20 settembre 2021

Guerra, cultura e democrazia

Si può imporre la democrazia a un Paese attraverso la guerra e l’occupazione, astraendosi dalla sua realtà storico-culturale? La risposta a questa domanda non è inequivocabile. In Germania, Giappone e Corea del Sud è successo, essendo questi Paesi che godono di legittimità democratica. Lo stesso non è avvenuto nel caso di Iraq, Libia, Siria, Yemen o Afghanistan. Nel primo, nel 2003, è stata scatenata una guerra guidata dagli Stati Uniti, insieme a una insolita coalizione formata da Regno Unito, Australia e Polonia, su basi false: l’esistenza di armi di distruzione di massa che non sono mai state trovate. Il Paese è stato invaso, il dittatore Saddam Hussein rovesciato e giustiziato, ma né la democrazia né lo sviluppo economico sono arrivati in un contesto di fratture religiose e culturali tra sciiti, sunniti e Curdi. Qualcosa di simile è avvenuto dopo, con la cosiddetta “Primavera araba”, lanciata in Tunisia nel 2011, che ha avuto un “effetto farfalla sociale”, rovesciando governi, minacciando le autocrazie e colpendo i regimi autoritari della regione.

In Libia, nel 2011, la NATO, guidata dalla Francia, ha diretto attacchi e bombardamenti contro il regime di Muammar Gheddafi, che è stato assassinato, scatenando una guerra civile e un’instabilità che dura tuttora. Nel caso siriano, la guerra civile iniziata quello stesso anno rispondeva a uno schema identico, guidato, nella sua visione geopolitica, da Washington, allo scopo di difendere i suoi interessi, rovesciare i dittatori che non le sono favorevoli, imporre la democrazia, ma senza toccare i governi semi-feudali come l’Arabia Saudita. La differenza nel caso siriano è che il regime di Bashar al-Assad è rimasto in piedi grazie al sostegno di Russia, Cina e Iran. Il coinvolgimento di grandi e medie potenze regionali, insieme alla precaria stabilità della zona, ha prolungato la guerra e la distruzione con più di 100.000 vittime, città rase al suolo e centinaia di migliaia di rifugiati. Lo Yemen a maggioranza sciita, uno dei Paesi più poveri, che aveva raggiunto l’unificazione nel 1990, è sprofondato nella guerra civile nel 2014. L’Arabia Saudita e altri Paesi arabi, sostenuti da Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia, hanno iniziato a bombardare la capitale controllata dagli sciiti Houthi, provocando, secondo le Nazioni Unite, una delle peggiori tragedie e violazioni del diritto umanitario internazionale. Negli ultimi anni i gruppi islamisti hanno guadagnato posizioni, approfondendo il conflitto, accentuando la tragedia e favorendo l’intervento di due potenze regionali antagoniste: Iran e Arabia Saudita.

 

L’Afghanistan, con quasi 40 milioni di abitanti e una superficie simile a quella della Francia, è composto da diversi gruppi etnici: Pashtun, Tagiki, Uzbeki, Turkmeni, Baluci, Baoui, Nuristani, Hazara e altri minori. Anche se sono tutti uniti dalla fede musulmana nelle sue diverse varianti, la maggioranza è costituita dai Pashtun (sunniti), come i Talebani, mentre i loro nemici sono gli Hazara (sciiti). Nel 1973 fu proclamata la repubblica e cinque anni dopo il governo fu rovesciato da uno vicino a Mosca, e l’allora potente Unione Sovietica si sentì chiamata a proteggerla. Questo fu l’inizio dell’intervento militare e dell’occupazione, nel 1979, in cui Mosca fu umiliata e sconfitta. Si ritirò dal suolo afghano nel 1988 con un bilancio di circa 25.000 soldati morti, insieme a migliaia di feriti e mutilati. Nel XIX secolo, i colonialisti britannici invasero il Paese due volte, sconfitti la prima volta e trionfanti la seconda, ma in entrambe le occasioni dovettero lasciare il territorio afghano. Nel quadro della guerra fredda, nel secolo scorso, e di fronte alla paura degli Stati Uniti che i sovietici potessero espandersi in Asia Centrale ‒ come disse Henry Kissinger ‒, Washington incoraggiò e sostenne materialmente fin dall’inizio la resistenza, ossia quelli che sarebbero poi diventati i suoi nemici: i guerriglieri islamisti nelle loro diverse fazioni, che, compresa al-Qaida, erano in gran parte addestrati e armati dalla CIA.

