29 settembre 2020

Gli esuli di Hong Kong contesi tra Cina e Commonwealth

 

Il 15 settembre le autorità cinesi hanno confermato l’intenzione di perseguire penalmente dodici cittadini di Hong Kong, arrestati su un gommone diretto verso Taiwan: il primo segnale del pugno di ferro con il quale il governo di Pechino intende dissuadere i partecipanti alle proteste democratiche che, dopo l’introduzione della nuova legge sulla sicurezza nazionale che riduce fortemente l’autonomia dell’ex colonia britannica, sarebbero intenzionati a scappare all’estero. Negli stessi giorni, però, altre due barche sono riuscite a superare il blocco e a raggiungere Taiwan, mentre molti stanno cercando di lasciare il Paese per via aerea e c’è chi addirittura progetta di fondare una “nuova Hong Kong” da mezzo milione di abitanti nel cuore dell’Irlanda. Chi sono i membri di questa diaspora e perché Paesi come l’Australia e il Regno Unito stanno passando leggi speciali per agevolarne l’immigrazione, sfidando l’ira cinese?

Per capire chi siano, si può partire dal fatto che, oltre all’accusa di aver tentato di lasciare illegalmente il Paese, i dodici saranno processati anche per il coinvolgimento nelle proteste degli scorsi mesi. Secondo il ministro degli Esteri americano, questo ne fa degli «attivisti democratici» in pericolo. Nel gergo cinese sono indicati, invece, come “elementi che vogliono separare Hong Kong dalla Cina”. La maggior parte di coloro che stanno pensando di fuggire dalla piccola città-Stato asiatica è composta da chi teme ripercussioni dirette per aver partecipato agli scontri, iniziati nell’estate del 2019 e proseguiti per oltre un anno, per tentare di frenare l’adeguamento del sistema politico di Hong Kong a quello cinese.

Nelle ultime settimane le proteste sono diventate assai più sporadiche, anche perché la nuova legge voluta da Pechino rende molto più rischioso parteciparvi. Un video virale dello scorso 6 settembre, che mostra il violento arresto di una bambina di 12 anni, fermata insieme ad altri 300 manifestanti, non invoglierà certo nuovi partecipanti ad unirsi agli ultimi irriducibili. Per la maggior parte dei suoi protagonisti, la battaglia è ormai finita: la caduta di Hong Kong, definitiva. In gran numero, si stanno guardando attorno, alla ricerca di una nuova casa nella quale vivere in democrazia. Come quella nella quale sono cresciuti. E nella quale hanno fatto affari: gli altri potenziali esuli sono infatti quegli imprenditori che temono che il nuovo ordine nazionale metta a rischio il regime di eccezionalità di Hong Kong, che è il segreto del suo successo economico.

Non è la prima volta che la città assiste a una fuga di massa: si stima che almeno 300.000 abitanti scapparono negli anni successivi al massacro di piazza Tienanmen, temendo che l’imminente passaggio di sovranità dal Regno Unito alla Cina avrebbe portato con sé la stessa soppressione delle libertà civili. Una previsione effettivamente avveratasi, anche se con oltre venti anni di ritardo. Molto più spesso, Hong Kong è stata approdo per chi cercava la libertà, in fuga dalla Cina continentale. E non sono pochi, tra coloro che sono arrivati nel corso dei decenni passati, quelli che stanno ora cercando di ripartire. Quanti siano, nessuno lo sa. Nel bilancio demografico del 2019 risultano espatriate circa 30.000 persone. Ma è difficile stabilire con certezza se i numeri siano realistici. E ancora più complessa è la situazione per il 2020. Sicuramente il degenerare della situazione avrà convinto un numero assai maggiore a compiere questo passo, ma gran parte saranno stati bloccati dalla chiusura delle frontiere a causa della pandemia.

Nel frattempo, il governo locale fedele a Pechino ha avuto il tempo di organizzarsi, inasprendo i controlli alle frontiere e ostacolando, anche dal punto di vista legale, chi se ne vuole andare. Il timore di molti è che anche quando le limitazioni anti-Covid saranno rimosse, sarà troppo tardi per lasciare il Paese. Anche per questa ragione, nei mesi scorsi molti governi esteri hanno annunciato iniziative per agevolare l’arrivo di chi vorrebbe lasciare Hong Kong. In particolare quelli dei Paesi appartenenti al Commonwealth, che hanno legami storici con l’ex colonia britannica, nonché migliaia di cittadini in possesso di doppio passaporto. Oltre 350.000 abitanti di Hong Kong hanno già cittadinanza britannica e il ministero degli esteri britannico stima che quasi altri 3 milioni avrebbero il diritto di farne richiesta. Duecentomila hanno doppia cittadinanza canadese, mentre sono 86.000 i cittadini australiani ad essere nati a Hong Kong. Nella maggioranza dei casi, si tratta anche di individui con titoli di studio elevati e capitali a disposizione. Risulta facile immaginare perché le autorità locali intendano ostacolare questo trasferimento verso occidente di cervelli e aziende all’avanguardia. Ma anche perché questo caso sia percepito in modo assai diverso rispetto a quello degli altri migranti e rifugiati dal Sud del mondo, da parte di Londra e di tutti gli altri, che nei mesi scorsi hanno approvato norme per agevolarne l’arrivo.

