14 novembre 2022

Gli Stati Uniti rilanciano la tech war contro la Cina

Il perdurare della guerra tra Russia e Ucraina ha inevitabilmente catturato lo sguardo e le attenzioni di analisti, ricercatori e stampa internazionale, giustamente focalizzati su uno scenario così delicato. Parallelamente allo scontro armato si è continuato a consumare il grande duello della nostra epoca, che forse ha addirittura tratto nuova linfa dal conflitto. Stati Uniti e Cina, infatti, non sono solamente i due principali attori globali e portatori di due visioni della comunità internazionale pressoché agli antipodi, ma sono anche i principali partner rispettivamente di Ucraina e Russia. Sebbene Pechino non sostenga direttamente l’intervento russo, ma abbia anzi avuto da ridire in più di un’occasione, ha sposato la teoria dell’accerchiamento progressivo che Mosca imputa alla NATO.

Andando oltre le divergenze riguardanti lo scenario ucraino, il rapporto tra Cina e Stati Uniti ha probabilmente toccato uno dei suoi punti più bassi in questo 2022. L’elezione di Joe Biden nel 2020 portò una sorta di ottimismo per il futuro dei rapporti bilaterali, nonostante in campagna elettorale il nuovo presidente USA si fosse dimostrato particolarmente duro e aggressivo nei confronti di Pechino. In tanti pensavano che fosse principalmente una mossa per controbilanciare il China bashing di Donald Trump, protagonista di una guerra doganale che aveva sostanzialmente congelato i rapporti con Xi Jinping. La realtà è stata, ed è tutt’oggi, molto diversa: Biden non ha mai rimosso i dazi ereditati dalla precedente amministrazione, e ha progressivamente alzato il tiro e sfidato la Cina su diversi campi, tra cui quello delicatissimo di Taiwan.

L’ultimo capitolo di questa rivalità è stato scritto durante le scorse settimane, particolarmente significative per entrambe le potenze. Il 16 ottobre si è infatti inaugurato il XX Congresso del Partito Comunista Cinese, che ha scelto Xi Jinping per un terzo, storico, mandato e ha presentato al mondo la classe politica che guiderà il Paese nel prossimo quinquennio. Solo pochi giorni prima, esattamente il 12 ottobre, la Casa Bianca ha pubblicato uno dei suoi principali documenti programmatici, ossia la Strategia di sicurezza nazionale (NSS, National Security Strategy). Nelle 48 pagine che compongono il documento, la Cina viene descritta come principale rivale e minaccia per gli interessi degli Stati Uniti, molto più della Russia di Putin, confermando così l’assertività della dottrina Biden. Questa non si discosta poi in maniera così netta da quella dei suoi predecessori, presentando gli Stati Uniti come guida per rispondere alle sfide di un futuro sempre più incerto e per questo descritto come un «decennio decisivo» per Washington. Il competitor del futuro è inequivocabilmente la Cina, l’unica che potrebbe avere le risorse e le capacità per proporre un cambio di paradigma a livello internazionale.

Sempre secondo il documento americano, la competizione strategica si giocherà su diversi fronti, tra cui due in particolar modo: in primis, la capacità degli Stati Uniti di mantenere delle salde alleanze, sia in Europa che in Asia orientale, e magari stringerne di nuove, anche con Paesi che non necessariamente condividono l’idea di democrazia liberale di stampo occidentale. Infine, limitare e possibilmente bloccare il progresso tecnologico di Pechino attraverso una stretta sempre più serrata su materiali e approvvigionamenti. In questo senso, dopo una serie di misure preparatorie, il governo statunitense ha annunciato una sorta di lotta tecnologica senza frontiere contro Pechino. Il 7 ottobre, il Bureau of Industry and Security (BIS), ossia l’agenzia governativa che si occupa di tecnologia e sicurezza nazionale, ha rilasciato un documento su indicazione del ministero del Commercio nel quale viene ufficializzata una stretta senza precedenti verso la Cina per quanto riguarda la possibilità di esportare semiconduttori, i materiali utilizzati per la loro creazione, e addirittura assumere personale qualificato. Una decisione presa con un obiettivo ben preciso, ossia bloccare sul nascere gli sforzi cinesi per la creazione di una filiera tecnologica nazionale in grado di soddisfare, progressivamente, la fame di chip e semiconduttori di Pechino.

La risposta cinese è stata veemente; Pechino ha preannunciato forti contromosse nei confronti della controparte statunitense. Ed effettivamente, questa è una mossa senza precedenti che mette la Repubblica Popolare Cinese in difficoltà: si tratta di una situazione molto diversa dalle sanzioni mirate verso Huawei o la Semiconductor Manufacturing International Corp (SMIC), o dalle norme che impedivano alle aziende americane l’esportazione di specifici chip verso il mercato cinese. Alcune previsioni sulle potenziali conseguenze della decisione statunitense sono decisamente catastrofiche: un report di Fathom China, un team di ricerca interno all’agenzia di investimenti Gavekal Dragonomics, ha ipotizzato che le principali aziende cinesi nel settore verranno distrutte o fortemente danneggiate, e che nessuna compagnia nel campo della componentistica e dei semiconduttori, neppure tra quelle più periferiche, rimarrà indenne. La criticità della situazione è stata ulteriormente confermata da un report di Bloomberg, secondo il quale il ministero dell’Industria e Informazione tecnologica avrebbe tenuto una serie di incontri d’emergenza, a porte chiuse, con le principali realtà manifatturiere del settore, per avere un’idea più precisa degli effetti delle nuove misure statunitensi. Uno di questi incontri ha avuto come protagonista la Yangtze Memory Technologies Corp (YMTC), principale produttrice nazionale di chip per memoria flash, che ha ribadito al Ministero come il futuro della compagnia sia in grave pericolo.

 

Secondo diversi analisti, Xi Jinping ha voluto rispondere a Biden nel suo discorso d’apertura del XX Congresso. Xi ha infatti sottolineato l’importanza della “sicurezza” nelle sue diverse sfaccettature, tra cui la sicurezza della supply chain (la catena cliente-fornitore) e quella derivante dall’autosufficienza tecnologica. Ma il chiaro messaggio lanciato dal leader cinese, ossia la necessità di raggiungere in tempi brevi l’autonomia in settori chiave come quello della produzione di chip, pare scontrarsi con la realtà dei fatti, presente e probabilmente futura. Il suo discorso, oltre alla necessaria nota autarchica e propagandistica, sembrerebbe tradire una piena comprensione del fenomeno in atto e delle sue ramificazioni. Pechino rischia seriamente di pagare un prezzo pesantissimo e di aumentare ulteriormente il già consistente gap tecnologico con gli Stati Uniti. Le aziende cinesi avranno ben presto bisogno di una risposta, se desiderano rimanere sul mercato, e la produzione interna di componentistica non sarà di certo in grado in tempi brevi di compensare le perdite date dal blocco statunitense. Il terzo mandato di Xi si apre dunque con una nota dolente, sui cui la leadership cinese dovrà necessariamente focalizzarsi per raggiungere la tanto agognata sicurezza.

 

Immagine: Lavoratrici intente nella produzione di accessori per apparecchiature elettroniche, come circuiti stampati, in un’officina di un’impresa high-tech, Jiujiang, Cina (26 maggio 2021). Crediti: humphery / Shutterstock

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