30 gennaio 2020

I nuovi equilibri nel Parlamento europeo post-Brexit

Il prossimo 31 gennaio, dopo tanta, tanta, tanta attesa, la Gran Bretagna lascerà l’Unione Europea. Forse per sempre. Come abbiamo scritto in questi anni (il referendum della discordia fu nell’ormai lontanissimo 2016) l’uscita non sarà quel taglio netto che i brexiteers più duri e puri desideravano, ma, molto probabilmente, si trascinerà ancora a lungo, tra accordi commerciali, nuove frontiere da definire e tanto altro. Nei più angusti corridoi delle burocrazie europee, però, si fanno anche calcoli molto meno aulici. Così, tra un documento da firmare, un negoziato da chiudere e le bandiere da ammainare, c’è pure chi si chiede cosa accadrà a Strasburgo con l’uscita di scena dei settantatré parlamentari di Sua Maestà britannica.

Per una volta le cose appaiono già abbastanza chiare: le poltrone sono già state redistribuite tra i vari Paesi secondo una chiave di riparto che tiene conto della popolazione relativa. La Francia, per esempio, avrà cinque parlamentari extra, il nostro Paese tre, Malta e Germania, invece, zero. Inoltre, i “nuovi” eurodeputati sono già stati selezionati alle scorse elezioni, semplicemente accederanno all’aula i primi dei non eletti delle varie liste che si sono presentate nel 2019, ovviamente secondo i risultati ottenuti nelle urne.

Con settantatré nuovi deputati, che andranno a rafforzare i gruppi politici più diversi, gli equilibri parlamentari sono destinati a cambiare, ma, stando alle stime, non di molto. Il Partito popolare europeo rimarrà la prima forza a Strasburgo e, addirittura, grazie al riparto dei “nuovi” seggi, guadagnerà ben cinque deputati aumentando così la sua forza relativa. La République en marche! (LREM) di Emmanuel Macron, invece, grazie all’ingresso dell’italiano Sandro Gozi (candidato in Francia grazie a un accordo politico tra LREM e Partito democratico) e di un’altra neoparlamentare, riuscirà finalmente a pareggiare i conti con Marine Le Pen. A partire dal primo febbraio, infatti, i due principali partiti d’Oltralpe avranno lo stesso numero di esponenti tra Bruxelles e Strasburgo. Si tratta di un cambio politico significativo, per gli equilibri francesi, che potrebbe limitare l’irruenza bruxellese del Front national e rinforzare, seppur di poco, gli ex liberali di Renew Europe.

Al netto delle evoluzioni numeriche (tutto sommato limitate), però, sarà interessante capire come saranno redistribuite le poltrone più pesanti tra quelle lasciate libere dai deputati britannici, ovvero le presidenze delle commissioni per gli Affari legali (JURI) e per la Pesca (PECH). Si tratta di due incarichi di assoluto peso, anche se non molto mediatici. La JURI  valuta tutte le autorizzazioni a procedere nei confronti dei parlamentari ed è tenuta a esprimere pareri su tutta la legislazione europea in discussione; la PECH, invece, muove fondi importanti (collegati alla Politica agricola comune) e norma l’intero mercato ittico continentale, definendo zone di pesca esclusive, limiti, specie protette e quant’altro.

In linea teorica le due presidenze, attualmente in mano ai LibDems (Liberal Democrats), dovrebbero rimanere al gruppo liberale, ma non è escluso che, come nel più classico dei valzer, ci sia una ridefinizione più ampia delle competenze, magari appaltando gli incarichi ad altre forze come, per esempio, il gruppo dei Conservatori e riformisti (ECR, European Conservatives and Reformists) ‒ da molti mesi ormai in avvicinamento a posizioni più moderate rispetto a quelle espresse durante la scorsa legislatura ‒ oppure ai Verdi, anche loro in cerca di un ingresso organico nella “maggioranza di governo” dell’Aula.

Sul fronte più politico, invece, l’uscita di scena dei deputati britannici molto probabilmente porterà il Parlamento europeo a riscoprire un certo europeismo quasi primitivo, quello spinelliano delle primissime assemblee degli anni Settanta. In questi anni la Gran Bretagna, sia a livello di Consiglio UE che di Parlamento, ha sempre rappresentato la forza più risolutamente scettica riguardo ogni tentativo di maggiore integrazione europea. Per anni gli europarlamentari d’Oltremanica hanno presidiato la Commissione per il Mercato interno con un solo obiettivo: difendere le prerogative del mercato unico evitando il più possibile i tentativi di standardizzazione. Allo stesso modo nella Commissione per gli Affari economici (di cui una liberale inglese ha avuto la presidenza proprio negli anni cruciali dal 2008 al 2014) laburisti e conservatori hanno fatto squadra per evitare ogni proposta che potesse, anche solo in potenza, limitare il primato londinese nel settore bancario e finanziario.

Senza più il “freno” di Sua Maestà il Parlamento, ma pure il Consiglio e la Commissione non hanno più scuse: la seconda metà di questa legislatura europea diventerà il primo, vero, banco di prova per le ambizioni degli europeisti più entusiasti. Certo, l’aula di Strasburgo senza Nigel Farage sarà molto meno teatrale, ma, nel complesso, starà a chi rimane cogliere le opportunità aperte dalla decisione dei cittadini britannici. Dopotutto chi se ne va ha sempre torto.

 

Immagine: Le bandiere dell’Unione Europea davanti al Parlamento europeo, Strasburgo, Francia. Crediti: Hadrian / Shutterstock.com

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0