11 marzo 2020

Il Coronavirus, Trump e la post-verità

 

Intervista a Lee C. McIntyre

La risposta al Coronavirus dell’amministrazione Trump sembra essere stata scritta da qualcuno che si occupa di post-verità. Qualche mese fa la consigliera del presidente Kellyanne Conway parlò di alternative facts, difendendo il portavoce Sean Spicer e i dati diffusi sulla quantità di persone presenti all’inaugurazione presidenziale del 2017. Il caso del virus è per certi aspetti un passo in più, perché la realtà alternativa non riguarda un fatto secondario ma la risposta a un’emergenza nazionale che si fa di ora in ora più pressante. La campagna delle primarie ne viene influenzata: Sanders ha annullato comizi e il prossimo dibattito con Joe Biden si svolgerà senza la presenza del pubblico. Ci sono zone rosse e il numero dei contagiati cresce ogni ora. L’unico che per adesso non ha cancellato i raduni di massa è il presidente Trump. Nei giorni scorsi il presidente USA si è contraddetto, ha dichiarato cose non vere, ha minimizzato il potenziale impatto economico e derubricato il virus come «molto simile a una influenza qualsiasi». Nel frattempo la risposta delle autorità federali era lenta e macchinosa. La ragione di questa risposta di Trump va cercata nella paura che un’epidemia danneggi le sue possibilità di rielezione, nei timori per l’economia e in una serie di meccanismi del suo modo di ragionare e di proporre una versione alternativa della realtà agli americani.

 

Lee C. McIntyre è ricercatore presso il Center for Philosophy and History of Science dell’Università di Boston e insegna Etica alla Harvard Extension School e il suo ultimo libro (Post-verità, Utet, 2019) ci aiuta a capire questi meccanismi

Il modo in cui è stato gestito il focolaio di Coronavirus negli Stati Uniti è un esempio perfetto di post-verità. Nel mio libro sostengo che la post-verità è la subordinazione della realtà alla politica, quando qualcuno cerca di utilizzare la propria ideologia o quel che si augurerebbe fosse vero per influenzare o leggere gli eventi reali. È questo ciò che Trump ha fatto e sta facendo: pretendendo che ci siano abbastanza test a disposizione, che il vaccino sarà pronto prima di quanto non sarà, che il virus sparirà per via del caldo, anche quando nessuno nel suo team di esperti gli ha suggerito cose simili. Potremmo rubricare queste affermazioni presidenziali nel mezzo di una crisi come “cattiva politica”. Ma credo ci sia di più: con queste affermazioni il presidente ritiene di migliorare le cose, di influenzare la realtà, dirigere i fatti nella direzione che desidera. Il problema in questo caso è che la realtà non funziona così, specie se parliamo di un virus.

 

C’è un momento, quello della conferenza stampa al Center for Disease Control, nel quale il presidente sembra credere a quel che dice. Anche lui percepisce la realtà che preferisce? In fondo non capita solo a lui

Ci sono centinaia di pregiudizi e certezze incorporati nel modo di ragionare degli umani che ci consentono di non vedere quel che non vogliamo vedere. Ma a un certo punto, e il punto dipende dall’importanza del tema, la realtà si aprirà un varco. Ci sono persone che mentono e persone che ascoltano le bugie e ci credono. La parte più affascinante riguarda coloro che mentono a se stessi, non solo inventano e cercano di manipolare le persone (pensando “guarda che scemi, posso fargli credere qualsiasi cosa”), ma si convincono di ciò che dicono. Quando qualcuno crede alle sue bugie diviene un persuasore molto più abile.

In psicologia c’è un fenomeno che si chiama effetto Dunning-Kruger, detto volgarmente effetto “troppo stupido per sapere di essere stupido” e ci parla di persone che sono così male informate da credere di conoscere un argomento. E così saranno certe, convinte di dire cose giuste. Pensiamo che una persona ragionevole, sapendo di non sapere, rimarrà in silenzio di fronte a un argomento che non conosce. Esperimenti ci hanno mostrato che le persone meno informate sono quelle che più spesso sovrastimano le proprie capacità di comprensione e conoscenza.

L’esempio perfetto dell’effetto Dunning-Kruger è proprio la conferenza stampa del presidente dalla sede del Center for Disease Control, durante la quale sostiene: «Mi piace questa roba. La capisco... La gente è sorpresa che io la capisca ... i medici chiedono: come fai a saperne così tanto? Forse ho un’abilità naturale. Mio zio ha insegnato al MIT per un numero di anni record, era un super genio, forse ce l’ho nel sangue. Forse avrei dovuto fare il medico invece di candidarmi alla presidenza». Poi il presidente si lascia andare a spiegazione contraddittorie e talvolta sbagliate. Guardare quella conferenza stampa è l’esempio di come quel pregiudizio cognitivo entri in gioco.

 

Un virus però non è come la folla a un’inaugurazione o un giudizio sull’andamento dell’economia: gli effetti sono reali e possono essere nefasti

Anche sostenere che alla sua inaugurazione c’erano più persone che a quella di Obama è un fatto verificabile, ma potrebbe essere discusso. Le foto sono state prese in momenti diversi, ad esempio, potrebbe sostenere qualcuno che vuole vedere le cose nel modo in cui le vede Trump. Perché è un sostenitore del presidente. Questo esempio sarebbe quello di qualcuno che vuole rendere la realtà conforme al proprio modo di vedere il mondo. Con un virus la posta in gioco è alta e se le persone cominceranno ad ammalarsi, che siano pro o contro Trump, si accorgeranno che le cose che ascoltano dal presidente non sono vere. Questo insomma potrebbe rivelarsi una sveglia suonata dai fatti, una correzione della post-verità da parte del mondo reale.

