22 novembre 2017

Gli esiti della conferenza di Bonn sul cambiamento climatico

Oltre dieci giorni di dialogo e di confronti, alla presenza dei rappresentanti politici e diplomatici di oltre 190 Stati e con la partecipazione dell’articolata galassia delle forze vive che compongono la società civile. Alla fine, nella mattinata di sabato 18 ottobre, si è giunti alla predisposizione di un documento conclusivo, che rappresenta la base per tirare le somme sugli esiti del negoziato e la premessa per i futuri sviluppi attesi nei prossimi mesi.

In linea con le aspettative, la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP23) ha rappresentato sostanzialmente un passaggio interlocutorio, un momento di discussione innanzitutto tecnica in vista della COP24 di Katowice, durante la quale dovranno essere intraprese azioni più concrete per salvaguardare il pianeta. Da un punto di vista politico, non mancavano i motivi di interesse: come si è infatti visto in un precedente articolo pubblicato su questo magazine, la presidenza dei lavori affidata alle isole Figi aveva un significato profondo, perché l’arcipelago del Pacifico – assieme ai piccoli Stati insulari – avverte più di tante altre realtà l’urgenza di un intervento deciso in materia.

A sollecitare un’azione immediata non è stato soltanto Frank Bainimarama, primo ministro di Figi chiamato a presiedere la Conferenza, ma anche e soprattutto il dodicenne figiano Timoci Naulusala, che, parlando della distruzione del suo villaggio a causa del ciclone Winston nel 2016, si è fatto portavoce delle paure – ma anche delle speranze – di tutte quelle popolazioni che hanno già sperimentato gli effetti potenzialmente devastanti del cambiamento climatico. Ed è proprio su questo punto che Bainimarama ha voluto focalizzare l’attenzione nel suo discorso di chiusura dei lavori: il grande obiettivo della presidenza figiana era quello di ‘creare una connessione’ tra i processi negoziali – spesso freddi nella loro articolata complessità – e chi quotidianamente è costretto a fare i conti con le conseguenze del cambiamento climatico, perché solo così è possibile adottare un approccio al problema che ponga al di sopra di tutto gli interessi delle persone.

Al termine della Conferenza, il primo ministro figiano si è comunque detto soddisfatto di quanto concluso a Bonn, rivendicando l’importanza di risultati come il Gender action plan, che sottolinea il ruolo delle donne e promuove l’uguaglianza di genere nel contrasto ai cambiamenti del clima; le spinte sulla Local communities and indigenous people platform, con l’obiettivo di promuovere gli scambi di esperienze e delle migliori pratiche in materia di mitigazione e adattamento al clima a beneficio delle comunità locali e delle popolazioni indigene; fino al lancio della Ocean pathway partnership, che mira a evidenziare il forte legame esistente tra lo stato degli oceani e il fenomeno del climate change.

L’altro nodo politico di particolare importanza riguardava l’annuncio dell’uscita degli Stati Uniti dall’accordo di Parigi sul clima, nel quadro di una brusca virata della nuova amministrazione del presidente Donald Trump rispetto al percorso intrapreso da Barack Obama. Nonostante tali nuove prospettive – ha commentato per Carbon brief Jocelyn Timperley – la delegazione statunitense presente a Bonn non avrebbe operato in maniera radicalmente differente rispetto al passato. A tale rappresentanza poi va aggiunta anche quella delle città, dei singoli Stati USA e di diverse compagnie, che in Germania hanno nuovamente voluto sottolineare che ‘We are still in’, ossia «Siamo ancora dentro» agli impegni stabiliti a Parigi e intendiamo rispettarli.

Tra i passaggi più degni di nota della Conferenza, il lancio della Powering past coal alliance, un’alleanza cui hanno aderito oltre venti tra Paesi e unità subnazionali con l’intento di dire basta al carbone. Oltre alla presa di coscienza della necessità di agire in materia – ha osservato sempre Jocelyn Timperley – non si è però stabilito concretamente un piano d’azione con date certe.

Acceso sarebbe poi stato il dibattito in merito all’effettiva attuazione degli impegni sul clima pre-2020, quando cioè l’accordo di Parigi entrerà pienamente in vigore. Sul tema, si è infatti riproposta la tradizionale frattura che vede contrapposti i Paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo, con questi ultimi particolarmente tenaci nel ricordare alle realtà industrializzate le loro responsabilità storiche per quanto concerne il cambiamento climatico: alla fine, la questione è pienamente confluita nel testo adottato al termine della Conferenza, in particolar modo per quanto riguarda la necessità di una rapida ratifica dell’emendamento di Doha al protocollo di Kyoto, per un rinnovato impegno alla riduzione delle emissioni.

Ancora, per il gennaio del 2018 le parti hanno concordato l’avvio del Talanoa dialogue, con l’obiettivo di imprimere un’accelerazione verso il raggiungimento degli obiettivi fissati a Parigi. Alla base di tutto, tre domande: a che punto siamo? Dove vogliamo andare? Come intendiamo arrivarci? Di qui, attraverso un confronto costruttivo imperniato sullo spirito del Talanoa – un approccio tradizionale delle Isole del Pacifico per stimolare un dialogo inclusivo e trasparente –, sarà necessario partire per valutare i progressi finora compiuti e rivedere al rialzo i propri impegni; un’operazione senza la quale raggiungere i target di lungo periodo stabiliti in Francia sarà impossibile.  

In vista di Katowice, dunque, alcuni passi in avanti – forse ancora piccoli – si sono registrati. L’Europa intanto conferma di voler essere in prima linea nella lotta al cambiamento climatico: il presidente francese Emmanuel Macron ha infatti assicurato che la Francia e l’UE non faranno mancare il loro sostegno economico al Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico, garantendo risorse aggiuntive per coprire il buco derivante dalla decisione di Washington di azzerare di fatto il suo contributo.


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