01 ottobre 2016

Giustizia per i mausolei distrutti di Timbuctù

Per la prima volta la Corte penale internazionale si è pronunciata condannando un imputato per la distruzione del patrimonio culturale come crimine di guerra. 'Con profondo rammarico e grande dolore, mi dichiaro colpevole. Le accuse formulate nei miei confronti sono accurate e corrette, e provo rimorso per ciò che le mie azioni hanno provocato’. Così il 22 agosto, davanti alla Corte penale internazionale dell’Aia, Ahmad al-Faqi al-Mahdi ha riconosciuto le proprie colpe e si è detto pronto a pagare il prezzo dell’orrendo sfregio arrecato a un patrimonio storico e culturale di inestimabile valore. Poi, a conclusione delle sue dichiarazioni, ha voluto rivolgere una personale esortazione a tutti i musulmani: ‘Non commettete il mio stesso errore, perché non ne verrà nulla di buono per l’umanità’.

Sono i primi mesi del 2012, e in Mali – Stato cerniera tra il Sahara arabo-berbero e l’Africa nera - imperversa il caos: il 6 aprile, il Movimento nazionale per la liberazione dell’Azawad ha unilateralmente proclamato l’indipendenza del Nord del Paese, mentre nella capitale Bamako i militari hanno già rovesciato il presidente Amadou Toumani Touré, incapace di arginare le spinte centrifughe dei movimenti secessionisti. Il sodalizio di comodo contro il potere centrale venutosi a creare tra ribelli tuareg dell’Azawad e militanti jihadisti si rompe tuttavia rapidamente, e sono i secondi ad avere la meglio: donne coperte dal velo integrale, musica bandita dalle radio, calcio e sigarette vietati; sono queste le nuove e rigide regole imposte dalle forze al potere, sulla base della loro interpretazione della legge islamica. È questa la Timbuctù raccontata dal regista Abderrahmane Sissako nella pellicola che ha conquistato ben sette premi César nel 2015; una realtà così lontana da quel vibrante spirito di cultura e civiltà che l’aveva animata tra il XV e il XVI secolo, rendendola straordinario centro intellettuale. Ed è questa la Timbuctù su cui, tra giugno e luglio del 2012, si è abbattuta la furia iconoclasta dei jihadisti, con la distruzione delle tracce di una memoria su cui le comunità locali avevano plasmato la loro identità.     

Tra i responsabili di questa profonda ferita c’è anche Ahmad al-Faqi al-Mahdi: presunto membro della formazione jihadista tuareg di Ansar al-Din – collegata ad al-Qaeda nel Maghreb islamico (AQIM) –, al-Mahdi era stato nominato alla guida dell’Hisbah, organismo costituito con l’obiettivo di ‘preservare la moralità e prevenire il vizio’. Tra i vertici di Ansar al-Din e di AQIM c’è pieno accordo: nulla può essere costruito sopra una tomba, perciò i mausolei dei santi sufi di Timbuctù devono essere distrutti. Al-Mahdi condivide la tesi, ma invita a ragionare sulle conseguenze, convinto della necessità di evitare un così esplicito affronto alle popolazioni del luogo. Le disposizioni sono però tassative, e il capo dell’Hisbah esegue senza ulteriori esitazioni. Sono nove i mausolei la cui distruzione è imputata ad al-Mahdi, che secondo la Corte penale internazionale avrebbe fatto da supervisore durante le operazioni e indicato la sequenza di esecuzione degli attacchi, addirittura partecipandovi direttamente in cinque casi. Neppure la porta della moschea di Sidi Yahia è stata risparmiata: secondo la leggenda, questa avrebbe dovuto rimanere chiusa, e una sua eventuale apertura avrebbe significato l’ormai imminente fine del mondo. I jihadisti hanno però voluto ‘distruggere il mistero’ e cancellare la storia.

Il mandato d’arresto della Prima camera preliminare della Corte penale internazionale nei confronti di al-Mahdi è stato spiccato il 18 settembre del 2015, e una settimana dopo l’uomo è stato consegnato all’autorità del Tribunale. Il 24 marzo 2016 è stata confermata l’accusa: al-Mahdi ha perpetrato attacchi contro edifici dedicati al culto, all’educazione, all’arte – riconosciuti peraltro dall’UNESCO come patrimonio dell’umanità – macchiandosi pertanto di crimini di guerra punibili ai sensi dello Statuto di Roma. La sentenza di condanna è stata pronunciata il 27 settembre: 9 anni di reclusione, con una mitigazione della pena legata al riconoscimento della propria colpevolezza, alla cooperazione con la Corte, all’iniziale riluttanza nel commettere il crimine, al pentimento dichiarato e alla buona condotta mostrata durante il primo periodo di detenzione.

Dopo la cancellazione dei Buddha di Bamiyan in Afghanistan per mano dei talebani nel 2001, la drammatica devastazione delle testimonianze delle grandi civiltà in territorio siro-iracheno per mano del sedicente Stato Islamico e dopo che Khaled al-Asaad ha pagato con la vita il suo smisurato amore per Palmira, la decisione del Tribunale lancia comunque un messaggio e appare per questo confortante.

Il Mali intanto sta cercando lentamente di riprendersi: schiacciati dalla superiorità delle forze francesi dell’Operazione Serval – lanciata da Parigi in sostegno a Bamako nel gennaio 2013 – i jihadisti hanno ripiegato, ma la loro presenza nella regione è ancora assai pericolosa. Per contrastare la minaccia terroristica, il primo agosto 2014 è così partita l’Operazione Barkhane, che ha sostituito Serval e a cui partecipano anche altri Paesi dell’area saheliana. Sotto il profilo politico, accanto agli importanti passaggi elettorali delle presidenziali (luglio-agosto 2013) e delle parlamentari (novembre 2013), è stato attivato un processo di pace e di riconciliazione con l’obiettivo di giungere a una stabilizzazione del Paese, ma l’implementazione dell’accordo raggiunto nel 2015 si sta rivelando – come prevedibile – non agevole.

Sotto il profilo processuale però, un primo punto fermo è stato messo; alcuni mausolei sono già stati ricostruiti e poi, quasi a voler chiudere il cerchio, il 19 settembre è stata ufficialmente completata la ricostruzione della porta della moschea di Sidi Yahia. La fine del mondo profetizzata dalla leggenda almeno per ora può aspettare.

 


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