 

Quest’anno ha visto il ritiro dall’Afghanistan delle forze di occupazione degli Stati Uniti e della NATO, dopo 20 anni che sono costati ai primi circa 2.500 morti e alla seconda più di 1.000. Il mondo ha assistito al dramma raccontato dalle immagini che abbiamo visto in televisione provenienti dall’aeroporto di Kabul e all’impotenza di milioni di persone, soprattutto donne, che per due decenni hanno goduto di uno spazio di maggiore libertà personale.

Il fallimento militare va di pari passo con la sconfitta politica di Washington agli occhi dei suoi alleati e dei Paesi che contano sulla sicurezza che può fornire. Per i “liberatori” o “portatori di democrazia”, ogni situazione è ovviamente diversa, e diverse sono le risposte, a seconda del continente, del Paese e della specificità culturale.

Il XX secolo e quello attuale ci mostrano realtà antagoniste. Possiamo iniziare con le cosiddette “democrazie popolari” che fiorirono dopo la Rivoluzione russa e la loro espansione dopo la Seconda guerra mondiale (WWII) nel 1945, quando furono imposte alla maggior parte dei Paesi dell’Europa orientale dalla travolgente avanzata dell’Armata Rossa sovietica nel suo cammino per liberare Berlino e liquidare il regime nazista di Hitler e dei suoi alleati. L’eccezione fu data dall’ex Iugoslavia, che riuscì praticamente da sola a liberarsi delle forze fasciste tedesche, italiane e interne e a imporre la propria idea di democrazia e socialismo. Niente di tutto ciò rimane oggi, dopo il crollo dell’Unione Sovietica e del regime di Tito. Il 1990 ha visto l’unificazione tedesca, seguita dalla democratizzazione dei Paesi del Patto di Varsavia, dalla guerra e disintegrazione della Iugoslavia in sei Paesi indipendenti.

La fine della guerra civile cinese e il trionfo di Mao Zedong nel 1949 furono di segno diverso, così come la fine della guerra di Corea, la vittoria di Kim Il-sung nel 1953 e la divisione del Paese in due. A Pechino e Pyongyang, le dittature guidate dal Partito comunista si sono consolidate con una visione particolare del concetto di democrazia, mentre Seoul, dopo un feroce dominio militare e una lunga presenza di truppe americane, si è evoluta in un sistema politico democratico.

 

In quelli che una volta erano la Germania Ovest, l’Impero giapponese e l’odierna Corea del Sud, la democrazia è stata imposta anche con la forza delle armi e l’occupazione del territorio dalle forze vincitrici della Seconda guerra mondiale, consolidandosi come un modo di vivere, nonostante le grandi differenze culturali e, nel caso degli ultimi due Paesi, non avendo mai conosciuto un tale sistema politico. La Germania passò dall’essere un impero vittorioso dopo l’unificazione nel 1871 a una monarchia espansionista e militarista fino alla sua sconfitta nella Prima guerra mondiale nel 1918, che inaugurò la Repubblica di Weimar. Lì ebbe luogo un’assemblea costituente, mentre a Berlino infuriava una vera e propria guerra civile tra l’estrema sinistra e l’estrema destra. A Weimar nacque una Costituzione rivoluzionaria, senza precedenti per l’epoca, che prevedeva tra l’altro il suffragio universale maschile e femminile, la libertà di religione e di stampa. Tutto ciò durò solo 14 anni, fino al 1933, quando la democrazia crollò e Hitler impose la dittatura nazista. Arrivò poi la liberazione dal nazismo nel 1945, l’occupazione e la divisione della Germania in due Paesi con sistemi politici opposti dove la democrazia occidentale arrivò infine con la caduta del muro e la successiva unificazione.

