8 giugno 2021

Guerra di spie tra europei

C’è del marcio in Danimarca. Battuta facilissima ma fin troppo calzante: qualche giorno fa DR, la RAI danese, ha pubblicato una gigantesca inchiesta che dimostra ‒ carte alla mano ‒ come il servizio segreto militare (Forsvarets Efterretningstjeneste, FE) del piccolo regno almeno fino al 2015 abbia collaborato con la NSA (National Security Agency) americana per spiare alcuni leader europei, in particolare in Germania, Francia, Norvegia e Svezia.

Che nel Maryland siano abbastanza appassionati alle vicende europee non è una novità: già Edward Snowden aveva raccontato nel 2013 delle pratiche di intercettazione clandestina portate avanti, anche verso Paesi alleati, dalla intelligence community americana. Tuttavia, almeno fino ad oggi, nessuno aveva mai sospettato che le spie americane si fossero giovate della collaborazione di colleghi europei, quantomeno non sul continente e in maniera organica.

Si tratta di un fatto politico che mette in seria difficoltà la Danimarca ‒ Emmanuel Macron e Angela Merkel hanno chiesto chiarimenti immediati sia a Copenaghen che a Washington ‒, ma che, al tempo stesso, accende un faro sulla fragilità del controspionaggio europeo e sul suo poco coordinamento, sia formale che informale.

 

La cooperazione internazionale sui temi dell’intelligence non è un affare semplice, la natura del settore ‒ com’è ovvio ‒ richiede una certa riservatezza e i vari Paesi sono da sempre, giustamente, molto gelosi delle proprie prerogative e informazioni riservate. Una delle poche “alleanze” nota da decenni e ben radicata è quella dei Five Eyes, i cinque occhi, ovvero i servizi segreti dei grandi Paesi anglofoni: Regno Unito, USA, Australia, Canada e Nuova Zelanda. Questa collaborazione, che affonda le sue radici nella comune lotta contro il nazifascismo durante la Seconda guerra mondiale, è stata alla base di alcuni programmi molto discussi, a partire dal famosissimo Echelon fino al più recente programma PRISM (svelato, appunto da Edward Snowden). I cinque fondatori non disdegnano la collaborazione di altri servizi alleati (si è parlato addirittura di sei occhi, nove occhi o quattordici occhi, arrivando a includere praticamente tutti i Paesi occidentali), tuttavia hanno sempre mantenuto un rapporto privilegiato tanto che, quando Nicolas Sarkozy chiese formalmente al presidente Obama di far accedere la Francia al sistema, si sentì opporre un cortese quanto risoluto diniego sia dalla Casa Bianca che dal direttore della CIA. Non è andata meglio alla Germania con alcune ricostruzioni giornalistiche che descrivevano una Angela Merkel un poco burbera per non essere stata ammessa nel club più esclusivo dello spionaggio mondiale. Più fortuna l’hanno avuta Israele e il Giappone che, sempre stando alle poche informazioni che emergono dalla stampa specializzata, hanno con i Cinque Occhi un rapporto di collaborazione abbastanza strutturato pur rimanendo, pure loro, fuori dal giro che conta.

 

In questo quadro appare difficile che un Paese piccolo e relativamente secondario come la Danimarca possa diventare, all’improvviso, il centro di una operazione coperta che vede coinvolta l’intelligence americana e i principali capi di Stato e di governo europei. Copenaghen, però, ha una caratteristica molto specifica che nessun altro Paese possiede: la sua posizione geografica. Piantata come uno sperone tra Germania, Mare del Nord e Scandinavia, la penisola è uno snodo cruciale non solo per i tanti commerci che collegano le ricche città anseatiche ma pure per il dedalo di cavi telefonici sottomarini su cui viaggiano le comunicazioni di mezza Europa. Insieme a Gran Bretagna (della cui centralità in termini di interconnessioni digitali abbiamo parlato in alcuni articoli precedenti) e Sicilia, anche la Danimarca è uno dei gangli strategici per le telecomunicazioni del continente: un collo di bottiglia da cui passa di tutto, informazioni riservate, conversazioni telefoniche, traffico web, transazioni finanziarie. Non stupisce dunque che gli americani abbiano colto al volo la possibilità di collaborare con i servizi danesi.

Al momento i contorni dell’intera operazione non sono chiarissimi: il ministro della Difesa ‒ che ha reso pubblica l’intera operazione ‒ ha già rimosso i vertici del FE e alcuni altri alti funzionari, mentre l’allora capo dell’intelligence, Thomas Ahrenkiel, nel frattempo diventato addirittura ambasciatore a Berlino, è stato richiamato in patria e sostituito. La vicenda, però, non finirà di certo qui e rischia di andare a lambire pure i piani altissimi della politica europea, basti pensare che ‒ nel 2015 ‒ il ministro dell’Interno di Danimarca si chiamava Margrethe Vestager, attuale vicepresidente della Commissione europea. Inoltre, Joe Biden a metà giugno sarà in Europa per la sua prima visita ufficiale e dovrebbe, stando al programma, incontrare a Bruxelles i leader dell’Unione; Edward Snowden, che non vedeva l’ora di togliersi qualche altro sassolino dalle scarpe, ha già scritto un tweet sibillino ricordando che tra il 2013 e il 2015 proprio Biden, da vicepresidente, era «profondamente coinvolto» nei programmi di intercettazione illegali portati avanti dalla NSA.

Insomma, pur senza conoscere ancora nel dettaglio le sfumature dell’intera vicenda e, in particolare, quanto i vertici istituzionali danesi fossero informati dell’intera operazione, ce n’è già abbastanza per riempire un romanzo di John le Carré.

I risvolti più politici, però, non devono distogliere dal vero elefante nella stanza: i servizi segreti di un Paese membro dell’Unione Europea hanno preferito mettere la loro tecnologia e la loro competenza a disposizione di una potenza straniera anziché coordinarsi con i loro omologhi continentali. Si tratta di una scelta geopolitica di assoluta rilevanza che segna, una volta di più, quanto i vincoli europei finiscano ‒ sempre ‒ per venir meno davanti alle ambizioni imperiali americane. Nell’era della signal intelligence e della cybersecurity, l’autonomia strategica europea passa per forza da un nuovo modo di concepire il ruolo degli apparati di sicurezza, compresi quelli che per funzione o per necessità devono operare lontano dalla ribalta.

Il tema non è nuovo ma sconta ancora una certa timidezza nel dibattito pubblico europeo: lo scorso anno la Commissione ha invitato gli Stati a dotarsi di specifici strumenti di coordinamento per la sicurezza cibernetica che, in linea di principio, dovranno fare riferimento al centro europeo per la cybersecurity inaugurato a Bucarest. Si tratta di un primo passo necessario che, però, stando alla cronaca di questi giorni, pare addirittura in ritardo rispetto a un mondo capace di muoversi fin troppo velocemente e in maniera molto spregiudicata.

 

Immagine: Vecchio registratore a bobina. Crediti: zef art / Shutterstock.com

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