28 giugno 2022

Gerusalemme ancora senza pace

La guerra in corso fra Ucraina e Russia, per la sua drammatica virulenza e anche, per noi europei, per la sua collocazione così prossima, mette in ombra gli altri, numerosi conflitti che attraversano lo scenario globale, spesso con conseguenze gravi in termini di vittime, oppressioni, sofferenza delle popolazioni civili. Una situazione che sollecita l’informazione ad essere attiva sui diversi scenari e a cogliere le nuove connessioni che si istaurano, tra nuovi e vecchi conflitti, facendo anche attenzione a parole e luoghi che simbolicamente richiamino alla pace.

Dal tramonto di sabato 28 maggio al tramonto di domenica 29 maggio è stata celebrata nel 2022 la Giornata di Gerusalemme (Yom Yerushalayim), una festa nazionale israeliana che celebra la riunificazione di Gerusalemme all’indomani della Guerra dei sei giorni. Anche quest’anno ci sono stati momenti di tensione e scontri fra l’esercito e manifestanti palestinesi. Gerusalemme, la città santa, è anche al centro di rivendicazioni e aspirazioni contrastanti. Peraltro, la situazione complessiva nell’area sta vivendo un’ulteriore fase critica; secondo il New York Times, il proiettile che ha causato la morte della giornalista palestinese-americana Shireen Abu Akleh, uccisa nel campo di Jenin in Cisgiordania lo scorso 11 maggio, è partito dalla posizione in cui si trovava un convoglio militare israeliano. L’esercito israeliano sostiene che il tipo di proiettile che, secondo le ricostruzioni, ha colpito la giornalista è in uso anche da parte di miliziani palestinesi. Le Forze di difesa israeliane non escludono che la morte di Shireen Abu Akleh possa essere stata causata per errore da un proiettile israeliano, ma in base ai propri accertamenti negano categoricamente che sia stata presa di mira deliberatamente. Richiedono comunque un’indagine congiunta a cui però l’Autorità nazionale palestinese non vuole partecipare, rifiutandosi di collaborare con la controparte in questa delicata vicenda.

Un altro punto di attrito è stata la pubblicazione, martedì 7 giugno, del primo rapporto della nuova Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, che indica fra le cause «che contribuiscono ai cicli ricorrenti di violenza» alcuni fattori chiaramente riconducibili a Israele come l’espansione di nuovi insediamenti, discriminazioni, violenza dei coloni e il blocco di Gaza.   La Commissione critica fortemente anche l’Autorità nazionale palestinese poiché non si è impegnata affinché siano rispettati nella sua area di influenza i diritti umani e perché, giustificandosi con la situazione di occupazione e di conflitto, rinvia le elezioni parlamentari e presidenziali. Nondimeno Hamas e l’Autorità palestinese hanno apprezzato il rapporto, mentre il ministero degli Affari esteri israeliano lo ha definito «uno spreco di denaro e fatica», ritenendolo pieno di pregiudizi verso Israele.

Le polemiche sulle violenze e sulle responsabilità rimandano ai nodi irrisolti della questione palestinese, che anche in un momento di rapporti relativamente buoni fra Paesi arabi e Israele, sono alla fonte di possibili conflitti. Una delle questioni più controverse riguarda il destino di Gerusalemme. La città è stata riconosciuta nel dicembre del 2017 come capitale di Israele dagli Stati Uniti che hanno spostato lì la loro ambasciata. Una scelta che però non è stata condivisa dall’ONU, dall’Unione Europea e dall’Italia, che rifiutano la legittimazione dei territori acquisiti dopo la Guerra dei sei giorni, rimandando la ridefinizione del ruolo di Gerusalemme a un futuro accordo di pace che ponga fine ai conflitti. Il fatto che l’ONU non riconosca Gerusalemme come capitale di Israele non significa che il diritto internazionale si sia pronunciato in tal senso, poiché le deliberazioni delle Nazioni Unite non sono fonti riconosciute e accettate universalmente di diritto.

Su questo punto importante, c’è stato nel 2020 anche un pronunciamento di un tribunale italiano che ha affermato che «Lo status giuridico della città di Gerusalemme è infatti del tutto peculiare ed incerto, trattandosi di una capitale (oggetto di) contesa tra popolo israeliano e palestinese ed oggetto, per molteplici ragioni storiche, religiose e culturali, di vivo interesse anche per gli altri Stati e per altri popoli. […] Tra le fonti del diritto internazionale infatti non vengono tradizionalmente annoverate le risoluzioni dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (UNGA) o del Consiglio di Sicurezza […] ciò deriva dal fatto che formalmente né l’Assemblea Generale né il Consiglio di Sicurezza hanno una funzione legislativa generale nel diritto pubblico internazionale».

Un pronunciamento interessante, che nasce da una controversia originata da una domanda posta a un concorrente durante la trasmissione L’eredità. Dovendo indicare quale fosse la capitale di Israele, il concorrente aveva risposto Tel Aviv, ma la risposta esatta era stata considerata Gerusalemme. Da qui ricorsi anche da parte di associazioni palestinesi a cui non erano sembrate sufficienti le scuse della RAI e la rettifica che ammetteva che l’informazione non era esatta perché l’attribuzione della capitale era controversa. Il tribunale che si occupò in prima istanza della questione impose alla RAI una ulteriore rettifica contenente la dichiarazione «il diritto internazionale non riconosce Gerusalemme quale capitale dello Stato». Ma un ricorso della RAI è stato in seguito accolto perché secondo la nuova sentenza, prima citata, questa dichiarazione non era necessaria (poiché si doveva solo smentire una dichiarazione inesatta) e perché a sua volta non fondata su fonti universalmente riconosciute del diritto internazionale.

La controversia può essere risolta probabilmente soltanto dalla politica e tramite un accordo; resta il fatto che questa città di straordinaria bellezza, unica per il suo valore spirituale e simbolico, rimane al centro di un conflitto durissimo che si protrae da decenni.  

 

Immagine: La Cupola della roccia e l’abitato di Gerusalemme. Crediti: pixabay.com