2 marzo 2020

Il Coronavirus in Iran, tra dinamiche politiche interne e internazionali

Sebbene la diffusione del Coronavirus si stia facendo sempre più capillare in tutto il mondo, al momento restano quattro i principali Paesi coinvolti: Cina, Corea del Sud, Italia e Iran. Tra questi, è proprio il Paese mediorientale a destare le maggiori preoccupazioni, forse più della stessa Cina, epicentro della malattia.

 

La ragione principale sta nel fatto che non sono chiari i numeri reali del contagio. Al termine del mese di febbraio le autorità di Teheran hanno dichiarato che il Paese conta più di 500 casi e ha subito poco più di 40 morti. Si tratta di un rapporto tra contagi e decessi ritenuto da molti sospetto, che rivelerebbe un tasso di mortalità più alto rispetto a quello degli altri Paesi. In molti quindi ritengono probabile che il governo iraniano stia cercando di sottostimare sia il numero dei contagi sia quello delle vittime del virus. La BBC ha riportato testimonianze interne alla sanità iraniana secondo le quali il numero di decessi per Coronavirus in Iran è ormai superiore a 200. Allo stato attuale è difficile fornire numeri esatti, ma se quanto riportato dalla BBC fosse vero si potrebbe presumere che i contagi in Iran siano nell’ordine delle migliaia.

 

Come le autorità iraniane stanno affrontando l’epidemia? Teheran ha disposto diverse misure di prevenzione, ordinando la chiusura di scuole e università per alcuni giorni. Azioni tuttavia considerate da molti insufficienti rispetto alla portata del contagio, che è arrivato a toccare direttamente esponenti di alto livello del governo. Il caso più clamoroso è quello che ha coinvolto il viceministro per la Salute  Iraj Harirchi. Dopo una prima dichiarazione in cui minimizzava l’impatto del Coronavirus nel Paese, è apparso il giorno seguente in un video in cui confessava di essere stato a sua volta contagiato. Un altro contagio “eccellente” è quello della vicepresidente del governo per le Donne e gli Affari famigliari Masume Ibtikar, la quale ha in diverse occasioni incontrato il resto del governo, compreso il presidente Hassan Rohani, esponendo tutto l’esecutivo iraniano al rischio del contagio. Sono del resto molti i casi tra le figure di spicco della politica e delle istituzioni iraniane. Considerando come il tasso di mortalità del virus cresca con l’avanzare dell’età si spiegano anche i timori di un Paese che in questo momento rischia di vedere la sua catena di comando paralizzata.

 

In questo momento, importante focolaio nel Paese, insieme a Teheran, è la città santa sciita di Qom. La città ospita la tomba di Fatima bint Musa, sorella dell’ottavo imam sciita ʿAli al-Rida, considerata uno dei luoghi religiosi più importanti per gli sciiti e oggetto, ogni anno, di un pellegrinaggio che coinvolge circa 20 milioni di persone. Diverse fonti accusano Teheran di minimizzare l’entità del contagio a Qom per non vedere ridursi il flusso di pellegrini diretto verso la città. Lo stesso governo è intervenuto il 24 febbraio negando la notizia che vi siano a Qom almeno 50 morti per via del virus. Il santuario che ospita la tomba di Fatima bint Musa resta, nonostante tutto, aperto, suscitando inquietudine sia fuori del Paese, per il timore di diffusione del morbo verso altri Paesi con importanti comunità sciite (Iraq, Libano, Pakistan, Bahrain giusto per citarne alcuni), sia all’interno (alcuni cittadini di Bandar-e Abbas, convinti che ospitasse al suo interno contagiati provenienti da Qom, hanno dato alle fiamme un ospedale locale).

