11 settembre 2020

Gli evangelici e Trump

Ha fatto scalpore, e non poteva essere altrimenti, lo scandalo che ha coinvolto Jerry Falwell Jr. e la moglie Becki, e che ha provocato le dimissioni del primo dalla guida della Liberty University, l’importante (e ricchissima) università evangelica di Lynchburg in Virginia. Da tempo si susseguivano articoli e polemiche sulla spregiudicata gestione dell’ateneo da parte di Fallwell e sullo stile di vita della coppia, alquanto libertino e assai poco consono ai precetti evangelici che la Liberty University impone invece ai suoi studenti e docenti (“le relazioni sessuali al di fuori di un matrimonio sanzionato dalla bibbia (biblically ordained) tra un uomo nato naturalmente e una donna nata naturalmente (between a natural-born man and a natural-born woman) non sono consentiti a Liberty University”, legge il codice di condotta della scuola).

Fallwell è figlio di uno dei più importanti e potenti leader evangelici dell’America contemporanea, quel Jerry Falwell Sr. che oltre a fondare la Liberty University diede vita, nel 1979, alla famosa Moral Majority che tanta parte ebbe nella svolta conservatrice post-anni Settanta. Falwell è insomma un nome pesante e influente nella galassia evangelica bianca. Jerry Jr. fu forse la prima importante figura pubblica dell’evangelicalismo a sostenere Donald Trump nel 2016, quando ancora gran parte della destra cristiana guardava con sospetto al miliardario newyorchese e appoggiava, tra i candidati alle primarie repubblicane, soprattutto il senatore del Texas Ted Cruz. Evangelici bianchi che poi avrebbero preferito Trump a Clinton con una maggioranza schiacciante (circa 80 a 15 secondo vari studi del voto). Un sostegno, questo, che non è venuto meno durante il primo mandato trumpiano, a dispetto di prese di posizione critiche nei confronti del presidente da parte di alcuni leader evangelici e della stessa principale rivista dell’evangelicalismo americano, Christianity Today.

Ma chi sono questi evangelici? Cosa ne connota un impegno e attivismo politico che si è fatto molto più intenso negli ultimi decenni? E come si spiega questo sostegno a Trump, che pare solo essersi consolidato nel tempo (secondo recenti sondaggi, il tasso di approvazione del suo operato è, tra gli evangelici bianchi, più o meno il doppio rispetto alla media nazionale)?

Quello evangelico è in realtà un mondo più articolato, composito e, anche, sfuggente di quanto non sembrerebbero indicare questi dati. Nella definizione che si cerca di darne nel contesto statunitense convergono una serie di distinti elementi teologici, organizzativi e sociali. L’universo dell’evangelicalismo americano è formato da migliaia di chiese a gerarchia debole o assente, nelle quali spesso l’aspetto confessionale (denominational) non esiste o è contestato (il confessionalismo e le divisioni che ne conseguono sono presentate come un attentato all’unità del corpo di Cristo e quindi del mondo cristiano). Chiese affiliate tra di loro però nella potente National Association of Evangelicals (NAE), creata nel 1942 come alternativa all’organizzazione del Protestantesimo liberal, il Federal Council of Churches (poi divenuto, nel 1950, National Council of Churches, NCC).

In estrema sintesi, da un punto di vista teologico gli elementi fondamentali che definiscono una sorta di comune denominatore evangelico almeno rispetto alla politica sono tre. Il primo è la centralità dell’esperienza religiosa e individuale, che si traduce in una conversione concepita come “rinascita” e che rimanda a un cristianesimo delle origini, primitivo e spontaneo. Il secondo è la centralità indiscussa delle Scritture, fondata su una lettura testuale, e di nuovo non mediata, che rivendica l’inerranza ultima della Bibbia. Terzo e ultimo: la chiamata all’attivismo, anche politico e sociale, al missionariato e se necessario al sacrificio.

Da queste premesse è in teoria semplice individuare le matrici e gli assunti dell’attivismo politico evangelico e delle scelte elettorali che ne conseguono. In teoria, che le declinazioni possono essere plurime, la traiettoria storica dell’evangelicalismo statunitense è stata più complessa e plurale di quanto non si creda, e anche dentro quel 15% di elettori di Hillary Clinton nel 2016 vi sono centinaia di migliaia di fedeli di Chiese evangeliche progressiste che in determinati contesti regionali o statali possono essere assai influenti. In epoca moderna, il primo presidente degli evangelici non fu peraltro un repubblicano, ma un democratico (e, appunto, un “cristiano rinato”, born again) come il battista Jimmy Carter.