L’Australia non solo ha aperto le porte a chi ha la doppia cittadinanza, ma ha esteso la durata dei visti, prevedendone una tipologia speciale che costituisca una via preferenziale per ottenere permessi di residenza permanente. Al contempo, ha sospeso gli accordi di estradizione con la Cina. A Sidney sono nate anche agenzie che si occupano di seguire le pratiche di trasferimento: stando alle loro testimonianze, chi li contatta sono giovani famiglie, insegnanti o professionisti tra i 25 e i 44 anni, in gran parte attivi in campo informatico o dell’ingegneria.

Il ministero degli Esteri britannico prevede che oltre 200.000 hongkonghesi con passaporto britannico sceglieranno di trasferirsi a Londra. Ma il premier Johnson, che vede in questo afflusso un potenziale antidoto alle difficoltà economiche post-Brexit, ha rilanciato ulteriormente: offrendo a tutti gli abitanti di Hong Kong un programma che in cinque anni consentirebbe loro di ottenere la cittadinanza. Con la rotta di Taiwan quasi compromessa dall’incremento della sorveglianza alle frontiere, non stupisce che la fuga verso uno di questi Paesi sia al momento l’opzione più ricercata dalla maggior parte degli hongkonghesi.

Tutte queste mosse, tuttavia, hanno comprensibilmente preoccupato Pechino, che ha reagito intimando di interrompere le ingerenze negli «affari interni» cinesi e minacciando ripercussioni. L’ambasciatore cinese nel Regno Unito si è spinto a ipotizzare che la Cina possa non riconoscere più il passaporto britannico come valido documento di viaggio: mossa che di fatto bloccherebbe a Hong Kong centinaia di migliaia di persone e contro la quale lo stesso ministro degli Esteri britannico, Dominic Raab, ha ammesso di avere molto poco margine di azione. Ma altri non si danno per vinti e continuano a sognare. E tra questi c’è chi sogna in grande. Come l’investitore Ivan Ko, che già a fine 2019 aveva presentato il proprio piano per costruire una nuova città nel cuore dell’Irlanda, nella quale dare rifugio a 500.000 hongkonghesi. La città, chiamata Nextpolis, avrebbe dovuto sorgere su una superficie di oltre 500 km2, fornendo la possibilità agli abitanti di continuare a vivere come se fossero ancora nella propria madrepatria, con tanto di scuole pubbliche in cantonese. Una proposta ascoltata con attenzione dalle autorità irlandesi, ma apparsa ai più come fantasiosa e irrealizzabile. A sorpresa, dopo alcuni mesi nei quali sembrava che il progetto si fosse arenato, Ko ha annunciato la propria imminente visita nella contea di Louth, in una zona a nord-est della Repubblica d’Irlanda e a ridosso del confine nordirlandese, così da dare la possibilità ai molti hongkonghesi con passaporto britannico di scegliere in quale lato del confine vivere, dopo la Brexit. Il piano nel frattempo è stato ampiamente ridimensionato: si parla ora di un’area di 50 km2, che potrebbe ospitare tra i 30.000 e i 50.000 abitanti. Il che ne farebbe comunque la quinta città più grande sull’isola.

Lo scetticismo al riguardo continua a farla da padrone. Ma dopotutto anche la Hong Kong che conosciamo è stata un capriccio della storia: una realtà che in condizioni normali non sarebbe mai riuscita a prosperare o anche soltanto ad esistere. Ora che la sua era sembra giunta al termine, chissà che dalle sue ceneri non possano fiorire altri luoghi altrettanto improbabili e straordinari?

 

Immagine: Una persona mostra un cartello con l’hashtag # Save12HKyouth, per esprimere sostegno ai dodici cittadini di Hong Kong che sono stati arrestati dalla Guardia costiera cinese, Mong Kok, Hong Kong (6 settembre 2020). Crediti: Neo Siu / Shutterstock.com   

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