 

Anche i Paesi confinanti o con stretti rapporti con Teheran stanno adottando, ciascuno a proprio modo, misure per proteggersi dal contagio. Mentre il Pakistan ha temporaneamente riaperto le frontiere dopo diversi giorni di chiusura per consentire ai pellegrini pakistani di fare ritorno in patria, l’Azerbaigian ha appena dichiarato di voler chiudere il confine con l’Iran. Diversi Paesi, principalmente il Bahrain e il Kuwait, ma anche il Canada, stanno riscontrando casi di Coronavirus riconducibili all’Iran. Considerato il ruolo preminente giocato dal Paese nel resto della regione, vi è il timore che se la situazione dovesse andare fuori controllo a Teheran il risultato potrebbe essere un effetto domino su tutti i vicini. A preoccupare, soprattutto, sono i possibili scenari di un’epidemia di Coronavirus in Paesi già martoriati da conflitti e crisi umanitarie quali Iraq, Yemen e Siria, tutti fortemente legati a vario modo con l’Iran e con pochissimi mezzi a disposizione per poter fronteggiare e contenere l’epidemia.

 

Le recenti elezioni parlamentari iraniane, che hanno visto il trionfo delle forze conservatrici, contribuiscono peraltro a rendere il quadro per il Paese ancora più incerto. Le elezioni si sono tenute con una partecipazione tra le più basse della storia della Repubblica, e il governo di Teheran ha accusato proprio la propaganda “ostile” straniera, che ha usato il Coronavirus per scoraggiare gli iraniani a recarsi al voto. Al netto delle accuse, resta il fatto che il governo riformista di Rohani si trova a dover gestire questa crisi con un Parlamento in larga parte ostile.

 

L’epidemia di Coronavirus rischia di diventare un ulteriore elemento di vulnerabilità per Teheran, già alle prese con scenari internazionali difficili. La morte di Qasem Soleimani non sembra essere riuscita a dare quel vantaggio d’immagine in Medio Oriente rispetto a Stati Uniti e alleati su cui l’Iran puntava. Al contrario, la leadership iraniana  rivela una certo affanno nel portare avanti la strategia di Soleimani, che negli ultimi anni ha garantito all’Iran, tra appoggi politici e proxy wars, una posizione di primo piano sui più importanti teatri di conflitto della regione, dalla Siria allo Yemen.

 

Al tempo stesso, le deludenti perfomance economiche legate anche dall’impatto delle sanzioni economiche americane, rendono l’opinione pubblica iraniana sempre più sfiduciata verso le autorità, fattore che certamente ha contribuito alla sconfitta del fronte riformatore di Rohani alle recenti elezioni parlamentari. In generale, il Paese si sta scoprendo sempre più diviso al suo interno tra la parte più conservatrice e quella più progressista, a cui ormai le istituzioni della Repubblica islamica stanno strette e che considera le recenti elezioni “uno scherzo”. In entrambi i casi, sembra che la fase politica e sociale di riformismo moderato di Rohani sia sulla via del tramonto.

 

Ed è in questo Iran già stretto nella morsa della conflittualità interna che il Coronavirus porta ulteriori fattori di criticità. Minimizzando la portata del contagio l’Iran punta almeno a conservare l’ascendente a livello regionale conquistato con fatica negli ultimi anni per merito soprattutto di Soleimani. In assenza di una chiara leadership interna e di una visione organica per il futuro, al momento non le resta molto altro da fare.

 

Si tratta tuttavia di una scommessa ad alto rischio, che gioca innanzitutto sulla vita dei suoi stessi cittadini. Un’escalation nella diffusione dell’epidemia a livello regionale imputabile a negligenza da parte delle autorità iraniane comporterebbe un durissimo colpo a livello d’immagine. Perdendo l’appoggio di Paesi che in questi anni sull’Iran hanno puntato, come la Siria di Assad e il Libano, l’Iran brucerebbe tutto d’un colpo il vantaggio politico acquisito negli anni nella regione, con inevitabili ripercussioni anche al suo interno (dal 1979 ad oggi, la politica estera è sempre stata un fattore fondamentale di stabilità interna). Un Paese isolato, privo di appoggi e alleati, prostrato dalle sanzioni economiche, potrebbe così trovarsi preda dei propri contrasti interni e risucchiato in un circolo vizioso che potrebbe riportarlo a una conflittualità politica e sociale dagli esiti imprevedibili, esattamente come 40 anni fa.

 

Immagine: Timori per il contagio da Coronavirus a Teheran, Iran (23 febbraio 2020). Crediti: cpt.kama / Shutterstock.com

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