31 maggio 2023

I nodi del futuro energetico dell’Europa

 

Dopo 15 mesi di guerra in Ucraina, il Vecchio Continente cerca di venir fuori dalla crisi energetica, che seppure meno accentuata rispetto a pochi mesi fa, continua ad essere centrale nel dibattito. Per un continente come quello europeo, storicamente importatore netto di energia, non è certo facile trovare una soluzione immediata, sostenibile e che sia economicamente e socialmente accettabile. Difatti la risposta dei singoli Paesi è stata frammentata, diversa sia nell’approccio che nelle soluzioni messe in campo. Ricordiamo bene come, poco meno di un anno fa, i Paesi europei erano alla ricerca, quasi spasmodica, di partner affidabili, in grado di fornire gas in quantità tali da colmare i mancati flussi provenienti da Mosca. Come rimedio, sono state istallate nuove infrastrutture dedicate al GNL (Gas Naturale Liquefatto), che fino a quel momento erano molto carenti in termini numerici, soprattutto in alcune aree del continente, che certamente hanno dato un aiuto prezioso nel riempimento degli stoccaggi. Ad esempio, la Germania, che fino allo scoppio del conflitto in Ucraina contava esclusivamente sui gasdotti, ad oggi è riuscita ad installare 3 impianti di rigassificazione in tempi molto rapidi, e altri ne arriveranno nei prossimi mesi.

Ma le ricadute economiche sono state ingenti. Ad oggi, il prezzo del gas di attesta attorno ai 30 euro al MW, molto lontano dai picchi registratisi lo scorso anno. Inoltre, temperature miti ed una riduzione quasi strutturale dei consumi hanno contribuito a far scendere i prezzi fino a raggiungere livelli più accettabili. Per i motivi sopracitati, il livello medio europeo di riempimento degli stoccaggi è di circa il 65%, un dato certamente positivo. Sarà da porre attenzione a come evolverà la curva dei prezzi quando i Paesi ricominceranno a riempire in modo massivo gli stoccaggi per centrare i target fissati nello scorso anno, ossia un range superiore al 90% da raggiungere tra ottobre e novembre. Oramai i flussi di gas provenienti dalla Russia e gestiti da Gazprom si attestano sui 40,3 milioni di metri cubi giornalieri, un segnale del fatto che Mosca sta perdendo la guerra del gas.

Sempre sul fronte dei combustibili fossili, le quotazioni del petrolio appaiono quantomeno stabili. Da diversi anni, le compagnie petrolifere europee e occidentali hanno ridotto gli investimenti nel settore, anche a causa di vincoli ambientali sempre più stringenti. Chi continua ad investire sono principalmente i Paesi mediorientali, che possono disporre di finanziamenti pressoché illimitati e grandi giacimenti. Il colosso Saudi Aramco conta di investire nell’anno in corso tra i 45 e i 50 miliardi di dollari, diversificando anche il portafoglio, specie nel settore della chimica. Il management ritiene che petrolio e gas rimarranno componenti critici del mix energetico globale per il prossimo futuro. Nel frattempo, Mosca ha trovato acquirenti diversi da quelli europei disposti a comprare il suo greggio, grazie anche ai forti sconti applicati. Ma lo stesso petrolio torna in Europa sotto forma di prodotti raffinati, soprattutto gasolio per i motori diesel, lavorato in buona percentuale nelle raffinerie indiane. Lo schema messo in atto è uno strumento utile ad aggirare le sanzioni sul greggio russo, ma qualora si decidesse di porre fine anche a queste dinamiche, certamente l’Europa si ritroverebbe nuovamente con la coperta corta, con il rischio indotto di aumentare le entrate nelle casse di Mosca.

Lo shock energetico ha avuto però anche effetti benefici, quale il traino degli investimenti in energie rinnovabili, generando così un’accelerazione importante del settore. Nel 2022, in Europa sono stati impiantati parchi eolici e fotovoltaici per una nuova capacità installata rispettivamente di circa 15 GW e 41 GW, e complessivamente hanno contribuito a risparmiare l’equivalente di 70 miliardi di metri cubi di gas per un controvalore di quasi 100 miliardi di dollari. Inoltre, per la prima volta, gli investimenti complessivi a livello globale sulle fonti rinnovabili hanno superato quelli sui combustibili fossili. A certificarlo è l’IEA (International Energy Agency), il cui direttore esecutivo Fatih Birol ha dichiarato che gli investimenti nelle green energy, nel 2023, saliranno a 1,7 trilioni di dollari, spinti soprattutto dal solare. Inoltre, è stato sottolineato che per ogni dollaro investito in combustibili fossili, 1,7 vanno alle fonti rinnovabili. Sono di grande aiuto alcuni piani d’investimento come l’Inflation  Reduction Act (IRA) americano e il pacchetto Fit for 55 europeo, ma la grande sfida sarà accompagnare i Stati emergenti verso una transizione energetica sostenibile, soprattutto dal punto di vista finanziario.

