20 marzo 2020

Il Coronavirus e le profezie su Trump

 

«Il virus è più paziente delle persone». Questa affermazione tanto semplice quanto saggia è stata pronunciata da Ron Klain, uno dei principali consiglieri di Joe Biden, intervistato da Ezra Klein di Vox (nel 2014 Obama lo incaricò di guidare la risposta dell’Amministrazione all’espandersi di Ebola nell’Africa occidentale). L’intervista è interessantissima e spiega bene il senso delle misure che mezzo mondo sta prendendo per cercare di limitare l’avanzata del Coronavirus. Ma il punto non è quello: la parola chiave è “pazienza”. I tempi della politica ‒ per di più di quella elettorale, come nel caso degli Stati Uniti quest’anno ‒ non corrispondono ai tempi della scienza, della biologia, dello sviluppo dei vaccini. E, di conseguenza, salta facilmente anche il banco della comunicazione politica e delle sue strategie. Questo è valso in modo chiaro per Donald Trump ‒ ma anche per altri leader, come Boris Johnson in Gran Bretagna ‒ che hanno dovuto compiere inversioni a U rispetto alle posizioni iniziali relative al Coronavirus. Per Trump, in particolare, una crisi di questa portata ha colpito duramente la retorica elettorale dell’America già tornata “Great”, sostenuta da un’economia forte e in crescita (la crisi di borsa da Coronavirus ha bruciato tutto quello che i mercati finanziari americani avevano guadagnato dall’inizio della presidenza Trump).

Molti politici ‒ Trump in testa ‒ fanno fatica a tenere registri comunicativi adeguati in una crisi che avanza senza possibilità di essere allontanata in fretta. Dall’altro lato, avviene un fenomeno politico culturale che legge nella crisi un potenziale di trasformazione biblica, come se il Coronavirus fosse una sorta di angelo riequilibratore, che costringerà il presidente della post-verità a piegarsi di fronte alla realtà (e alla necessità di promuovere politiche pubbliche di natura opposta a quelle in cui egli crede). La speranza di un Paese Born Again, come dopo la guerra civile o la grande depressione. L’impressione è che la comunicazione di Trump ‒ ma in fondo anche quella dei suoi avversari, e degli intellettuali che intervengono sui media ‒ stia correndo in modo troppo impaziente. Il primo per trovare un modo di rassicurare dopo aver minimizzato ‒ quanti collage vedremo con le parole del presidente, che prima parla per giorni di banale influenza e poi, a marzo inoltrato, sostiene di aver capito si trattasse di una pandemia fin da subito ‒ i secondi per descrivere un mondo che verrà che è immagine, soprattutto, dei loro desideri.

Politico, per esempio, pubblica nel suo magazine un lunghissimo articolo in cui si rivolge a 34 Big Thinkers per chiedere come sarà il mondo dopo il Coronavirus. Il titolo dell’articolo è Il Coronavirus cambierà il mondo per sempre. Ecco come. Alcuni degli esperti che partecipano alla voce Government prevedono l’affermazione di un nuovo federalismo civico, di uno Stato interventista e di una maggiore fiducia nelle istituzioni pubbliche; alla voce economia si immagina la crisi della cultura consumistica. Un mondo diverso, più armonioso e ‒ tra le righe ‒ meno trumpiano. Pankaj Mishra, su Bloomberg Opinion, parla di crisi intellettuale del mondo di oggi (“Get Ready, A Bigger Disruption is Coming”).

E poi c’è David Wallace-Wells, giornalista-attivista che si occupa di crisi climatica, che afferma che «America Is Broken» e che le terribili conferenze stampa di Trump mostrano al Paese che il re è nudo: siamo al collasso delle istituzioni pubbliche, ma anche alla fine del paradigma mercatista, alla fine del primato del mercato sulla regolazione (molte di queste affermazioni le avevamo già ascoltate nel 2008). Meghan O’Rourke, direttrice della Yale Review ed ex del New Yorker, proclama su The Atlantic la fine di fatto del trumpismo, richiamando a un inevitabile collasso della cultura dell’individualismo.

Insomma, c’è un millenarismo trumpiano ‒ una sua declinazione dell’eccezionalismo americano ‒ e un millenarismo anti-trumpiano, che vede crescere la luce di una nuova civiltà dietro il buio della crisi. Un buio, però, che svela la realtà dietro la finzione trumpiana. La realtà, però, si presenterà come al solito molto più complicata e sfaccettata, e si dovrà confrontare con gli schemi mentali di una popolazione che potrebbe affrontare terribili problemi ‒ disoccupazione, fallimenti, malattia, morte ‒, ma anche avere una voglia matta di tornare il prima possibile alla vita di sempre (non solo di “cambiare paradigma”). La crisi durerà a lungo: il Coronavirus, specie negli USA, verrà declinato come messaggio biblico, anche in culture apparentemente lontane. Sarà un dibattito impetuoso: vedremo cosa entrerà, per davvero, nelle vene della società americana.

 

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Immagine: Una passante che indossa una mascherina contro il contagio da Coronavirus a Manhattan, New York, Stati Uniti (9 marzo 2020). Crediti: blvdone / Shutterstock.com

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