26 ottobre 2021

Gli Accordi di Abramo un anno dopo

Della controversa eredità della politica estera di Donald Trump gli Accordi di Abramo costituiscono probabilmente il lascito più gradito a Joe Biden. Non a caso, non solo essi non sono stati messi in discussione dalla nuova amministrazione, ma la loro rilevanza è stata da quest’ultima in più occasioni riaffermata. Si tratta dell’esito di lucide valutazioni fondate sull’interesse nazionale americano così come si è andato evolvendo in questo scorcio del XXI secolo.

 

Nel contesto generale dell’attuale riallineamento degli equilibri mondiali verso un bipolarismo USA-Cina, le intese siglate il 15 settembre del 2020 da Israele con Emirati Arabi Uniti e Bahrain, alle quali hanno poi aderito anche Marocco e Sudan, rispondono all’esigenza di fondo americana di creare le condizioni per un disimpegno dal Medio Oriente allargato utile a consolidare lo spostamento verso il Pacifico del baricentro della propria strategia geopolitica. In quest’ottica, rappresentano uno strumento necessario a favorire un equilibrio endogeno nella regione che è funzionale all’obiettivo del riorientamento verso l’Asia delle risorse diplomatiche, militari e di intelligence che gli USA intendono prioritariamente dedicare al contenimento dell’espansionismo cinese.

 

Due ulteriori elementi completano l’equazione. Da un lato, la raggiunta indipendenza degli Stati Uniti nella produzione di fonti energetiche, grazie all’apporto delle risorse shale, ha affievolito l’interesse americano per il petrolio e il gas del Medio Oriente. Dall’altro, i colpi inferti in vari teatri alle grandi centrali del terrorismo jihadista, come al-Qaida e ISIS, hanno accresciuto la percezione di sicurezza del Paese rispetto alla minaccia di attacchi del radicalismo islamico sul proprio territorio. La combinazione di questi fattori ha evidenziato agli occhi del contribuente americano medio ‒ e dunque dell’amministrazione Biden, che delle esigenze della classe media intende farsi interprete anche in politica estera ‒ l’insostenibilità dei costi, umani e materiali, derivanti dal mantenimento di una ingente presenza militare in teatri crescentemente percepiti, anche dall’opinione pubblica, come marginali rispetto all’interesse nazionale.

 

Se sul piano sistemico gli Accordi di Abramo rappresentano dunque il portato naturale di tali mutamenti nondimeno, dal punto di vista regionale, nella prospettiva di Washington i presupposti strategici che ne avevano propiziato la firma mantengono tuttora, a più di un anno di distanza, la loro validità.

 

Vi era innanzi tutto una realistica constatazione della diffusa fatigue nei confronti della causa palestinese, una questione sempre più percepita come insolubile e irrimediabilmente prigioniera degli opposti estremismi. Le tiepide reazioni suscitate nel mondo arabo dal breve ma violento conflitto riesploso tra Israele e Hamas lo scorso maggio, da questo punto di vista, sono sembrate confermare tale dato. Vi era in secondo luogo la necessità di salvaguardare la sicurezza di Israele, promuovendo ampie formule di collaborazione con il mondo sunnita moderato che risultassero utili anche in chiave anti-iraniana. In tale ottica, se è vero che l’Arabia Saudita non ha ancora aderito agli Accordi (come auspicato dagli USA), appare innegabile che questi abbiano innescato dinamiche negoziali che vanno nel senso di un generale allentamento della tensione regionale ‒ tra il Qatar e i Paesi del Golfo, tra Riyad e Teheran, ma anche tra Egitto ed Emirati e la Turchia ‒ di cui lo stesso Israele ha tratto beneficio. Vi era infine l’esigenza di prestare ascolto alle legittime istanze socio-economiche rappresentate dai popoli della regione, cui le primavere arabe non avevano saputo dare risposte concrete. Abilmente ispirati ad un approccio “bottom-up”, gli Accordi di Abramo hanno stimolato la creazione di partnership economico-finanziarie, tecnologiche, turistiche e culturali che hanno determinato un vero e proprio cambio di prospettiva anche per i Paesi che ancora non vi hanno aderito.

 

Ne è derivata la diffusa sensazione che qualcosa di realmente nuovo stia accadendo in una regione che per troppo tempo ha tenuto soffocate le aspirazioni di progresso di una popolazione sempre più giovane e numerosa. Una sensazione rafforzatasi di pari passo con la firma di accordi tecnici in settori strategici come i servizi finanziari, l’energia elettrica, la desalinizzazione delle acque, la cybersecurity o l’aviazione commerciale. Le intese del 2020 hanno così di fatto innescato meccanismi la cui inerzia appare oggi difficile da invertire, avendo favorito il nascere di un tessuto connettivo intraregionale che tende ad unire trasversalmente quei settori delle società civili che sono portatori di istanze tra loro assimilabili. Ne sanno qualcosa anche le autocrazie locali che, complice il ruolo dei social media, manifestano oggi innegabili difficoltà nel controllare le piazze senza subire contraccolpi sul piano del consenso e della stabilità interna.

