16 aprile 2020

Gli obiettivi di sviluppo sostenibile in tempi di pandemia

 

«Siamo determinati a porre fine alla povertà e alla fame nel mondo entro il 2030, a combattere le disuguaglianze nei e tra i paesi, a costruire società pacifiche, giuste e inclusive, a proteggere i diritti umani e promuovere l’uguaglianza tra i sessi e l’emancipazione di donne e ragazze, e per garantire una protezione durevole del pianeta e delle sue risorse naturali»

                                                                                                                               Nazioni Unite, settembre 2015

 

 

Un mondo felice. Questo è quanto annunciato nella dichiarazione firmata da 193 capi di Stato e di governo a New York, presso la sede delle Nazioni Unite, il 25 settembre 2015. Mancano ora solo 10 anni prima che il mondo sia diverso, nuovo, senza povertà, senza fame, con, tra gli altri obiettivi, uguaglianza di genere, lavoro dignitoso, educazione di qualità. Naturalmente, sempre nella consapevolezza che i 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile, gli OSS, a cui si sono impegnati i rappresentanti di tutti gli Stati, siano raggiunti. Se, visto che i governi, con solo limitate eccezioni, hanno fatto ben poco in materia, era già difficile immaginare che questi obiettivi sarebbero stati raggiunti, lo scoppio dell’epidemia di Coronavirus e l’accelerato cambiamento climatico hanno complicato ulteriormente le cose.

 

L’OSS 1, considerato il più importante, chiede l’eliminazione della povertà nel mondo. Secondo un rapporto delle Nazioni Unite del 2019, 1,3 miliardi di persone al mondo soffrono di povertà multidimensionale, che equivale a non avere accesso all’istruzione, alla salute o all’assistenza sanitaria e a risorse che garantiscano una adeguata qualità della vita: acqua potabile, cibo sufficiente, elettricità e simili. In generale, queste persone sopravvivono con 1,9 dollari al giorno. Per quanto riguarda l’OSS 2, ossia porre fine alla fame nel mondo, il traguardo è sempre più distante. Prima dell’inizio della pandemia, ad esempio, la fame nel mondo era cresciuta e non diminuita, come indicato dalla FAO nel suo rapporto di luglio 2019 dal titolo Lo stato della sicurezza alimentare e della nutrizione nel mondo: se nel 2017 c’erano 811 milioni di persone che soffrivano la fame, nel 2018 quel numero era cresciuto a 820 milioni. È difficile, del resto, ridurre la povertà e la fame se non si realizza l’OSS 10, che richiede di “ridurre la disuguaglianza nei e tra i paesi”: è la dimostrazione dei tanti legami esistenti tra i 17 obiettivi individuati.

 

Possiamo chiederci allora quali saranno gli effetti dell’attuale pandemia di Covid-19 in relazione alla povertà e alla fame nel mondo. Il tasso di disoccupazione ha già iniziato a crescere a seguito della diminuzione delle attività produttive, il che in America Latina, ad esempio, porterà alla fine di quest’anno da 185 a 220 milioni il numero poveri. In relazione alla fame, poi, è molto probabile che questa aumenti di nuovo in Asia, Africa e America Latina. Ai problemi endemici derivanti da conflitti, guerre civili, cambiamenti climatici e carenze idriche dobbiamo aggiungere la pandemia, che porterà all’interruzione delle reti alimentari nel mondo e, in molti casi, alla riduzione dei programmi di aiuto. Le catene di produzione, trasporto e distribuzione si sono interrotte a seguito di contagio, restrizioni di movimento e isolamento obbligatorio.

Pertanto, lo scenario internazionale e il lavoro delle agenzie delle Nazioni Unite saranno complicati dai suddetti fattori, ai quali si deve aggiungere il generale indebolimento del sistema multilaterale. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che ha già fatto uscire gli Stati Uniti dall’UNESCO, dal Consiglio per i diritti umani, dall’Accordo di Parigi sul cambiamento climatico, dal TPP (Trans-Pacific Partnership) o Accordo Trans-Pacifico per la cooperazione economica e dall’INF (Intermediate-range Nuclear Forces) o Trattato sulle forze nucleari di medio raggio, ha appena annunciato che congelerà i fondi destinati all’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Molte volte si cerca di scaricare sulle organizzazioni internazionali la colpa del mancato rispetto degli accordi, ma la verità è che non possono fare più di ciò che i loro finanziatori, cioè i governi, decidono.

Lo scrittore israeliano Yuval Harari si chiede in una recente intervista per la BBC, che tipo di società emergerà da questa pandemia? I Paesi saranno più uniti o più isolati? Gli strumenti di sorveglianza saranno utilizzati per proteggere i cittadini o per opprimerli? Sottolinea che dipenderà dall’atteggiamento che gli Stati assumeranno dopo la pandemia: isolamento nazionalista o cooperazione e solidarietà internazionale. In un mondo come quello di oggi, privo di leader di statura morale e politica, i cambiamenti climatici e il Coronavirus ci permettono di notare, purtroppo, che non esiste una governance globale, che il sistema multilaterale viene abbandonato a se stesso, che ha sempre meno risorse, il che significa che le Nazioni Unite e le sue agenzie sono fortemente indebolite.

Si dice già che alla fine della pandemia dovrà emergere un nuovo ordine delle priorità e del sistema internazionale. Gli auspici non mancano. Come sempre, dipenderà dalla volontà politica degli Stati e in particolare dei “big 5”, ovvero dei cinque Paesi con seggi permanenti nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e che controllano l’ordine mondiale.

 

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