 

Il tema della transizione energetica pone però alcune questioni, tra cui la dipendenza dalla Cina. Quest’ultima ha raggiunto un primato di fatto incontrastato nella produzione di massa di moduli solari e turbine eoliche, grazie anche ad un controllo pressoché totale sulle filiere delle cosiddette terre rare. Le produzioni cinesi hanno permesso di abbattere i costi delle rinnovabili e renderle quindi sempre più accessibili. Ma l’accentramento delle catene produttive rischia di rivelarsi controproducente per alcuni Stati, soprattutto quelli europei, generando una migrazione di fatto da una dipendenza all’altra. Appare certamente positiva la volontà di riportare parte delle produzioni quanto più vicino ai centri di consumo, ma ciò potrebbe non bastare. Il rincaro dei materiali, la scarsa presenza di materiali critici e la complessità dei processi di riciclo, associati al ritardo tecnologico, sono aspetti rilevanti da considerare. Il direttore Birol, riconoscendone il ruolo dominante, ritiene che competere con la Cina a 360 gradi non rappresenti la risposta migliore e che sarebbe invece più auspicabile collaborare con Pechino e contestualmente individuare altre soluzioni alternative, migliorando il focus su alcune specifiche strategie.

Lo sviluppo delle rinnovabili pone ulteriori temi che meritano di essere considerati. In primis lo sviluppo capillare di tecnologie come il solare e l’eolico richiede un ammodernamento della rete di trasmissione elettrica. Ad esempio, in Italia la produzione di energia rinnovabile si concentra al Sud, mentre i consumi maggiori, sostenuti principalmente dai distretti industriali, si registrano nel Nord del Paese. Sviluppare le rinnovabili significa anche migliorare la resilienza del sistema nel suo complesso e la sua corretta funzionalità. L’intermittenza legata alla produzione di energia eolica o solare presuppone la presenza di sistemi alternativi, così come la predisposizione di sistemi di accumulo. A fattori di tipo tecnico, vanno aggiunti quelli inerenti gli iter autorizzativi, troppo spesso lenti e farraginosi, e l’Italia ne è un esempio. Infine, una pianificazione delle aree idonee potrebbe ridurre il fenomeno nimby.

 

In conclusione, centrale è anche il tema del nucleare, su cui però non c’è una totale convergenza. La Francia, che storicamente ha basato il suo approvvigionamento energetico su tale tecnologia, sta portando a termine il processo di nazionalizzazione del colosso energetico EDF, così come la costruzione di nuove centrali nucleari. Per creare consenso intorno al tema, è nata l’alleanza per il nucleare, un’organizzazione composta attualmente da nove Stati, il cui fine è promuovere la ricerca e l’innovazione, stabilendo regole di sicurezza uniformi. Se la Francia ha le idee ben chiare, non si può dire lo stesso degli altri due player principali a livello europeo, ossia Germania e Italia. Berlino aveva deciso di abbandonare il nucleare già da tempo, e con lo spegnimento delle ultime tre centrali, si va a chiudere un ciclo durato quasi 60 anni. Le contrapposizioni nel governo sul tema sono profonde e non si intravede un ripensamento sulla scelta effettuata. L’Italia, invece, aveva già rinunciato al nucleare, scelta confermata poi nel referendum del 2011. Nelle scorse settimane, il Parlamento ha approvato alcune mozioni sul tema, che però rimangono molto vaghe sui contenuti. Nonostante il governo abbia più volte ribadito la sua posizione favorevole ad un possibile ritorno al nucleare, pesa una forte contrarietà da parte dell’opinione pubblica, contrarietà ampliata anche dalla mancata realizzazione del deposito unico nazionale, di cui si è in attesa da anni.

 

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Immagine: Vista aerea di turbine eoliche al centro della Serra da Freita - Arouca Geopark, Portogallo. Crediti: LuisPinaPhotography / Shutterstock.com

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