, più tempo, molto di più. Che non c’era. Tuttavia, dopo quarant’anni di socialismo, stare a rivendicare qualche giorno in più per una riunificazione ‘migliore’ è abbastanza surreale: nell’ultima stagione della bellissima serie Deutschland 89, il protagonista, una spia dell’Est, ha l’occasione di evitare l’apertura del muro. Si consiglia con la madre, alla quale chiede cosa succederebbe se cadesse il muro. «Sarebbe la fine della Repubblica democratica», la risposta. E a quel punto, tra lo stanco, il felice e il preoccupato, lascia che le cose vadano così come devono andare.

Va anche detto, se si accetta il gioco di fare la storia con i se, che le cose potevano andare anche peggio. Ma questo dibattito appassiona sempre di meno e ho l’impressione che sia più una discussione sui tedeschi che dei tedeschi. Ridurre il 1989-90 a semplici decisioni individuali, alla volontà dei protagonisti, mi pare poca cosa rispetto alla grandezza della cesura. E 30 anni dopo, a chiedersi se ci fossero alternative alla riunificazione sono soprattutto gli esponenti della generazione che l’ha vissuta. I più giovani pensano al futuro: c’è ad esempio, ancora oggi, un problema di sottorappresentazione nelle élites dei tedeschi dell’Est? Come si può risolvere questo problema? La cosa ancor più interessante è il tentativo di connettere queste istanze con quelle dei “tedeschi con un passato migrante”. Non si tratta, quindi, di una semplice critica al processo di riunificazione, che pure esiste ed è stato strumentalizzato dalla destra, ma di un tentativo di mettere in discussione un’idea monolitica e compatta dell’identità tedesca (tutta occidentale!) per criticarne le derive razziste ed escludenti.

 

Il problema, dunque, non è costituito da un vizio originario della riunificazione. Se ci facciamo caso, è un problema che torna costantemente nella storia tedesca: nel 1871, quando nasce, il II Reich è segnato dalla sconfitta del ’48 e del movimento democratico, mentre, nel 1919, Weimar è caratterizzata dall’incapacità di segnare una vera discontinuità, anche a livello personale nell’amministrazione statale, con il vecchio potere. Persino dopo il 1945 continua, sotterranea, la traccia di un legame con il vecchio passato nazista, come si vede dalla stessa presenza di vecchi esponenti del Partito nazionalsocialista nei ranghi della Repubblica federale (di contro ad un antifascismo di Stato e imposto dall’alto nella Repubblica democratica). Ora, continuare a cercare l’errore nella riunificazione è esercizio tutto sommato scolastico. Il punto vero è capire cosa si fa oggi con questo Paese, nel cuore del continente e motore dell’integrazione europea. E, a questo proposito, la vera data da tener presente è l’estate del 2015, quando oltre un milione di profughi arrivò in Germania e Merkel convinse tutti gli scettici con il suo celebre Wir schaffen das.

 

Da allora il Paese, che era già una terra di immigrazione, basta ricordare i Gastarbeiter (parola che più o meno significa: lavoratori ospiti, con il non detto che una volta terminato il lavoro, se ne sarebbero andati) tra cui tanti italiani, non è più lo stesso. I populisti di destra e la destra neonazista si sono rafforzati. Gli attacchi a immigrati, moschee e centri di rifugiati sono aumentati. La parte più reazionaria del Paese ha avuto i suoi momenti di grande visibilità a Chemnitz nel 2018 e qualche settimana fa di fronte al Reichstag, sfruttando il risentimento contro le regole per limitare la diffusione del Coronavirus. Ma non ci sono solo loro.

 

Anche le forze progressiste, varie e composite, si stanno organizzando. La letteratura lo ha capito ben prima delle scienze sociali. Kübra Gümüşay lo ha scritto nel suo pamphlet Sprache und Sein, che sarà presto disponibile in italiano per la sensibilità dell’editore Fandango: «Non vogliamo dover fare il doppio degli sforzi degli altri per avere lo stesso successo. Vogliamo giustizia». Che il noi di questa frase siano i tedeschi dell’Est o i figli dei Gastarbeiter è francamente irrilevante se entrambi si riconoscono nell’idea di cambiare il Paese. Altro pamphlet interessante è Eure Heimat ist unser Albtraum, dove diversi tedeschi con un passato migrante descrivono la loro esperienza. Tra loro Fatma Aydemir, curatrice del volume insieme a Hengameh Yaghoobifarah, che scrive: «Voglio rubare ai tedeschi il loro lavoro. Non voglio fare quello che è stabilito per me, voglio proprio i lavori che i tedeschi vogliono fare, con lo stesso salario, le stesse condizioni e le stesse possibilità di promozione». Forse se ne accorgerà presto anche la produzione cinematografica e televisiva invece di propinare sceneggiati, certamente ben fatti, che hanno successo e fanno incassi ma che rappresentano una sola parte della realtà: una sorta di Gomorra mediorientale in Germania, con i boss, le famiglie, la droga e i nomignoli affibbiati ai protagonisti (Kartoffel invece di Capaebomba).

 

Il miglior modo per guardare alla riunificazione è probabilmente concentrarsi sui problemi della Germania di oggi, straordinariamente simili a quelli del resto d’Europa, superare queste divisioni tra il Nord e il Sud del continente, che persino autori avvertiti come Agamben hanno contribuito a diffondere (nella formula dell’impero latino) e costruire un continente diverso, meno razzista e più giusto. Qui, torna prepotentemente la grande ‘leva’ della socialdemocrazia, spesso dimenticata e che andrebbe aggiornata: la giustizia sociale. Se e come queste istanze riusciranno a definire una propria agenda politica lo deciderà il prossimo secolo europeo. Come è avvenuto con la sconfitta del movimento democratico europeo nel 1848: questo è forse il senso più profondo nel ricordare questi 30 anni.

 

Immagine: Bandiere tedesche che sventolano sul Reichstag, sede del Parlamento tedesco (Deutscher Bundestag), Berlino, Germania. Crediti: canadastock / Shutterstock.com

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