Dagli anni Settanta in poi, però, il crescente attivismo politico del mondo evangelico e l’influenza sia di singole Chiese e organizzazioni che della NAE si sono tradotti primariamente nell’appoggio a un Partito repubblicano sempre più condizionato, nelle sue politiche e nella sua stessa natura, dall’influenza della destra cristiana. Nel catalizzare questo attivismo e nell’orientare le richieste politiche degli evangelici si sono intrecciati diversi elementi, legati alla loro identità religiosa ovvero prodotti dallo specificio contesto storico, statunitense e globale. Individualismo, ostilità a strutture gerarchiche centralizzate (come il potere federale), impegno missionario, interno e internazionale: questi e altri elementi hanno informato la visione politica evangelica e le richieste che essa ha posto in forma sempre più aggressiva ai decisori politici. Le “guerre culturali” che hanno segnato la storia contemporanea degli USA, e la polarizzazione che hanno contribuito ad alimentare, hanno offerto un ambiente ideale all’attivismo politico di organizzazioni religiose spesso inclini ad abbracciare visioni del mondo binarie e radicali, e a contestare il relativismo culturale dei liberal. Gli evangelici si sono quindi mobilitati contro quella che ritenevano essere l’eccessiva invasività di un potere federale e statale che pretendeva di regolamentare l’operato delle numerose scuole evangeliche, vincolando ad esempio la concessione di determinati privilegi fiscali degli istituti scolastici a un loro concreto impegno sulla desegregazione e l’integrazione razziale (leggendaria fu la battaglia condotta da un’altra celebre università evangelica, la Bob Jones University in South Carolina, che solo nel 2000 avrebbe abrogato il suo divieto di dating interraziale). Su questo il mondo dell’evangelicalismo statunitense ha condotto una campagna antifederale che riprendeva alcuni elementi e giustificazioni storici del Sud bianco e li adattava al mutato contesto. Un contesto dove a partire dagli anni Settanta si faceva peraltro sempre più centrale il tema dell’aborto, legalizzato con la sentenza della Corte suprema Rode v. Wade del 1973. L’aborto, la libertà scolastica, l’ostilità al relativismo liberal diventavano quindi i terreni di battaglia sui quali si è andata formando e strutturando una destra cristiana (ed evangelica) che nelle sue diverse articolazioni, e nello straordinario successo imprenditoriale di alcune sue Chiese e organizzazioni, ha costruito un’imponente macchina da guerra politica ed elettorale, capace di finanziare campagne, promuovere candidati, proporre politiche e iniziative legislative. Un attivismo, questo, non limitato al solo contesto interno. L’attenzione per le questioni internazionali ha connotato l’esperienza degli evangelici statunitensi almeno dalla Seconda guerra mondiale in poi, come evidenziato dall’esplosione di un’attività missionaria che almeno fino a quel momento era stata prerogativa soprattutto delle Chiese protestanti liberal e del FCC/NCC. Anche in questo caso fondamenti teologici e azione politica si sono intrecciati strettamente. Il millennialismo evangelico, nelle sue diverse declinazioni, ha condizionato (e condiziona) la visione delle questioni mondiali e sprona all’attivismo; la libertà religiosa è divenuta un principio – e in ultimo “diritto umano” – da promuoversi con una politica estera attiva e se necessario muscolare; su temi fondamentali, dall’aborto al sostegno a un Grande Israele che realizza profezie millennialistiche tanto care a una parte dell’evangelicalismo americano, si è accettato di costruire grandi alleanze interreligiose con settori conservatori del mondo cattolico o di quello ebraico.

Ed ecco quindi il sostegno e finanche l’entusiasmo per Trump. Le cui nomine giudiziarie soddisfano pienamente gli evangelici bianchi. Il cui appoggio a Netanyahu è in sintonia con le loro posizioni filoisraeliane (e pro Likud). La cui azione di smantellamento dell’apparato regolamentatore risponde alla filosofia antifederale di molte Chiese e organizzazioni evangeliche, che sperano di poterne essere tra le prime beneficiarie. In un contesto nel quale l’incessante processo di peccato, espiazione e rinascita (che nella dottrina evangelica segna e scandisce l’esperienza individuale) offre in fondo il modo per giustificare gli eccessi e le volgarità di Trump o gli scandali dei coniugi Falwell.

 

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Immagine: Predicazione a Times Square, New York City, New York, Stati Uniti (2 luglio 2018). Crediti: Erin Alexis Randolph / Shutterstock.com

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