2 febbraio 2021

I militari di nuovo al potere in Myanmar

Nelle prime ore di lunedì 1° febbraio l’esercito birmano, chiamato Tatmadaw, ha rovesciato il governo in carica e promulgato lo stato di emergenza per la durata di un anno; pieni poteri in Myanmar sono stati assunti dal generale Min Aung Hlaing, capo delle forze armate. Aung San Suu Kyi, che con la carica di consigliere di Stato di fatto guidava il governo birmano, è stata arrestata, insieme ad altri dirigenti del suo partito, la Lega nazionale per la democrazia (NLD, National League for Democracy). L’intervento dell’esercito è avvenuto poche ore prima della convocazione del nuovo Parlamento, la cui composizione è stata determinata dalle elezioni dell’8 novembre. L’esito del confronto elettorale è alla base di questa brusca evoluzione. La Lega nazionale per la democrazia, il partito guidato da Aung San Suu Kyi ha ottenuto 346 seggi sui 412 in palio, circa l’83%, battendo nettamente, il Partito dell’unione della solidarietà e dello Sviluppo (USDP, Union Solidarity and Development Party), legato ai militari. Il risultato delle elezioni è stato subito contestato dai vertici dell’esercito, che hanno denunciato brogli e irregolarità, come voti di persone decedute oppure minorenni, e hanno chiesto un nuovo conteggio dei voti e il rinvio della convocazione del Parlamento. La Corte suprema aveva però dichiarato il voto regolare. In realtà, anche alcuni osservatori internazionali avevano parlato di mancato rispetto dei diritti delle numerose realtà etniche presenti nel Paese; ad esempio, i Rohingya, la minoranza musulmana che rappresenta il 4% della popolazione, non hanno potuto votare perché a loro non viene neanche riconosciuta la cittadinanza. L’esercito e la Lega nazionale per la democrazia sono comunque espressione della maggioranza Bamar buddista, che rappresenta circa il 68% della popolazione; le minoranze etniche e religiose sono moltissime e i loro diritti, calpestati dai governi militari che si sono succeduti per decenni, non hanno avuto pieno riconoscimento neanche dopo il prudente ritorno alla democrazia, avvenuto dal 2011.

Il prestigio internazionale di Aung San Suu Kyi era stato intaccato quando la dirigente birmana, che aveva ottenuto il premio Nobel per la pace nel 1991, era stata accusata di indifferenza verso la sorte delle minoranze; in particolare violenze e discriminazione erano state perpetuate nei confronti dei Rohingya soprattutto nel 2017, senza che lei si opponesse. Non bisogna dimenticare che comunque il Myanmar era già una democrazia sotto tutela; i militari hanno diritto a nominare un quarto dei seggi del Parlamento e a esprimere tre ministeri chiave, Difesa, Interno e Frontiere. Quindi, anche se il governo civile ne aveva ridimensionato il ruolo, la loro posizione era comunque forte e privilegiata; ma evidentemente i vertici militari vivevano i progressi della limitata democrazia birmana come una minaccia. Secondo alcuni osservatori, la “complicità” di Suu Kyi rispetto alla questione dei Rohingya va interpretata come un compromesso per tenere a bada i militari e vincere le elezioni, sfruttando il “nazionalismo” della maggioranza Bamar, che si è sempre mostrata ostile verso la minoranza musulmana. Quello che l’opinione pubblica internazionale interpreta come un golpe, viene presentato dai militari come un’applicazione della Costituzione (artt. 417 e 418 che prevedono lo stato di emergenza e l’intervento dell’esercito in caso di attacco all’unione e alla sovranità nazionale). I militari promettono le elezioni fra un anno; la Lega nazionale per la democrazia sta invitando la popolazione alla mobilitazione e alla resistenza. Il caso birmano irrompe nella scena geopolitica globale; forte reazione da parte degli Stati Uniti e dell’Unione Europea. La Cina, che ha importanti interessi economici nel settore del petrolio e del gas e buoni rapporti con entrambe le parti in conflitto, prende atto della situazione e per ora non si schiera.

 

Immagine: Aung San Suu Kyi  (18 gennaio 2012). Crediti: Htoo Tay Zar [CC BY-SA 3.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0), attraverso Wikimedia Commons

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