In Giappone, Paese dalla cultura millenaria, si sviluppò anche un impero a partire dalla seconda metà del XIX secolo, noto come periodo Meiji, basato sul culto dell’imperatore e sulla religione scintoista, nonché sulla perdita del potere feudale dei samurai come unica forza militare. Il rapido sviluppo dell’industria bellica e della sua economia richiedeva materie prime, che spinsero l’impero all’espansionismo e a occupare la penisola coreana, le province cinesi di Taiwan, la Manciuria e altri territori, fino al crollo e alla resa di Tokyo in seguito alle due bombe atomiche sganciate dagli Stati Uniti. Arrivò poi l’occupazione del Paese, la perdita delle colonie e una nuova Costituzione ‒ redatta dagli americani ‒ che impose un sistema politico democratico il quale, sebbene mai sperimentato prima nel Paese, si consolidò fino a fare del Paese una potenza economica mondiale. Parte del successo fu la decisione politica di non processare l’imperatore – venerato nel Paese – e i maggiori responsabili della guerra. Nel caso della Corea, Paese dalla cultura confuciana millenaria, si è seguita la strada dell’occidentalizzazione alla fine del XIX secolo e istituito un impero che sarebbe durato meno di un decennio. Finì nel 1905 con la firma del Trattato di Portsmouth, che suggellò la pace dopo la guerra russo-giapponese e consegnò la Corea ai giapponesi, che finirono per occuparla nel 1910. La presenza giapponese terminò con la resa di Tokyo nel 1945. A ciò seguì la guerra di Corea (1950-53), che divise la penisola al 38° parallelo in due Paesi tutt’ora divisi. Mentre il Nord è sostenuto dalla Cina e mantiene un sistema a partito unico, con la prima dinastia comunista ereditaria e una cosiddetta “democrazia del popolo” che limita tutte le libertà individuali, il Sud, sotto l’ombrello degli Stati Uniti e dopo successive dittature, è oggi una democrazia e una potenza economica.

 

L’ex segretario di Stato americano Condoleezza Rice ha sottolineato che in Paesi come la Germania, il Giappone e la Corea del Sud, governati da tirannie e poi liberati dalle truppe alleate, sono stati instaurati regimi basati sulla democrazia rappresentativa e sulla libertà. Ha aggiunto che questo è successo nonostante il fatto che questi ultimi due non avevano mai conosciuto la democrazia, ma oggi, dopo un lungo cammino, hanno consolidato un sistema democratico di successo. Questa era la concezione prevalente sotto la presidenza di George Bush Jr. ‒ dopo l’11 settembre ‒ per lanciare la guerra punitiva in Iraq e Afghanistan, ossia che il rovesciamento delle dittature e la presenza militare statunitense avrebbero portato al consolidamento del sistema democratico e allo sviluppo economico. Questo non è successo e l’Afghanistan, dopo 20 anni di occupazione, è la prova che l’uso del cosiddetto “hard power” non è sufficiente in società così culturalmente diverse. Aver ignorato le radici storiche, etniche, religiose e culturali, o le stesse complessità dell’islam e delle sue varianti, mettendo al primo posto gli interessi politici immediati, è stato l’errore degli Stati Uniti e delle potenze occidentali, così come dei sovietici in passato, dall’Iraq all’Afghanistan.

 

La trasformazione degli Stati Uniti nella prima potenza mondiale dopo la guerra non è stata accompagnata nei decenni successivi dalla saggezza e dalla prudenza dei suoi politici, che hanno per questo subito cocenti sconfitte militari, come nel Sud-Est asiatico. I rovesciamenti di governi democratici da parte della CIA in Iran, Cile e altri Paesi hanno generato dittature che hanno solo danneggiato l’immagine degli Stati Uniti nel mondo. Così come i fallimenti dell’intelligence e le violazioni della sua sicurezza nazionale con gli attacchi terroristici di al-Qaida ai simboli del potere economico, militare e politico di New York e Washington, che hanno richiesto una lunga pianificazione.  La risposta è stata di nuovo l’uso della forza senza sapere chi attaccare, per poi finire con l’iniziare una guerra e occupare l’Iraq e l’Afghanistan, convinti che questo avrebbe portato pace e stabilità. Come in Vietnam, Laos e Cambogia, sono stati spesi miliardi di dollari per lasciare tonnellate di armi abbandonate e centinaia di migliaia di vittime, dimostrando che è sbagliato il presupposto che l’occupazione militare possa portare la democrazia come era successo altrove. Le complessità culturali sono state una grande barriera. Guerriglieri scarsamente equipaggiati ‒ rispetto ai soldati USA e NATO ‒ si sono rivelati impossibili da sconfiggere, come nel caso dei francesi e degli americani in Vietnam.

 

Immagine: Un ragazzo afghano e soldati polacchi e statunitensi della task force White Eagle che pattugliano il suo villaggio, Ghazni, Afghanistan (Novembre 2010). Crediti: Ryanzo W. Perez / Shutterstock.com

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