22 gennaio 2021

I vaccini in Israele e Palestina, tra geopolitica e questioni umanitarie

 

Israele continua a guidare le classifiche come Paese con il più alto numero di vaccini già somministrati. Lo Stato ebraico ha già vaccinato il 20% dei suoi circa 8,9 milioni di abitanti e punta ad immunizzare tutti coloro che hanno più di 16 anni entro la fine di marzo.

 

Un simile risultato è stato possibile grazie ad un insieme di variabili. Prima di tutto, il sistema sanitario israeliano è gratuito e digitalizzato, il che rende più semplice l’accesso alle cure e più efficace l’intervento delle autorità competenti in casi di emergenza come quello attuale. In secondo luogo, Israele è riuscito ad avere prima degli altri le dosi del vaccino prodotto da Pfizer-BioNTech, a cui ha aggiunto anche quelle di Moderna e AstraZeneca, offrendo un prezzo più alto rispetto agli altri Paesi. Secondo alcune fonti, il governo israeliano avrebbe pagato intorno ai 60 dollari per ogni dose ‒ più del doppio rispetto ai 19 dollari spesi dagli USA o ai 13 europei ‒ e il premier Benjamin Netanyahu in persona avrebbe promesso alle aziende farmaceutiche l’invio dei dati sanitari dei cittadini in cambio di 10 milioni di dosi. Nello specifico, Israele si è impegnato a condividere età, genere, stato di salute e anamnesi delle persone a cui è somministrato il vaccino.

 

La campagna vaccinale israeliana ha coinvolto anche i palestinesi considerati “residenti permanenti” di Gerusalemme Est ‒ privi della cittadinanza dello Stato ebraico ‒ ed i coloni israeliani che vivono negli insediamenti illegali in Cisgiordania, ma non ha interessato i 5 milioni di palestinesi della West Bank e della Striscia di Gaza. Questa esclusione ha dato vita ad un ampio dibattito sulle responsabilità di Israele sulla base degli Accordi di Oslo e sulle reali capacità dell’Autorità nazionale palestinese (ANP) di rispondere ad emergenze come quella attuale.

 

Le autorità israeliane affermano di non avere alcuna responsabilità nei confronti dei palestinesi dato che gli Accordi firmati tra il 1993 e il 1995 assegnavano all’ANP la responsabilità in ambito sanitario. Tuttavia, come ricordano diverse associazioni per i diritti umani, questi ultimi non sono mai stati realmente implementati ed Israele esercita tuttora un ampio controllo sugli spostamenti di merci e persone all’interno del territorio della Cisgiordania. Lo Stato ebraico controlla anche i valichi di frontiera di Gaza, gestita dal 2007 dal gruppo Hamas, e sottopone da anni la Striscia ad un embargo particolarmente stringente.

 

Ma gli Accordi di Oslo non solo l’unico documento che imporrebbe allo Stato ebraico di intervenire. Israele, secondo l’ONU, l’Unione Europea (UE) e la stessa Corte suprema israeliana, è considerato una potenza occupante ed in quanto tale ha degli obblighi nei confronti della popolazione dei Territori occupati. Sulla base dell’art. 56 della Convenzione di Ginevra, quindi, Israele ha il dovere di fornire i vaccini anche ai palestinesi di Gaza e Cisgiordania. Secondo una terza lettura del diritto internazionale e degli Accordi di Oslo, Israele e ANP dovrebbero invece collaborare per far fronte alla pandemia, ma ad oggi non è ancora chiaro se l’Autorità nazionale palestinese abbia effettivamente chiesto aiuto alla controparte israeliana per l’avvio della campagna vaccinale in Cisgiordania.

 

Secondo alcune indiscrezioni, Israele avrebbe fornito all’ANP decine di dosi per “speciali ragioni umanitarie”, ma l’Autorità nazionale palestinese non è ancora in grado di portare avanti una vera campagna vaccinale. Ramallah ha approvato la somministrazione del vaccino di produzione russa e sarebbe anche in trattativa con AstraZeneca per l’invio di circa 2 milioni di vaccini, ma in entrambi i casi i tempi di consegna saranno lunghi per cui la campagna vaccinale non potrebbe iniziare prima della primavera. L’ANP sta anche facendo affidamento sul COVAX, il programma dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) a sostegno dei Paesi più poveri e che dovrebbe assicurare il vaccino al 20% della popolazione della Cisgiordania. Anche in questo caso, le prime spedizioni sono previste non prima di marzo.

 

A pesare sulle capacità di risposta di Ramallah, quindi, sono le sue ridotte capacità finanziarie e la mancanza di un controllo reale ed omogeneo sul territorio palestinese, diviso dagli Accordi di Oslo in tre diverse zone a cui corrisponde un differente grado di controllo da parte di ANP e Israele.

 

Eppure il ritardo nell’immunizzazione della popolazione della Cisgiordania non è un problema solo per Ramallah: circa 100 mila palestinesi lavorano in Israele e nelle colonie e l’economia israeliana non potrà fare a meno della loro manodopera ancora a lungo. Con un tasso di infezioni del 30% e più di 1.700 morti, i palestinesi hanno bisogno di un intervento rapido da parte delle autorità contro il Coronavirus.

 

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Immagine: Infermiera prepara la somministrazione del vaccino antivirale contro il Coronavirus, Tel Aviv, Israele (29 dicembre 2020). Crediti: vered sh / Shutterstock.com

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