1 aprile 2020

I destini interconnessi di Siria e Libia

 

Emergenze come la pandemia di Coronavirus creano connessioni tra gli Stati che risultavano impensabili in condizioni normali. Capita invece, in altre circostanze, che l’emergenza finisca per catalizzare interconnessioni già avviate prima che la crisi irrompesse nelle relazioni tra Paesi. È il caso di Siria e Libia, due tra gli scenari di instabilità regionale che, fino all’esplosione del Covid-19, erano in cima alle agende internazionali per la gestione dei conflitti. Dietro lo spesso sipario della diffusione del virus, che occupa pressoché totalmente lo spazio mediatico di queste settimane, i destini di Siria e Libia si sono fatti via via sempre più interconnessi, tanto che gli attori esterni coinvolti nei due conflitti si ritrovano a gestire entrambi i dossier sullo stesso tavolo.

 

Nel quadrante libico, la Turchia sostiene economicamente e militarmente il Governo di accordo nazionale (GNA) presieduto da Fayez al-Sarraj e riconosciuto dalle Nazioni Unite. L’esecutivo di Tripoli, a partire dal mese di aprile 2019, è cinto d’assedio dall’autoproclamato Esercito nazionale libico (LNA), guidato dal generale Khalifa Haftar e di stanza nella Cirenaica. Se il GNA vanta l’appoggio, oltre che della Turchia, di Qatar, Italia e – in linea di principio – della comunità internazionale, dalla parte di Haftar si schierano – più o meno apertamente – Arabia Saudita, Egitto, Francia, Emirati Arabi Uniti (EAU) e Russia.

 

Lo scorso 21 febbraio, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha pubblicamente ammesso, per la prima volta, che Ankara sta impiegando in Libia gruppi di miliziani siriani impegnati fino a quel momento nel loro Paese d’origine nella guerra civile contro il regime di Bashar al-Assad. Le affermazioni di Erdoğan hanno così confermato una serie di rumors circolati nei mesi precedenti sulla presenza in territorio libico di combattenti siriani filoturchi. D’altro canto – notizia passata abbastanza in sordina – il 23 marzo scorso il GNA ha accusato la compagnia aerea siriana Cham Wings di aver trasportato unità di mercenari – russi o forse legati al partito-milizia libanese Hezbollah ‒ nella città orientale di Bengasi, destinati a combattere al fianco delle forze di Haftar. In altri termini, parliamo di due flussi di personale militare che arrivano in Libia per combattere in schieramenti opposti. E giungono dalla Siria, dove le autorità di Damasco hanno confermato il quinto caso di contagio da Coronavirus. Come sottolinea un approfondimento di Agenzia Nova, il ministro dell’Interno del GNA, Fathi Bashagha ha detto che la presenza di mercenari siriani in Libia potrebbe «causare un disastro sanitario», dal momento che i combattenti potrebbero aver avuto stretti contatti con l’Iran, principale focolaio di Covid-19 in Medio Oriente. Ovviamente si riferiva a quelli inviati dal presidente siriano Assad, non ai ribelli filoturchi che per il GNA combattono.

 

Questi avvenimenti dimostrano ancora una volta che, quando si tratta di Medio Oriente e Nord Africa, si commette spesso l’errore si concentrarsi eccessivamente sul ruolo esercitato nei singoli scenari di crisi dalle grandi potenze globali come Russia, Stati Uniti e Cina. La verità è che, come tipico nei conflitti post-guerra fredda, sono gli attori regionali ad essere maggiormente coinvolti sia dal punto di vista diplomatico che da quello operativo. In Libia e in Siria, infatti, si gioca non tanto uno scontro di interessi tra Mosca, Washington, Pechino, (Parigi e Roma), quanto tra i Paesi dell’area. Da una parte della contesa c’è quello che si può definire il blocco turco-qatariota, che ha il proprio vettore politico nella Fratellanza musulmana (FM), un movimento fondato dall’egiziano Hassan al-Banna nel 1928 che promuove una visione di società e istituzioni in cui l’islam è una fonte essenziale del diritto. Dall’altra parte della disputa c’è l’asse – tutt’atro che monolitico – tra Arabia Saudita, EAU ed Egitto, Paesi che promuovono una visione di islam deferente verso l’ordine costituito. Per quanto concerne i principali contendenti libici, il GNA rientra chiaramente nella sfera d’influenza turco-qatariota ‒ tanto è vero che la FM ha avuto un ruolo da protagonista nella transizione politica post-Gheddafi –, mentre l’LNA di Haftar è considerato vicino all’asse “autoritario” di sauditi, emiratini ed egiziani. Infatti, nell’esercito di Bengasi – che a conti fatti è anch’esso un mosaico di milizie – figurano anche combattenti legati al movimento madkhalista, una realtà legata all’Arabia Saudita che promuove un islam radicale ma fedele al potere secolare (quello di Haftar in questo caso).

 

Occorre precisare, però, che il coinvolgimento diretto di questi Stati non implica automaticamente che altri attori esterni non abbiano interessi in campo, basti pensare all’Italia e alla Francia che in Libia si giocano una partita di capitale importanza per entrambi i Paesi.

