27 giugno 2018

Gli Stati Uniti si ritirano dal Consiglio dei diritti umani dell’ONU

La decisione di ritirarsi dal Consiglio dei diritti umani dell’ONU era stata annunciata da mesi e gli Stati Uniti erano da tempo critici verso l’operato di questo organismo, troppo tollerante, secondo il loro punto di vista, verso regimi dittatoriali e troppo critico nei confronti di Israele. L’annuncio ufficiale della decisione è stato dato da Nikki Haley, ambasciatrice degli Stati Uniti presso l’ONU, che, con lo stile diretto tipico dell’amministrazione Trump, ha definito l’organismo «la fogna della faziosità politica».

Forse non è un caso che lo strappo sia avvenuto in coincidenza con le critiche mosse a Washington, in merito alle separazioni dei bambini dai loro genitori, lungo il confine tra gli Stati Uniti e il Messico. Nel breve lasso di tempo che va dalla metà di aprile alla fine di maggio almeno 2000 bambini sono stati separati dai loro genitori, arrestati per immigrazione illegale, e trasferiti in centri gestiti dai servizi sociali, distribuiti in diverse aree degli Stati Uniti, con il risultato che il ricongiungimento del nucleo familiare, una volta revocate le misure verso i genitori, risulta complesso e non agevole. L’alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Zeid Ra’ad Al Hussein, ha chiesto agli Stati Uniti di interrompere le separazioni dei minori dai loro genitori, giudicandole abusi intollerabili che mirano a modificare il comportamento degli adulti, in una sorta di ricatto inammissibile.

Questi severi giudizi hanno toccato un nervo sensibile dell’amministrazione Trump, che ha fatto un parziale passo indietro, a fronte delle critiche maturate all’interno del suo stesso partito e in modo indiretto anche nella famiglia del presidente, con le azioni e le dichiarazioni della first lady. Però le motivazioni poste ufficialmente dagli Stati Uniti in questa dura polemica sui diritti umani sono altre e non riguardano le misure di contrasto all’immigrazione clandestina. Mike Pompeo ha dichiarato che la decisione degli Stati Uniti non deve essere valutata come un disimpegno sul fronte dei diritti umani ma piuttosto come un rafforzamento della loro azione: secondo Pompeo e Nikki Haley il Consiglio userebbe il suo potere di condanna ripetutamente e in modo prevenuto contro Israele e sarebbe molto più tollerante con le violazioni dei diritti umani nei regimi autoritari. Inoltre, sono rappresentati nel Consiglio Paesi come Venezuela, Cina, Cuba e Repubblica democratica del Congo, che violano sistematicamente, secondo gli Stati Uniti, i diritti dei propri cittadini.

Vi sono quindi sul tappeto questioni di principio che però non hanno impedito critiche alla decisione americana da parte di organizzazioni come Human Rights Watch o Amnesty International, il cui segretario generale Salil Shetty ha dichiarato «Sebbene non sia perfetto e i suoi Stati membri finiscano spesso per trovarsi sotto osservazione, il Consiglio ONU dei Diritti umani resta un organismo importante per accertare le responsabilità delle violazioni dei diritti umani e per la giustizia». Ma il ritiro degli Stati Uniti non ha colto di sorpresa gli osservatori più attenti: era nell’aria da tempo e rientra pienamente nella politica di Trump, ostile al multilateralismo e agli organismi sovranazionali, come dimostrano l’uscita dall’UNESCO e le frizioni all’interno del G7.

 

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