 

Certo, lo scenario mediorientale presenta ancora molti nodi da sciogliere. La causa palestinese, pur se depotenziata nella sua valenza ideologica e nelle sue conseguenze militari, continua a pesare sugli equilibri dell’area. L’ambizione americana di creare un equilibrio regionale in grado di autosostenersi richiederà, per potersi concretizzare, una maggiore disponibilità al dialogo da parte dei governi di Israele e Palestina per mantenere viva la prospettiva della soluzione dei due Stati. Molto dipenderà inoltre dagli esiti del tentativo pervicacemente perseguito dall’amministrazione Biden di rilanciare i negoziati con l’Iran, che non potranno tuttavia più essere limitati al solo dossier nucleare (reso peraltro vieppiù complesso dai progressi raggiunti da Teheran sul fronte dell’arricchimento dell’uranio), ma dovranno necessariamente estendersi alle attività destabilizzanti che la Repubblica Islamica realizza attraverso i suoi proxy regionali e ai suoi ingenti programmi di riarmo, specie nel campo missilistico. In assenza di concrete contropartite economiche e di adeguate rassicurazioni sul piano della sicurezza, appare difficile immaginare che la nuova leadership conservatrice iraniana accetti di fare concessioni significative.

 

La sfida della stabilizzazione regionale attraverso gli Accordi di Abramo resta pertanto molto complessa. Gli Stati Uniti ne sono consapevoli ed è per questo che tendono ad esigere dagli alleati europei un maggiore grado di responsabilizzazione. Si aprono così nuove sfide dinanzi a un’Unione Europea che, nonostante i successi nel contrasto alla pandemia e nei piani di rilancio economico, è ancora alle prese con i ben noti problemi derivanti dalla cronica mancanza di una identità di politica estera e di sicurezza ben definita. La crisi libica, le tensioni nel Mediterraneo orientale e l’emergenza legata ai flussi migratori hanno evidenziato l’inefficacia di strategie riconducibili ad iniziative condotte da singoli Stati membri proprio in quella che è con ogni evidenza la più calda tra le frontiere europee. Il ripiegamento americano dal teatro mediorientale è destinato ad accrescere i costi associati all’assenza di una strategia condivisa per gestire un arco di crisi che, è bene non dimenticarlo, abbraccia tutto il Mediterraneo per spingersi attraverso il Libano, la Siria, l’Iraq, lo Yemen e il Golfo, raggiungendo il quadrante afghano.

 

Per l’Europa il rischio non è solo quello di vedersi suo malgrado trascinata in conflitti più grandi delle sue capacità politiche e militari, ma anche quello di lasciare fatalmente campo aperto alle ambizioni di attori sempre più attivi nella regione come la Russia, la Turchia e la stessa Cina, assai più disinvolti nell’impiego dei tradizionali strumenti della politica di potenza.

 

Scongiurare tale eventualità è un obiettivo primario non solo dell’Europa ma anche in primo luogo dell’Italia, che ha nel Mediterraneo e nel Medio Oriente allargato il centro dei propri interessi nazionali. Saper fare massa critica con i maggiori partner europei come la Francia e la Germania diventa quindi per il nostro Paese una scelta obbligata per provare ad individuare soluzioni politiche da condividere con gli altri partner che vadano oltre gli sterili compromessi al ribasso che troppo spesso contraddistinguono le posizioni europee in politica estera. Gli strumenti a nostra disposizione non mancano: la diplomazia, l’intelligence, i contingenti militari e le grandi aziende. In ognuno di essi l’Italia può vantare delle eccellenze.

 

Da una più autorevole riaffermazione delle nostre responsabilità, come italiani e come europei, dipenderà una buona parte delle prospettive di stabilizzazione della regione e, con esse, in ultima analisi, anche la nostra capacità di ottenere dagli Stati Uniti un nuovo impegno nell’area. Anche al di là dell’orizzonte degli Accordi di Abramo.

 

Leggi qui la traduzione dei testi integrali degli Accordi di Abramo

 

Immagine: Da sinistra, Abdullatif bin Rashid Al Zayani, Benjamin Netanyahu, Donald Trump e Abdullah bin Zayed Al Nahyan in occasione della cerimonia per la firma degli Accordi di Abramo alla Casa Bianca, Washington DC, Stati Uniti (15 settembre 2020). Crediti: noamgalai / Shutterstock.com

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0