27 marzo 2018

Il Gambia, un anno dopo

Pressoché ignorata dai media internazionali, sul finire del 2016 giungeva dal più piccolo Paese dell’Africa, il Gambia, una delle notizie più inaspettate e positive. Il 2 dicembre la coalizione democratica guidata da Adama Barrow, un imprenditore formatosi in Inghilterra e tornato in patria per dedicarsi agli affari e alla politica, aveva conseguito un risultato storico sconfiggendo il partito opposto al cui vertice era Yahya Jammeh, uno dei dittatori più longevi del pianeta, brutalmente attaccato al potere conquistato nel 1994 con un colpo di Stato. Il tiranno, ovviamente sorpreso dal verdetto elettorale, aveva in un primo momento mostrato di accettarlo per poi denunciare presunti brogli e chiedere all’esercito di presidiare le strade. Ma l’irreversibile processo democratico era stato ormai innescato e Jammeh, anche grazie all’intervento di Unione Africana, Unione Europea e molte cancellerie occidentali, ha dovuto prendere la via dell’esilio in Guinea Equatoriale (non senza aver prelevato 11 milioni di dollari dalle casse già esangui della Banca centrale ed essersi assicurato la spedizione della personale collezione di auto di lusso). Il neo eletto presidente, rientrato da un esilio in Senegal pianificato per evitare scontri, si è potuto insediare assieme all’esecutivo, solo il 18 febbraio 2017.

La più sorprendente e giovane democrazia africana, quindi, ha poco più di un anno. 

La striscia di terra che dall’Oceano Atlantico, come un lombrico, si insinua fino al cuore del Senegal, è nota per la stagnante situazione politica in cui era precipitata nei precedenti 22 anni. Il feroce dittatore, convinto di poter resistere al passaggio dei secoli – nel 2013 dichiarò alla BBC «Se Dio vorrà, sarò presidente per un miliardo di anni» – aveva trasformato il Gambia in un enorme campo di prigionia e costretto decine di migliaia di persone alla fuga per sottrarsi a sparizioni, uccisioni, incarcerazioni senza processo o per evitare persecuzioni (aveva introdotto il reato di ‘omosessualità aggravata’ e aperto la ‘caccia’ a giornalisti non compiacenti).

Le misure inserite da Jammeh, avevano volutamente condotto il Gambia ad un progressivo isolamento. Nel gennaio del 2013, per evitare interferenze, il dittatore aveva sospeso ogni contatto politico con l’Unione Europea e, nell’ottobre dello stesso anno, aveva ratificato l’uscita del Gambia dal Commonwealth (divenuto protettorato inglese nel 1894, il Gambia è l’unico Paese anglofono dell’Africa occidentale). A far precipitare la situazione, era intervenuto un tentato colpo di Stato nel dicembre del 2014, quando un gruppo di uomini armati, approfittando di una visita non ufficiale in Francia di Jammeh, aveva attaccato il palazzo presidenziale a Banjul, la capitale. Il ristabilimento immediato del controllo da parte di truppe fedeli al presidente aveva condotto ad arresti sommari, intimidazioni e a una stretta sui giornalisti e i partiti di opposizione. All’instabilità politica e alla repressione hanno fatto per decenni da contraltare da una parte l’estrema povertà, dall’altra il fenomeno del traffico di esseri umani e della prostituzione minorile.

L’esecutivo, composto da 10 ministri, ha aperto un nuova stagione, ma, nel giro di poco più di un anno, ha dovuto registrare il passaggio da un sentimento iniziale a metà tra incredulità e felicità della popolazione intera, a una inevitabile delusione di alcuni settori dei 2 milioni scarsi di abitanti dovuta alle enormi difficoltà. Il Gambia, infatti, era nel frattempo divenuto una delle nazioni più povere al mondo. Nello Human development index, è 172° (su 187 Paesi). Il tasso di lavoro minorile nella fascia di età tra 5 e 14 anni è del 25%, mentre, secondo varie fonti, il Gambia funge da hub per lo sfruttamento sessuale, in particolare di minori.

Barrow ha subito puntato sulle infrastrutture e l’energia (le forniture di elettricità e acqua sono tuttora un grosso problema), la sicurezza e la salute. Ha chiarito che il Paese sarebbe dovuto passare attraverso un processo di riconciliazione a causa dell’elevato numero di persone scomparse, torturate, uccise e ha stabilito che un presidente non possa superare i due mandati consecutivi.

Poi si è dedicato alla crisi economica. Negli ultimi cinque anni, il Paese ha conosciuto un processo emigratorio profondo. Sono tantissimi i giovani che hanno lasciato il Paese meno popoloso d’Africa e scelto di affrontare i drammatici viaggi di migrazione verso la sponda nord del Mediterraneo alla mercé dei trafficanti (si calcola che rappresentino il 5% dei migranti africani che giungono in Europa) per mancanza di prospettive. Molti sono morti, altri finiti in terre di nessuno e utilizzati come schiavi, alcune migliaia sono giunti in Italia. «È la nostra sfida più urgente – ha dichiarato Adama Barrow lo scorso 7 febbraio dopo aver chiesto all’UA, all’UE, all’ECOWAS (Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale) e all’ONU di rimanere fedeli alleati della fragile democrazia – migliaia di nostri figli hanno lasciato il Paese rischiando la morte e allo stesso tempo ci hanno privato delle loro potenzialità, per noi essenziali».

In questo percorso irto di difficoltà, il presidente e il suo esecutivo hanno segnato vari punti a loro favore. Nell’aprile del 2017 si sono celebrate le prime elezioni parlamentari libere, che hanno visto il trionfo del partito del presidente. Fin dall’insediamento, il governo ha dato vita a un processo di riapertura di relazioni normali con tutte le entità mondiali. Tra queste, va segnalata la ripresa del rapporto diplomatico con la Cina, che ha dato vita a partnership commerciali e formative nei campi dell’agricoltura e del turismo. Al culmine di tale percorso, lo scorso febbraio, il Gambia ha raggiunto l’obiettivo del ritorno in seno al Commonwealth. Le esecuzioni di condannati a morte sono state sospese in attesa di una definitiva abolizione.

Resta ancora molto da fare. La stampa, decisamente più libera, lamenta ancora una serie di restrizioni. Il ristabilimento pieno dei diritti e il processo di riconciliazione procedono lentamente, mentre la ripresa economica è ancora un miraggio. Le istituzioni, da reinventare dopo oltre un ventennio in cui erano state abolite de facto, stentano a entrare a pieno regime. Ma il Gambia, ora, è un Paese libero e rappresenta un modello di rivoluzione incruenta dalla dittatura alla democrazia piena. «Il futuro – ha dichiarato un giovane nato e cresciuto nella dittatura, intervistato dalla BBC un mese fa – appartiene a noi».

Crediti mmagine: CC0 Creative Commons


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