 

Quanto alla Siria, gli schieramenti si fanno più complessi e rarefatti, ma occorre comunque delinearli per comprendere appieno le recenti novità. Quando nel 2011 deflagrò la rivolta contro il regime degli Assad, tutti gli attori della regione – a eccezione dell’Iran e dell’Hezbollah libanese – videro di buon grado una possibile estromissione del presidente siriano. La Turchia ebbe un ruolo determinante durante la svolta armata della rivolta, tanto che la nascita dell’Esercito siriano libero – formato inizialmente da disertori che appoggiavano la rivolta – fu annunciata proprio da un gruppo di esuli in Turchia a luglio 2011. Paesi del Golfo come il Qatar da una parte ed EAU e sauditi dall’altra (che pure stanno da parti opposte del conflitto intra-sunnita) iniziarono più tardi a finanziare gruppi ribelli anti-Assad islamicamente connotati come ad esempio Jaysh al-Islam. In altri termini, i Paesi sunniti erano tutti contro il regime di Damasco, ma con il volgere del conflitto a favore delle forze governative le monarchie del Golfo si sono rese conto della disfatta diplomatica e militare nella quale si erano invischiati, senza mai ammetterla pubblicamente.

 

Di fronte a questo smacco, e qui veniamo alle novità, sono riemerse gradualmente ma decisamente le spaccature del mondo sunnita e in particolare quelle tra l’asse turco-qatariota e il resto dei Paesi. Il presunto arrivo di militari dalla Siria in supporto di Haftar ha certamente tutta una serie di implicazioni dal punto di vista sanitario, ma si inserisce in un contesto diplomatico carico di nuovi scenari. L’agenzia ufficiale siriana Sana ha reso noto che il 3 marzo scorso il presidente siriano Assad ha ricevuto una delegazione del governo non riconosciuto libico – quello legato ad Haftar ‒  guidata dal vicepremier Abdul Rahman al-Ahiresh e dal ministro degli Esteri Abdul Hadi al-Hawaij. Il giorno precedente, il ministero siriano dell’Informazione ha fatto sapere che l’ambasciata di Libia a Damasco riaprirà prossimamente i battenti dopo 8 anni, diventando una sede diplomatica che farà riferimento alle istituzioni non riconosciute dell’LNA. Non solo. A metà marzo, il quotidiano di proprietà saudita Asharq al-Awsat ha addirittura rivelato che Haftar in persona ha visitato segretamente Damasco, seguito dal capo dell'intelligence egiziana, Abbas Kamel, per coordinare le azioni comuni contro la Turchia. Lo scenario, dunque, è quello di una convergenza tra Haftar e Assad in funzione antiturca, considerato inoltre che Ankara appoggia i ribelli asserragliati nell’area di Idlib, l’ultima della Siria rimasta fuori dal controllo di Damasco.

 

A questo inedito contatto siro-libico potrebbe aver contribuito, e non poco, uno degli attori regionali più attivi dell’ultimo decennio: il rampante principe emiratino Mohammed Bin Zayed al-Nahyan (Mbz). Quest’ultimo, il 27 marzo, ha intrattenuto una conversazione telefonica con il presidente siriano Assad, nella quale ha assicurato che «gli Emirati Arabi Uniti sostengono il popolo siriano in queste difficili circostanze, la Siria non sarà lasciata da sola in queste condizioni critiche». Il riferimento, ovviamente, è alla pandemia di Coronavirus che sta lentamente prendendo piede anche in Siria. Ma la notizia assume particolare rilevanza dopo che, il 27 dicembre 2019, Abu Dhabi ha annunciato la riapertura della sua ambasciata a Damasco. Gli EAU sono stati il primo Paese a riaprire la propria sede diplomatica nella capitale siriana, seguiti dal Bahrein, e – a breve – dal governo non riconosciuto della Libia.

 

Non è da escludere, quindi, che i due leader abbiano discusso anche di Libia, un dossier in cui Mbz può aver facilmente giocato un ruolo di facilitatore nel mettere in contatto Bengasi e Damasco. D’altronde non è un caso che Abu Dhabi si sia guadagnata il ruolo di “piccola Sparta” del Medio Oriente. Sono gli emiratini, infatti, a fornire alle forze di Haftar i droni coi quali conducono raid contro obiettivi del GNA (così come fanno in Yemen nella guerra contro i ribelli Houthi appoggiati dall’Iran). E non è un caso che, come sottolinea un approfondimento del New York Times, «il più potente leader arabo è Mbz, non Mbs», dove Mbs indica il principe ereditario saudita Mohammad Bin Salman. L’attenzione internazionale, in effetti, dedica molto spazio al rampollo di casa Saud per la sua politica spregiudicata e per la durezza con cui mantiene il potere all’interno del Paese, ma a livello di politica estera gli EAU di Mbz hanno dimostrato un grado molto più alto di visione strategica e di assertività geopolitica.

 

Lo scenario, dunque, è quello di un mondo arabo in cui, all’ombra della pandemia di Coronavirus, si possono tessere trame politiche e diplomatiche ancora inesplorate, come quelle tra la Libia di Haftar e la Siria di Assad, con la mediazione di Abu Dhabi. La posta in palio, oltre all’egemonia regionale in funzione antiturca, è il business della ricostruzione postbellica in entrambi i Paesi. La Banca mondiale ritiene che in Siria, i soli danni fisici causati a case e infrastrutture in 9 anni di guerra valgano non meno di 197 miliardi di dollari, ma le stime più pessimistiche arrivano fino a 400. In Libia, stando ai dati del Centro studi Confindustria, le perdite dell’economia in termini di infrastrutture e capitale sono pari a circa 150-200 miliardi di euro. Gli EAU, al pari di altri attori esterni, hanno i capitali necessari per inserirsi anche in queste partite, ovviamente quando la guerra in Siria e Libia sarà finita e quando la pandemia di Covid-19 sarà solo un brutto ricordo.

 

Immagine: Mappa satellitare di Nord Africa e Medio Oriente. Crediti: Capitano Productions Eye / Shutterstock.com. (elementi di questa immagine forniti dalla NASA)

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