28 giugno 2017

Hong Kong: vent’anni dal ritorno alla Cina

Il 1° luglio 1997 terminava la dominazione inglese e Hong Kong ritornava sotto la sovranità cinese. Per oltre un secolo, infatti, quella che oggi è una regione amministrativa speciale della Cina è stata una colonia dell’Impero britannico, fino a quando il governatore inglese Christopher Patten ha formalmente ceduto il controllo della regione al nuovo primo ministro Tung Chee-hwa, uomo d’affari e politico cinese. Sotto il controllo di Pechino è entrato subito in vigore il principio “un Paese, due sistemi”, in base al quale Hong Kong avrebbe potuto godere di un sistema politico diverso e di una magistratura indipendente rispetto alla Cina continentale.

Oggi, a vent’anni dalla restituzione, sia sul versante politico che su quello dei diritti umani la situazione non è affatto delle più rosee. Innanzitutto il malcontento va ricercato nel fatto che la cessione alla Cina è stata soltanto il frutto di una lunga negoziazione politica, colpevole di non aver preso in considerazione l’idea di ascoltare la volontà popolare tramite un referendum, come solitamente avviene nelle democrazie occidentali. La chiusura al circuito popolare è stata poi ribadita dalla complessa legge elettorale approvata dalla Costituzione scarna e frettolosa di cui Hong Kong è stata dotata nel 1997. Il sistema elettorale, infatti, è basato su circoscrizioni non territoriali ma di carattere puramente sociale, con l’inevitabile conseguenza che tutti i cittadini sono uguali ma alcuni sono più uguali degli altri. In questa maniera Pechino riesce a controllare meglio l’elezione dei leader locali, eliminando alla radice ogni tipo di opposizione.

Ad esempio, quando nel 2016 è stato eletto il nuovo LegCo (Legislative Council), una sorta di mini-Parlamento locale e Sixtus Leung e Yau Wai-ching, due giovani attivisti appartenenti a un partito indipendentista, si sono rifiutati di prestare il consueto giuramento di fedeltà nei confronti della Repubblica popolare cinese, l’Assemblea nazionale del popolo di Pechino ha deliberato la loro esclusione dalla carica di deputato. Tale giuramento, infatti, è vincolante e non può essere oggetto neanche di revisione costituzionale. L’indipendentismo locale, soprattutto nei ceti popolari più bassi, è forte, ma viene del tutto soffocato dai diktat del Partito comunista cinese.

Anche dal punto di vista della tutela dei diritti umani Hong Kong non ha tratto alcun vantaggio dal controllo cinese. In un primo momento sono state mantenute tutte le garanzie minime di libertà stabilite sin dai primi anni del Novecento dall’amministrazione britannica. Ma, con il passare degli anni, il ricambio generazionale dei giudici non ha fatto altro che indebolire l’impianto democratico della regione: i valori cinesi continentali hanno via via preso il sopravvento sul sistema di common law britannico, con pesanti ripercussioni sul diritto di libera associazione, sul diritto d’accesso all’informazione e sulla libertà di espressione. Nessuna associazione può operare sul territorio senza l’autorizzazione del governo locale e, indirettamente, di quello cinese, mentre tanti intellettuali sono stati imprigionati in Cina soltanto per aver diffuso opuscoli critici verso l’élite di Pechino.

Il 1° luglio 2017 verrà organizzato un grande evento a Hong Kong, con la partecipazione del primo ministro cinese Xi Jinping, per celebrare il ventennio del ritorno della regione sotto la sovranità cinese. La popolazione locale sarà costretta ancora una volta a battere le mani.

 


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