L’indagine che verificò le cause dell’esplosione in volo dello Space shuttle Columbia nel 1986 rivelò che all’epoca la fretta politica di far partire la missione ebbe la meglio sulla cura del progetto. Lo scienziato che scoprì la causa dell’esplosione, Richard Feynman, ebbe a dire: «Per ottenere una tecnologia di successo, la realtà deve avere la precedenza sulle pubbliche relazioni, la natura non può essere ingannata». E credo che qui Trump stia facendo questo: pretendere che gli effetti del Coronavirus siano quelli che egli spera o crede. Presto scopriremo che sta mentendo. Quando hai a che vedere con cose che capitano nella vita di ciascuno è più difficile interpretare la realtà. Certo, se ne può condizionare la lettura da parte delle persone. Della telefonata con il presidente ucraino Zelenskij, Trump può parlare con quella parte dell’opinione pubblica che preferisce ascoltare e credere a quel che dice il presidente piuttosto che non ai media mainstream. Così facendo cambia la relazione delle persone con la realtà facendo loro credere delle cose non vere. Con il virus è diverso: come la vicenda dello Space Shuttle, la realtà è lì a mostrarsi. Se hai un vicino malato, se vai a cercare un test per il virus e il test non è disponibile o costa troppo, allora si torna di colpo alla realtà. Qualcosa su cui è difficile fare spin.

 

Ed essere incoerenti paga?

Cambiare narrativa, non dire cose coerenti, è una costante: se qualcosa che ha detto diventa vera e contraddice un’altra cosa detta, che invece si rivela falsa, ribadirà quella vera più volte per far dimenticare che ne ha detta anche una falsa. L’ambiguità e le contraddizioni sono forme di manipolazione tipiche della post-verità.

 

Che il potere fornisca una sua versione della realtà non è però una novità. Cosa c’è di nuovo nella post-verità?

I politici hanno usato alcune di queste tattiche per tutta la storia umana. Da Nerone allo schiavismo, fino all’Olocausto. La novità sono i social media, che consentono a bugie e propaganda di venire diffuse alla velocità della luce e senza confini. Questa è una novità pericolosa perché crea l’ambiente perfetto per rendere la manipolazione più efficace e di portata più grande. Per certi aspetti Internet è il sogno delle macchine della propaganda perché le bugie continuano a propagarsi e a essere rilanciate anche quando sono state ampiamente smentite.

 

In questo i social network hanno un ruolo e delle responsabilità. Facebook in primis, che si rifiuta di monitorare le bugie politiche contenute nelle pubblicità elettorali...

Facebook ha sostenuto e sostiene di non essere un news media e quindi di non avere responsabilità relative al fact-checking. È un modo disonesto di presentarsi: c’è un numero enorme di persone che ottengono notizie dal social network. Poi ci sono le pubblicità politiche disoneste o contenenti fatti non veri, che Zuckerberg sostiene essere protetti dalla libertà di espressione. Facebook potrebbe benissimo farci qualcosa se volesse. Ma non vuole. Ad esempio: giorni fa sul mio profilo ho condiviso qualcosa sul fatto che il presidente ha dichiarato che il Coronavirus è la nuova bufala dei democratici. Il team di Facebook, che sul virus è evidentemente attento, lo ha segnalato come non del tutto corretto. Non sostenevo che Trump avesse detto “il virus è una bufala” ma “è la bufala che i democratici useranno”. Non parliamo della pornografia o dei messaggi inneggianti al terrorismo: non se ne vedono sul social network. Se vogliono sono in grado di intervenire anche sulla manipolazione della realtà da parte della politica. Hanno le risorse per farlo e quando vogliono individuano le cose e le tolgono di mezzo. Il fatto è che probabilmente il loro interesse finanziario non coincide con la promozione della verità. Mentre l’industria del tabacco o quella del petrolio hanno finanziato studi che mettevano in dubbio che il fumo faccia male o che il riscaldamento climatico sia una realtà – generando così quella confusione per cui niente è davvero certo, vero – qui Facebook non promuove una versione falsa di un fenomeno, ma guadagna da ciascuna storia falsa.

 

C’è qualcosa che si può fare per arginare la post-verità?

Non c’è nessuna bacchetta magica naturalmente. Ma c’è un pericolo reale per la democrazia, quello per cui rischiamo che le persone diventino ciniche e comincino a pensare che la verità non esiste o che non è possibile conoscerla. Cosa si può fare? Si vota, si seguono gli eventi e ci si abbona ai media, si segnalano le bugie, si usa più attenzione nel condividere cose e se ne parla informandosi. Infine, la comunicazione tra persone è cruciale: le persone cambiano idea quando comunicano con altre persone. Siamo in una fase in cui le persone con idee diverse non si parlano e, quindi, non si fidano degli altri. Servirebbe che parlassimo di più con persone che non la pensano come noi.

 

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Immagine: Donald Trump parla al North Charleston Coliseum durante il suo raduno, North Charleston, Carolina del Sud, Stati Uniti (28 febbraio 2020). Crediti: Positiveimages / Shutterstock.com

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