11 ottobre 2021

I dilemmi politici del G20 sull’Afghanistan

Uno scopo del G20 straordinario sull’Afghanistan, convocato dall’Italia per il 12 ottobre, è stato chiarito dal presidente del Consiglio in una conferenza stampa a Palazzo Chigi: «Si tratta di vedere se è possibile ottenere una comunità di obiettivi fra tutti i venti Paesi più ricchi del mondo». Mario Draghi ha perciò esplicitato due di questi obiettivi. Essi conducono ad altrettanti dilemmi politici. Il primo obiettivo riguarda ciò che ha definito un dovere degli Stati: «È un dovere dei Paesi più ricchi del mondo evitare la catastrofe». Egli si riferiva allo stadio ulteriore della calamità che si prospetta per la popolazione dell’Afghanistan. Il ritiro delle potenze occidentali e la fine del governo da esse sostenuto hanno difatti comportato anche la fine dei loro aiuti all’Afghanistan. Ha causato inoltre l’interruzione all’accesso a fondi e crediti internazionali precedentemente attivi. La guerra chiede sempre il conto a chi rimane e per il Programma alimentare mondiale gran parte della popolazione afghana residente oggi non ha neppure cibo sufficiente: si tratta di milioni di persone. Il presidente Draghi ha parlato di un dovere da compiere – si badi bene – senza condizionalità, cioè a prescindere da qualsiasi altra considerazione. Questa esternazione pone in evidenza, con chiarezza, il problema dell’annoso rapporto che riguarda gli Stati donatori, le loro ragioni e divergenze. Richiama altresì i conflitti che regolarmente si innescano anche sulla definizione di qualsiasi politica comune degli aiuti. Da questa condizione trae origine un primo dilemma: se persino il mero riconoscimento dell’Emirato islamico dell’Afghanistan divide la comunità internazionale, in quale maniera essa potrà unirsi su una politica degli aiuti comune verso l’Afghanistan?

 

Il secondo obiettivo delineato dal presidente Draghi riguarda invece una necessità, cioè «evitare che l’Afghanistan torni ad essere il nido del terrorismo internazionale». Questa frase condensa e restituisce la portata del senso d’insicurezza e frustrazione causato dal ritiro dall’Afghanistan di Stati Uniti e alleati. Il ritiro è l’origine di questa necessità, ben presente fin dall’accordo di pace del febbraio 2020 tra Stati Uniti ed Emirato islamico dell’Afghanistan. Questo accordo poneva difatti tra le condizioni per il ritiro occidentale la concretizzazione di «garanzie e meccanismi di applicazione che impediranno l’uso del suolo dell’Afghanistan da parte di qualsiasi gruppo o individuo contro la sicurezza degli Stati Uniti e dei suoi alleati». Da qui il secondo dilemma, nient’affatto inedito: il governo dei Talebani può offrire tali garanzie e realizzare questi meccanismi?

Accanto ai due obiettivi espliciti del G20 straordinario sull’Afghanistan e ai suoi dilemmi ci sono però un implicito terzo obiettivo e un correlato dilemma. L’obiettivo è collocare la questione afghana in una cornice politica multilaterale che sia giocoforza più ampia di quella che per vent’anni ha coinvolto gli Stati sconfitti in Afghanistan, vale a dire Stati Uniti e alleati – Italia compresa. Il dilemma connesso a questo obiettivo è, ovviamente, come riuscirci con successo. È un dilemma che ha certamente svariate implicazioni. Molte, se non tutte, riguardano però la perdita di scopo della politica occidentale che va svelandosi, lentamente ma inesorabilmente, dal tempo del ritiro dall’Afghanistan. Non a caso proprio il presidente Draghi – e proprio nei giorni scorsi – ha ricordato che il ritiro dall’Afghanistan ha costituito un trauma nelle relazioni transatlantiche e nei rapporti d’alleanza tra Stati Uniti ed europei. È un trauma che riguarda «il modo in cui è stato deciso, eseguito e comunicato», ha dichiarato, «e parlo della sostanza come del modo». Da questa prospettiva il G20 straordinario sembra perciò destinato al tentativo di lenire le ferite politiche che la lunga guerra afghana ha aperto in Occidente, oltre che in Afghanistan. Se e come ciò sia possibile è un ulteriore dilemma politico.

       

Immagine: Bambini rifugiati dopo la presa del Paese da parte dei Talebani, Kabul, Afghanistan (1 agosto 2021). Crediti: Trent Inness / Shutterstock.com

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